I migliori procuratori di novembre: la top 10

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Chi sale, chi scende, chi entra e chi esce: la top ten dei più influenti

Non molti anni fa Fabri Fibra, cioè il rapper pelato che ha indotto una intera generazione (la mia) a drogarsi senza ritegno alcuno, aveva scritto una canzone intitolata “Do you speak english?”. All’interno del pezzo Fibra spiegava un insieme di ragioni per cui, a suo modesto parere, in Inghilterra si vive un filino meglio che in Italia. Tra queste, tanto per capirci: in Inghilterra non esiste l’IVA, in Inghilterra se non hai un lavoro ti pagano un sussidio (anche in Italia, solo che qui lo chiamano “scippare le vecchie”), in Inghilterra se vuoi aprire un conto in banca ti rispondono seduta stante «Alright mate!» (cioè, tradotto, «Va bene fratello!», che poi fa una cifra giovane). Ah, poi tra le altre cose (ma questo sempre secondo Fibra) in Inghilterra le tipe non se la tirano e la danno la prima sera. Io penso che intendesse “la danno senza pagare”, ma non ho mai avuto modo di approfondire l’argomento sociologico a dovere e quindi niente. All’elenco dettagliato del rapper Fabrizio, tuttavia, mi permetterei di aggiungere un’altra cosa: si chiama “TMS” e non è un nuovo tipo di droga sintetica, come l’MDMA, e nemmeno l’abbreviazione di una malattia, come la TBC. Semplicemente “TMS” è una sigla che sta per “Transfer Matching System”: lo so che non mi crederete mai, ma è il nome di un sistema informatico messo in piedi dai parrucconi FIFA nel tempo libero (quando cioè non sono occupati a prendere mazzette) il quale, ogni benedetta sessione di mercato, accumula informazioni, le elabora, le riporta e le traduce in dati commestibili anche ai più poveri di mente. Se volete, è un po’ quello che da anni fa l’Udinese con Totò Di Natale durante interviste e conferenze stampa, ma senza avere mai ottenuto purtroppo il medesimo successo.

IN INGHILTERRA – Il TMS nel corso dell’ultima sessione di mercato estiva è riuscito a calcolare, al netto delle spese per la campagna acquisti di ogni singolo club di Premier League, quanto ogni società ha destinato per le commissioni di procuratori e intermediari. Così, grazie al sempre sia lodato TMS, oggi sappiamo ad esempio che il Liverpool ha buttato giù dallo sciacquone 13,5 milioni di sterline (circa 20 milioni di euro) soltanto per pagare agenti e galoppini che hanno concretato trattative come quelle per Benteke e Roberto Firmino (costati in totale 80 milioni di euro). La domanda è: ma potevano farne a meno? Certo che potevano farne a meno, “l’omm che po’ fa a men’ e’ tutt’ cos’ n’ten’ paur’ e nient’” (cit. Gomorra), poi se pensate che nel 2015 c’è gente che fa pure a meno di lavarsi per non pagare l’acqua, avete il quadro completo della situazione. Anche il Manchester United non ha voluto fare le cose arrangiate e ha versato più o meno la stessa cifra nelle casse di procuratori e intermediari a vario titolo: tra loro, così si mormora, il buon Giovanni Branchini, che avrebbe preso parte alla trattativa per il passaggio ai “Red Devils” (altresì chiamati “Reds Evils”, come li ribattezzò una volta uno sventurato stagista passato da queste parti che rimarrà per sempre nei nostri cuori) di Bastian Schweinsteiger, cioè uno dei pochi giocatori al mondo che non appena prova a presentarsi scandendo per bene le lettere del proprio cognome, come minimo finisce per sputare in faccia all’interlocutore. Il piccolo Bournemouth invece, dati alla mano, ha speso meno di tutti in commissioni: appena 3 milioni di euro, cioè l’equivalente di quanto il Chelsea ha speso in quattro mesi per gli antidepressivi di Mourinho. Che poi, comunque, sarà quel che vi pare, ma pagare anche soltanto 10 euro agli intermediari per l’acquisto di perle come Max Gradel, Lee Tomlin e Joshua King, dovrebbe essere ritenuto un crimine di guerra internazionale dalle Nazioni Unite.

