Confessioni di uno juventino ossessionato dalla Champions

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La settima finale persa è stata un duro colpo per il popolo juventino. Ecco cosa succede nell’animo di un tifoso bianconero alla sua quinta disfatta in Champions League

Sono passati quasi cinque giorni dalla finale di Champions. Cinque come le mie cinque finali che ho visto perdere alla Juve. Ogni giorno è servito a cercare di digerire la colossale figura di merda e adesso le considerazioni possono trovare il loro corso. Non è stato facile rendermi conto che l’ennesima sconfitta era diventata realtà. Come uno di quegli incubi da cui è impossibile svegliarsi, è inevitabile che quella partita mi tormenterà ancora a lungo. Primo appunto, abbastanza evidente, è che il Real Madrid ci ha bastonati. Una parola racchiude tutto: umiliazione. Definizione che aiuta anche a coltivare la biodiversità di queste mie cinque finali. La verità però è che anche questa volta ci ho creduto, com’è giusto che fosse. Sembrava quella buona, si respirava un’aria di riscatto positiva. Dopo aver assistito alla partita più entusiasmante degli ultimi anni, quella del 3-0 al Barcellona, tutto sembrava possibile. Il sogno si era ingigantito in maniera smisurata ed era tornato ad essere la solita ossessione di vincere questa maledetta Coppa. E invece niente da fare. La mia ugola disintegrata dopo il gol di Mandzukic è tutto ciò che resta.

Prima del fischio d’inizio di Cardiff ho sentito e letto ogni genere di nefandezza lessicale: pronostici azzardati su una vittoria della Juve con gol decisivo di Higuain (si proprio lui, l’uomo noto per essere il trascinatore nelle finali), previsioni paranormali di una gloria juventina già agguantata grazie al chiaro segnale che nessuna squadra prima ad ora avesse conquistato la Champions due volte di seguito, testate giornalistiche titolare come se la Juve avesse già vinto con tanto di previsione della nuova maglia con il simbolo Champions cucito sopra, interisti che già temevano di essere scippati del loro unico primato del Triplete impegnati a gufare come non mai nella loro vita.

Dopo il triplice fischio l’altra Italia è passata all’attacco: un prete che suona le campane a festa come se fosse risorto Gesù, commercianti