IN ITALIA – Al TMS l’Italia ha risposto di recente con le più avanzate tecnologie e con il sofisticato sistema informatico denominato “SCS”, meglio noto come “’Sti Cazzi System”. Non è proprio umorismo, ma diciamo pure che le informazioni che giungono sono per il momento frammentate e confuse, questo in attesa della pubblicazione di tutti i bilanci completi (aspettiamo il nuovo anno). Proviamo a fare però due conti al volo: 41 milioni dovrebbe essere la cifra complessiva spesa dai club in commissioni, il record individuale, a naso, dovrebbe essere invece della Roma che in totale, nell’anno solare 2015, ha speso la bellezza di 20 milioni di euro soltanto di percentuali (incredibile a dirsi, ma con quei soldi i giallorossi potevano quasi comprare un difensore decente, invece di ridursi all’ultimo a prendere Rudiger). Di questi 20 milioni, leggete bene, 3,1 (cioè più di quanto ha speso in una intera sessione il povero Bournemouth per tre giocatori) per l’evidentemente incompreso Nemanja Radonjic, ala sinistra classe 1996 rispedita al mittente dopo nemmeno sette mesi di permanenza in giallorosso (attualmente dovrebbe essere in forza alla Primavera dell’Empoli): il giocatore serbo era stato pagato 1 milione e 40mila euro per il prestito oneroso, mentre all’agente, seguite bene il passaggio perché quasi sempre sono i dettagli che fanno la differenza, è stato versato circa il triplo soltanto di commissione. Quantomeno legittimo chiedersi a questo punto cos’avrà fatto il procuratore di Radonjic per meritare emolumenti di simile rilevanza: lo avrà portato a Roma in spalla facendosi l’Adriatico direttamente a nuoto? Gli avrà imboscato dell’erba di contrabbando addosso per bypassare la dogana “anti-sgam” dai cani antidroga? Non lo sapremo mai, visto che il d. s. Sabatini finora non è stato in grado di spiegarlo ad anima viva, come in verità ancora prima non aveva spiegato a nessuno gli 850mila euro finiti nelle tasche dell’agente di Torosidis a fronte di un pagamento di appena 400mila euro all’Olympiakos per il difensore greco. Può andare pure bene che molto spesso le cifre di commissioni a vario titolo vengano equamente spartite tra più di un procuratore, ma pensare che per portare a termine un’operazione dalla Grecia o dalla Serbia all’Italia ci sia voluta un’equipe di negoziatori che nemmeno per liberare venti ostaggi dal Bataclan, mi pare onestamente un cincinnino esagerato.  Il regolamento, ad onor di cronaca, suggerirebbe a club e giocatori di versare ai singoli procuratori il 3% massimo del costo complessivo dell’operazione o dell’ingaggio lordo percepito dall’atleta ma, va sottolineato, non si tratta di una norma imperativa, quanto piuttosto di uno dei grandi classici all’italiana: “io ve l’ho detto, poi fate n’po’ come ve pare”. C’è chi paga il 5%, chi il 10, chi il 15, chi addirittura il 20% di commissioni. Se è per questo c’è pure chi non paga niente. Poi ci sono quelli come Sabatini (che non è l’unico), una categoria del regolamento a parte, che pagano il doppio o il triplo, sempre con i soldi di altri (proprio a Roma, in tal proposito, c’era un detto da “bonjour finesse” che riassumeva a modo il concetto, parlava di culi e tendenze sessuali, ma ve lo risparmio per non abbassare ulteriormente il livello), vale a dire quelli di una proprietà che, posso solo immaginarlo, vorrebbe spendere per vincere e non per fare regali. Anche perché di questi tempi per quella roba lì ci sono Babbo Natale e i siti porno gratis in streaming. Il problema di fondo allora, per rispondere ai quesiti di qualche curioso che ce lo aveva chiesto (e qui concludiamo), non è quanto guadagnano i procuratori, se sono bravi oppure no, se pagano più o meno tutte le tasse, se hanno un tariffario da fame o da escort di lusso, se sono simpatici o stanno sulle balle a qualcuno (di tutto questo ce ne occupiamo noi, al massimo): in questo caso il problema è proprio un altro e riguarda la legge della domanda e dell’offerta, perché dove c’è uno che prende senza complimenti, c’è sempre un altro che dà. Varrebbe un attimo la pena provare a comprendere a fondo chi paga e soprattutto in proporzione a quali risultati, perché se pago 300 euro un idraulico per farmi semplicemente aggiustare un rubinetto che il giorno dopo perde nuovamente, potrei anche accusare l’idraulico in questione di essere incapace e disonesto, ma a giochi fatti lo scemo resto pur sempre io.

LA CLASSIFICA – Or dunque, in attesa del TMS italiano (per il momento ci eravamo fermati soltanto al TSO), passiamo alla classifica che si riferisce al mese di novembre, la penultima di questo 2015 che ci ha regalato tante soddisfazioni:

10. GIOVANNI BRANCHINI Avevamo accennato di lui prima, ma non volevamo semplicemente limitarci a nominare il nome di Branchini invano, quindi alla fine abbiamo deciso di rimetterlo in classifica dopo un mese circa di assenza. Dal primo posto di luglio, al decimo di novembre, qualcosa è andato storto, ma questo è il curioso caso di Benjamin Branchini, uno dei maestri delle procure e pure uno di quelli che, ci sorge il dubbio, potrebbere iniziare ad accusare un attimino il peso dell’età e della stanchezza. Uno degli ultimi colpi di B., in ordine di tempo, era stato qualche mese fa, a gennaio scorso, l’ingaggio in scuderia di Leonardo Pavoletti (poco prima della fine del mercato di riparazione): ci eravamo chiesti come mai un top manager avesse deciso di mettere le mani su un modesto attaccante del Sassuolo, appena reduce da un’annata in Serie B al Varese e da mezza proprio in neroverde (senza giocare nemmeno molto, tra l’altro) ed ad oggi dobbiamo ammettere che c’aveva visto giusto “Giuan”. Pavoletti è un ottimo attaccante (e lo sta confermando), prolifico sotto porta e redditizio per il Genoa (che tanto alla fine, prima o poi, finirà per venderlo come vende tutti quanti, nemmeno stiamo qui a parlarne). Si fermano per il momento qui le note positive di Branchini, che farà qualcosina in gennaio sul fronte Barcellona (ma non è mica detto con l’Italia) e che, più probabilmente, aiuterà Pep Guardiola a levare le tende da Monaco di Baviera per approdare in Premier League la prossima stagione (ed anche in questo caso sull’Italia, quella di cui ci interessa parlare al momento, purtroppo non c’è un fico secco da dire). Restando però in tema allenatori, si era supposto un intervento di Branchini nella vicenda Allegri – Manchester United (l’allenatore juventino, così “la gente dicono”, sarebbe nome gradito da quelle parti). Ebbene, dopo vari controlli incrociati che i sistemi informatici FIFA di cui sopra ci fanno una Pippa Middleton, siamo alla fine giunti alla conclusione che Mister B. con Allegri allo United non c’entra una Sega Mega Drive (il riferimento è alla console da gioco giapponese molto ambita negli anni ’90, quando di seghe ne giravano molte). Per dirla ancora meglio: non possiamo sapere se B. ha proposto Max come possibile successore del rubicondo Van Gaal per la prossima stagione, di certo però non è Branchini al momento l’agente di Allegri (e non ci risultano nemmeno mandati dello United a giro per la ricerca di nuovi manager, almeno ufficialmente, anche se ufficiosamente poi può succedere di tutto). Morale della favola: se B. ha cercato di mettere in piedi una trattativa con i Diavoli Rossi (e di questo non ne abbiamo certezza) lo ha fatto di sua sponte, un po’ come Totò quando provò a vendere la Fontana di Trevi a un americano in “Totòtruffa 62”. Poi se pensate che Barbara D’Urso sono anni che prova a spacciarsi per giornalista, capirete bene che eventualmente spacciarsi per l’agente di Allegri a confronto sarebbe come provare a vendere orsetti gommosi ai narcos colombiani. A Natale puoi.

 

9. TULLIO TINTI Altro nome della classifica in posizione inversamente proporzionale alla storia professionale: un giorno qualcuno ci darà atto di avere avuto il coraggio di mettere per la prima volta i mostri sacri del mestiere dietro a giovani rampanti. Sarà magari tardi, ma a quel punto mancherà soltanto un presidente della Corte Costituzionale in grado di masticare ancora da solo senza l’aiuto della badante e saremo davvero tutti al trotto verso il ringiovanimento italico. Parlando di contemporaneità, di cose attuali, il nome sulla bocca di tutti in queste settimane è stato quello di Andrea Pirlo, di cui, archiviata la squalifica, ancora si occupa doppia T. Di più: i registri federali ufficiali ci fanno sapere che, il giorno successivo al termine della squalifica di settembre (anche se l’abbiamo saputo solo un po’ dopo: i registri vengono aggiornati a cadenza mensile), Tinti è corso a re-inserire il proprio nome in quello che una volta era denominato “albo” e che ora chiameremo, molto più semplicemente, “lista di nomi a caso”. T. T. è tornato dunque ad esercitare regolarmente la professione, è nuovamente nel giro ed ha ottenuto ancora mandato da giocatori e società (una in particolar modo, se vi va di scommettere io personalmente proverei a mettere un foglio da cinquanta, ma non di più perché sotto le feste il Mercante in Fiera mette a novanta le mie finanze come Goldman Sachs con Wall Street, su una delle due milanesi): tutto normale quindi, tranne il fatto che probabilmente a fare trasloco a gennaio sarà l’Andrea sbagliato, Ranocchia. Meglio di niente, anche perché in tempo di crisi “meglio di niente” non c’è niente. Poi sapete com’è: il Natale, i regali, il cenone, il veglione… la vita costa e tutto finisce per fare brodo, pure la cessione di Ranocchia. Per l’ex capitano nerazzurro, tra l’altro, pare che l’ipotesi più probabile sia il Bologna: una mossa pure azzeccata da un certo punto di vista, perché i rossoblu sono la società maggiormente indicata per il rilancio dei talenti messi in soffitta dalle big un po’ troppo prematuramente. Poi, se non rose fioriranno, se sono trombe invece…

8. GIUSEPPE RISO Numero uno dello scorso mese (il più giovane che abbiamo mai avuto finora, perché come cantava Mika prima di ridursi a duettare con Fedez a X-Factor, “we are young, we are strong”, ma we are anche a un po’ paraculi), Riso scivola in basso in classifica e non si segnala per nessuna operazione in particolare, almeno in vista di gennaio. Delle robe che potremmo dire non ce n’è nessuna davvero interessante: dall’eventuale cessione di Sensi da parte del Cesena in Serie A all’eventuale passaggio di Vrsaljko in una big. Niente di niente. Il nome di Riso nelle ultime settimane, però, è stato accostato alla noiosissima polemica riguardante Bonaventura. Per farla breve, che mio padre dice che a farla lunga conviene solo quando si fa la pipì, il giocatore del Milan ha scaricato il suo procuratore storico, Giocondo (di nome e, visto come è stato trattato il poveretto, anche di fatto) Martorelli, per cambiare sponda. Secondo lo sventurato Martorelli, Bonaventura avrebbe agito su pressione della società rossonera, solitamente più propensa a trattare rinnovi ed acquisti con procuratori di fiducia, senza averlo opportunamente ed educatamente avvisato (ma è pure vero che a titolo di regolamento basterebbe un preavviso di trenta giorni circa, le norme non parlano di inviti a cena e bacini sulle guance prima di venire lasciati). Ci sta, perché davvero ci può stare, che sia effettivamente andata così: quella di Martorelli non è una bugia. Detto questo però, prestare il fianco alle polemiche andando in salotti televisivi di basso livello a farla più truce di quanto effettivamente sia, non è nemmeno il massimo della vita. La decisione di Bonaventura è stata in ogni caso arbitraria (nel senso che non l’avranno certamente obbligato a cambiare procuratore con una pistola o minacciando di ammazzargli il cane, questo possiamo dirlo con quasi assoluta certezza) e per certi versi fisiologica: Martorelli, a cui si può riconoscere il grande merito di averci senz’altro visto giusto con Giacomino qualche anno fa, non è attualmente tra i nomi più cool in circolazione in fatto di procuratori (va detta come va detta, ci perdonerete la brutalità). Che qualcosa succedesse, tutto sommato, il buon Giocondo poteva anche aspettarselo. Certo che poi, ma su questo magari potremmo discutere fino al Natale dell’anno prossimo, se dovessimo davvero parlare di aspetti come gratitudine, signorilità e buone maniere nel calcio, allora ci sarebbe tanto da dire e in quel senso, ma solo in quel senso, a Martorelli potremmo dare anche una bella fetta di ragione (anche se chi mangia solo ragione, muore di fame). A quel punto però dovremmo parlare pure di teletrasporto, UFO, reincarnazione, cani che volano ed altri argomenti di fantascienza altrettanto improbabili: pallone fa rima con cafone, che non lo sapevate? In sintesi: Giocondo, adesso dacci un taglio, che quando la mia ex m’ha mollato non sono mica andato a Sportitalia a dire che era tutta colpa di un altro. Per quel che riguarda Riso, invece, pare davvero non sia lui il nuovo procuratore di Bonaventura (per esclusione indirizzeremmo la nostra preferenza sul delicatissimo e dotto dottor Mino Raiola), inutile dargli la croce addosso, perché almeno il beneficio del dubbio, ‘sto ragazzo, lo meriterà opppure no? Mi sento invece di rivolgermi direttamente a Bonaventura: visto che tu hai revocato Martorelli e, giusto un po’ dopo, Belen ha revocato Stefano De Martino, che dici? Ce lo si fa un pensierino? L’affinità c’è tutta. Questione di feeling.

 

7. ANDREA D’AMICO D’Amico negli ultimi tempi sa tanto di quegli amici che non appena si trovano la ragazza, spariscono dalla circolazione che dopo un mese potresti pure pensare che si siano arruolati con l’ISIS in Siria. Nel suo caso la ragazza è Walter Mazzarri (poteva andare meglio) un tecnico difficile da accontentare (come tutte le ragazze, figuriamoci) e che senz’altro assorbirà tempo ed energie. Una luce in fondo al tunnel forse però si vede: la panchina della Roma potrebbe essere l’habitat naturale per l’ex allenatore dell’Inter. Negli ultimi mesi Mazzarri ha vissuto a Manchester e ha studiato l’inglese, dunque ora, calcoli alla mano, dovrebbe parlare due lingue, cioè esattamente due in più di Totti: scriviamole certe cose. L’incastro di Walterone alla Roma sarebbe per altro un bel colpo, ma fintanto che Garcia non si decide a mettere fine alla propria personale agonia praticandosi, in termini ovviamente sportivi, l’eutanasia, D’Amico resta lì alla ricerca di un’occupazione per Mazzarri per la prossima stagione. Giustamente. Carina la boutade di Giovinco al Barcellona: non diciamo che sia un’autentica bufala, perché magari non lo è, ma per adesso vale la pena sorvolare. Tra l’altro, per questo 2015 D’Amico è vero che non potrà più vincere il nostro (non) ambitissimo premio, ma a modo suo un premio, quello che vi pare, fate voi, se l’è già portato a casa. Come? Intervista a Libero di fine novembre, chiedono ad Andrea se si ritiene o meno il miglior procuratore in circolazione, la risposta è disarmante: «Questo lo devono dire gli altri, diciamo che posso definirmi il più completo per età, contatti, competenze, capacità di “trovare incastri”». Poteva aggiungerci pure bello, intelligente, ricco e modesto ed avevamo trovato il prossimo Presidente del Consiglio. La risposta successiva, se possibile, è ancora più bella (tralasciando la domanda con battuta palesemente copiata dalla nostra precedente classifica, ma l’autore dell’intervista sono anni che va aiutato più che “biasin-ato”): gli chiedono se è lui a cercare assistiti o viceversa. Riposta che è un quadro di Monet: «Una volta li cercavo io, ora sono più loro a venire da me». E ancora: «Io mi sento un artista. Il mio lavoro consiste nel percepire sul mercato una necessità “latente” (latente, rendetevi conto, ha detto davvero “latente”! ndr) e coglierla prima che diventi “manifesta”. Se si “manifesta” entri in concorrenza con i colleghi e hai perso il treno». Mi permetto di dire: Andrea merita la settimana posizione di questo mese solo ed unicamente per queste parole. D’Amico non è un procuratore, è uno stato d’animo.

6. ANDREA PASTORELLO “Il pastorello col presepe col Natale è la morte sua” (semi-cit.). Bravo Andrea che non perde troppe posizioni rispetto alla seconda posizione della scorsa classifica e, quantomeno, rimane nella top ten (in passato non eravamo riusciti a confermarlo con frequenza, ma stavolta sì, non è tanto che a Natale siamo più buoni, quanto che abbiamo fatto le scorte di Xanax e ci sentiamo generosi). Due i motivi per cui vale la pena parlare ancora di Pastorello, un mese dopo: si tratta di due portieri. Il primo, ça va sans dire, è Samir Handanovic, il cui rinnovo con l’Inter ha assunto le proporzioni di un’intera stagione di Beautiful in salsa slava: “Beautiful-ic”. Siamo qui da un anno a parlare di prolungamento ed è un anno che, bene o male, Pastorello dice che è tutto ok, che mancano solo i dettagli, che il giocatore sta bene in nerazzurro, che la firma è vicina. Una volta avevo un amico che diceva di essere astemio, poi un Capodanno la trovammo nudo e abbracciato ad una tanica di grappa che cantava Jingle Bells a rutti. Non so se è chiara la metafora. Noi non scommetteremmo che va tutto propriamente bene: magari la trattativa per il rinnovo di Handanovic è davvero a un punto di svolta, ma non quello che ci si aspetterebbe. O magari alla fine l’estremo difensore sloveno davvero prolungherà, ma seguendo un percorso un tantino più tortuoso di quello che ci si immaginava. Come diceva qualcuno, importante non è la meta, ma il viaggio e il viaggio di Handanovic verso il rinnovo è stato più scomodo di quelli negli aero-carri bestiame Easy Jet. Storia simile ma non troppo quella relativa al rinnovo di Stefano Sorrentino col Palermo e in questo caso, statene certi, la questione non si protrarrà più di tanto, non fosse altro che a fine stagione il portiere rosanero sarebbe svincolato (non ci sarebbe nemmeno modo di trascinarla troppo per le lunghe dunque). Nel caso specifico ci saranno da valutare una serie di fattori contingenti: altre eventuali offerte, possibilità che il Palermo non rimanga in Serie A, garanzie di ruolo e responsabilità. C’è anche l’eventualità che, il tempo di scrivere questre quattro righe, Zamparini esoneri l’allenatore, lo riprenda, metta Sorrentino fuori rosa, lo reintegri, lo ceda e lo ricompri prima ancora di vendere la società ad un arabo che poi si rivelerà essere solo uno scaricatore di porto tunisino con un fazzoletto in testa. Tutte cose all’ordine del giorno in casa Palermo. Per me ciò che fa Zamparini dovrebbe essere un’unità di misura internazionale del tempo. «Mi dai un appuntamento?» «Ok, ci vediamo oggi sotto casa tra due esoneri e mezzo di Zamparini. Alle quattro e un fuori rosa ti voglio lì. Non fare tardi».

 

5. CLAUDIO VIGORELLI Resta al vertice della classifica annuale ad un passo dall’arrivo, ma non blinda matematicamente il titolo lasciando l’esito del nostro mega-concorsone a premi (immaginari) quanto mai incerto. Vigorelli era quinto e resta quinto. Non è un momento sfolgorante per Claudio, che però ha una visione della professione decisamente rilassata: troppo per lasciarsi coinvolgere in liti e gare di autoreferenzialità. Vigorelli è l’anti-D’Amico: lo assumete due volte al giorno, poco prima dei pasti, e siete sicuri di non lasciarvi prendere dall’ansia da prestazione. A titolo personale, per quanto poco può valere, devo dire che a me Vigorelli piace, ma questo non ha molto a che fare con la valutazione complessiva del professionista. Piuttosto, è quella che i rapper americani chiamano “attitude”, ovvero “attitudine”, e che i golfisti chiamano “swing”, ovvero la naturalezza del movimento con cui si colpisce la pallina. Lasciare che le cose vadano esattamente come devono andare, senza farsi prendere dalla smania di concludere. Al di là di questo, per il momento, Vigorelli non si segnala per nessuna operazione in particolare. Tra i suoi assistiti, Destro sta vivendo un gran momento con il Bologna con Donadoni nel post-Delio Rossi (non a caso tempo fa il filosofo André Scala diceva che l’allenatore si distingue dal tecnico poiché il suo interesse concerne più l’individuo che la tecnica), Astori prova ad imporsi con la Fiorentina, mentre è più complessa la situazione di Davide Santon, che potrebbe effettivamente andare via dall’Inter a gennaio. In proposito, mi permetto di dire, siamo già a dicembre e non si è ancora fatto vivo Renzo Contratto con la sua consueta intervista stagionale: quando s’è ritirato dal calcio giocato, non se n’è accorto nessuno, non vorrei mai succedesse la stessa cosa quando si ritirerà dal mondo delle procure. Renzi fatti vivo. Per concludere: in movimento Floccari (lo vogliono un po’ di squadre). Su eventuali spostamenti dalla Premier League (campionato nel quale V. prova ad imporsi) all’Italia, vi terremo eventualmente aggiornati. Ad oggi questa è la situazione: chi vuol esser lieto sia, del doman non c’è certezza.

4. ULISSE SAVINI – Anche se le priorità del Paese restano altre, come riportare a casa i nostri Marò, comunque l’impatto sul mercato dell’acquisto da parte del Frosinone di Arlind Ajeti in vista di gennaio è stato mediaticamente un po’ sottovalutato. Il difensore albanese (metà svizzero, metà albanese, per la precisione: in Svizzera almeno il 40% della popolazione pensa che la nuova capitale del paese debba essere Tirana), ex Basilea, non si è segnalato agli almanacchi per essere la reincarnazione di Beckenbauer, ma fintanto che ha giocato (non spessissimo, va detto) in Super League, su di lui qualcosa di interessante è stato scritto. L’approdo in Serie A potrebbe essere una svolta, poi magari mi sbaglio. L’affare è stato chiuso proprio da Ulisse, che aspira praticamente a prendere cittadinanza elvetica, vista la frequenza con cui lavora da quelle parti: a novembre, in tempi di magra sul mercato, anche un Ajeti a caso può essere buono per risalire la classifica. Mossa parecchio interessante, anche in prospettiva futura, il passaggio di Ibou Keita alla Sampdoria, ma si tratta di un ragazzino di 16 anni, quindi diamogli tutto il tempo che serve per maturare, che il fratello Baldé, calcisticamente parlando, è rimasto bloccato più o meno a quell’età lì e ancora oggi tutti ne aspettano la maturazione più o meno come Simba aspettava che il padre Mufasa, morto stecchito, si risvegliasse ne Il Re Leone (il primo, per chi non ricordasse la scena tragica alleghiamo il video). Negli ultimi mesi qualche pezzo per strada Savini lo ha effettivamente perso, come il mandato per l’Italia dello stravagante Salah e soprattutto la procura di Icardi (in società con lo spagnolo Morano, di cui si sono effettivamente perse le tracce da mesi, aiutateci a ritrovarlo), che ha scelto di affidarsi alla consorte Wanda Nara. È pure vero però che la Nara evidentemente ha qualcosa che Ulisse non ha. O Ulisse ha qualcosa che la Nara non ha. Insomma, punti di vista: l’anatomia non è il nostro forte.

 

3. ALESSANDRO LUCCI Terzo gradino del podio per Lucci, che torna in classifica dopo il terzo posto di agosto. Diciamo che se la simpatia fosse una moneta, Lucci morirebbe povero in canna (del resto “simpatia” e “bravura” non è che debbano fare per forza rima). Uno scrittore inglese qualche anno fa disse che la simpatia consiste semplicemente nel trovare simpatici gli altri: stando a questo assioma, a L. allora stanno un po’ tutti sul cazzo. Giusto per par condicio, però, citiamo anche il rapper Marracash, che in un pezzo dice: «Se ti vogliono bene tutti, allora forse sei un uomo onesto. O più probabilmente, sei solo un fesso». Alessandro Lucci non è ben voluto da molti nell’ambiente, quindi un fesso non lo è di certo. Effettivamente non è stata una mossa propriamente da fessi riportare Vincenzo Montella in pista con la Sampdoria, anche se ci sarebbero un paio di annotazioni da fare. La prima: Montella è andato via (cioè è stato cacciato) dalla Fiorentina in estate perché ambiva ad una big, o quantomeno che la squadra viola diventasse una big (lo è diventata, ma senza di lui, un po’ come la gnocca che appena viene eletta Velina, se mi passate la metafora manzoniana, ti molla e si mette con un calciatore quando tu al massimo potrai dire di essere stato una volta con una tizia che poi è diventata Velina). Mesi dopo ce lo ritroviamo alla Sampdoria: non proprio una big e non proprio un passo avanti in carriera. Perché? Perché al cuore non si comanda, va bene, ma siccome il calcio non è un film di Federico Moccia, ci aggiungeremmo pure un bel “chi se ne frega”. Forse Montella aveva paura di perdere il treno rimanendo fuori una stagione intera? Temeva che qualcuno si dimenticasse di lui? O forse Lucci, procuratore fra gli altri di Luis Muriel, temeva che un allenatore diverso da Montella, al posto di Zenga, non tutelasse a dovere il suo affare? Non lo sappiamo, ma in ogni caso niente paura: Muriel, da bravo fessacchiotto quale è, si sta rovinando la carriera da solo. Lucci a questo punto avrebbe fatto prima a comprare direttamente la Sampdoria. Seconda annotazione: vale anche la pena tendere una mano a L. Se è vero, come può senz’altro essere vero, che la richiesta di Montella è stata quella spontenea di allenare la Sampdoria svincolandosi dal legame con la Fiorentina, allora non ci sarebbe poi molto altro da aggiungere. In quel caso, evidentemente, Lucci si sarebbe limitato a svolgere in maniera pressoché perfetta il proprio lavoro: trovare un accordo con la proprietà viola e soddisfare le richieste del proprio assistito (quello che comunemente dovrebbe fare un procuratore, ecco). Dipende poi di quale parrocchia è un procuratore: esaudire le richieste di un assistito o guidare l’assistito come un drone telecomandato? Questo è il dilemma. In entrambi i casi tanto parliamo di teorie astratte, deontologia professionale e massimi sistemi, poi quando arriva l’assegno, della parrocchia d’appartenenza non gliene fotte più niente a nessuno.

2. MARIO GIUFFREDI Risale la china dopo qualche mese e torna nelle zone altissime della classifica (a giugno era stato secondo grazie al colpaccio Valdifiori al Napoli). Giuffredi, tra i giovani procuratori più ambiziosi dell’epoca post-Calciopoli, comincia ad avere mire espansionistiche sul mercato: Quintiliano, uno scrittore di epoca romana che senz’altro conoscerete tutti (so che non è vero, ma faccio finta di sì), una volta scrisse che l’ambizione è sì un vizio, ma causa di grandi virtù. Una malattia che fa bene, per dirla in altro modo. Non è una contraddizione in termini, ma la verità: l’ambizione è benzina dell’animo, più si è ambiziosi, più si rischia di arrivare lontano. G. ha messo in pratica le sue ambizioni con l’arrivo in scuderia di Elseid Hysaj, terzino del Napoli tra le sorprese dell’attuale campionato. Come ci sia riuscito, non è certo un segreto: Hysaj, ex Empoli, è uno dei giocatori più vicini ai colleghi Mirko Valdifiori (approdato con lui e Sarri in estate in azzurro dalla squadra toscana) e Luigi Sepe (portiere ex Empoli ma di proprietà del Napoli, quest’anno in prestito alla Fiorentina), ovvero entrambi assistiti di Giuffredi. La modalità con cui i procuratori più influenti ingrossano le proprie fila di giocatori è sostanzialmente sempre questa: il passaparola, l’unico mezzo che nel 2015 ancora nessuna tecnologia ha soppiantato. Gli stessi giocatori, tra di loro, hanno peraltro spesso modo di scambiarsi informazioni sugli agenti: è questo il motivo per cui gli stessi procuratori spesso ambiscono ad avere più pedine per quasi ogni squadra. Una specie di Risiko dove al posto dei dadi ci sono i soldi, al posto dei carrarmatini ci sono i giocatori e al posto della Kamchatka c’è il Chievo. D’Amico dice che non è lui a cercare i giocatori, ma sono i giocatori a cercare lui? Se volete far finta di crederci, siete liberi di farlo.

1. BEPPE BOZZO Giuseppone è tornato e con il primo posto di questo mese siamo quattro pari con Claudio Vigorelli nella classifica generale. L’ultimo mese potrebbe decidersi tutto o potrebbe non decidersi niente (non dimentichiamo, del resto, che ci sono anche altri procuratori a fare gara mese dopo mese): in quel caso, lo anticipiamo, ci toccherà purtroppo sdoppiare il premio e, per correttezza, eliminarne uno, mantenendo a tre la quota di premi per i procuratori, come avevamo già preventivato mesi fa. Rispettiamo lo spirito della competizione in ogni caso: siam mica al Trofeo Topolino. Tornando a Bozzo, vanno elencati per bene i meriti che, almeno per novembre, lo portano in cima alla classifica. Prima di tutto il passaggio di Andrea Stramaccioni al Panathinaikos: l’ex allenatore dell’Udinese (riteniamo l’operazione fatta dall’Italia verso l’estero, esattamente come avevano fatto segnalando il passaggio dello svincolato Aquilani allo Sporting Lisbona) guadagnerà per il prossimo anno e mezzo circa 1,6 milioni di euro. Tanti. Anzi tantissimi se tenete conto del fatto che l’ex Inter ad Udine percepiva la metà. Tantissimissimi se a tutto questo aggiungete una considerazione evidente: Stramaccioni in Italia non ha quasi mai ben figurato negli ultimi mesi per gioco e nozioni tattiche, ma si metterà in tasca più di quanto faranno quest’anno Sarri e Paulo Sousa, paladini del bel gioco. Sui gusti dei greci, da Malesani in poi, sorvoliamo: hanno inventato la civiltà migliaia di anni fa, adesso evidentemente hanno capito di aver fatto una cacchiata e vogliono raderla al suolo così. Da Socrate a Stramaccioni, doveva finire così. Secondo colpo: a fine novembre Bozzo ha portato Del Neri (o Delneri, che dir si voglia, il suo cognome è inesplicabile come la lingua in cui si esprime) all’Hellas Verona. Considerazioni in ordine sparso: l’ex allenatore del Chievo, dal 2000 ad oggi, in quindici anni, ha sempre allenato in Serie A (eccezion fatta per la parentesi Porto, conclusa ancor prima di cominciare perché nemmeno i portoghesi ad un certo punto si spiegavano che cacchio ci facesse Delneri lì) e non ha quasi mai brillato (escludendo appunto l’esperienza al Chievo e quelle tra Atalanta e Sampdoria) finendo spesso per essere cacciato. Eppure è ancora in massima serie. Del Neri fallirà anche stavolta (la situazione è disperata a Verona), retrocederà, ma probabilmente Bozzo riuscirà ancora a rimettercelo tra i piedi l’anno prossimo. È questo il motivo per cui se da una parte B. va maledetto, dall’altra va invidiato: in quanti riuscirebbero a rivendere per nuovo l’usato sicuro Delneri in Serie A? Io non ci riuscirei. Anzi, se volessi rivendere la mia Nissan Micra del 2012 come nuova (ma tengo a specificare che non è mia intenzione farlo perché ci sono affezionato, a Natale praticamente l’ho fatta sedere a tavola col resto della famiglia), vi dico solo che chiederei a Bozzo di occuparsene e so già che potrei ritrovarmela due mesi dopo ad allenare la Sampdoria. La prima automobile ad allenare in Serie A: un sogno. In ultimo, merito minore ma menzionabile: con il passaggio estivo di Okaka all’Anderlecht, Bozzo ha regalato nuovamente la speranza di poter andare all’Europeo all’attaccante ex Sampdoria. Togliendo a noi tifosi quella di poterlo vincere. Prossimo mese parleremo meglio della defezione che ha coinvolto B. ed altri soggetti a dicembre nell’ambito di un’inchiesta della Procura Federale. Una defezione quasi del tutto inutile, perché B. non è più un tesserato FIGC, ma che entra nelle pieghe del vecchio e del nuovo regolamento. Buon 2016 a tutti o, come direbbe Delneri, “Buoffssjhdhj 2016 a hgbjfbk”.

 

NOTE A MARGINE – Per questo mese, piuttosto che menzionare i procuratori ai margini della classifica, vogliamo renderci socialmente degni di esistere e farci portavoce di un messaggio di pubblica utilità. Il 31 dicembre 2015 scadrà il termine entro il quale club e calciatori dovranno comunicare alla Federazione il corrispettivo versato nell’anno solare ai propri procuratori (Art. 8, comma 1: “Entro il 31 dicembre di ogni anno club e calciatori sono tenuti a comunicare alla FIGC i corrispettivi erogati a procuratori sportivi in forza dei contratti di rappresentanza sottoscritti”). Se per i club questa è la normalità (come vi accennavamo in apertura, i bilanci nella maggior parte dei casi sono e restano pubblici, semplicemente e volutamente un po’ confusi), dalla Commissione Procuratori FIGC ci fanno invece sapere che l’ultimo calciatore che ha comunicato alla Federazione quanto ha versato nelle casse del suo procuratore, i dinosauri dovevano ancora estinguersi. Non è che siamo usciti fuori di testa improvvisamente (semmai il problema era già preesistente), sappiamo bene che la maggior parte dei calciatori a malapena riesce a scrivere il proprio nome e che l’ultimo di loro che ha letto un libro per intero ha fatto la fine di Giovanna D’Arco. Però, ecco, se un paio di giocatori almeno quest’anno riuscissero a stupirci con una mossa del tutto inattesa, avvisando la FIGC degli emolumenti versati al proprio procuratore, potremmo quasi emozionarci e cominciare a credere nuovamente nell’esistenza di Babbo Natale. «Si parla di miracoli, perché è Dio batte i suoi record».

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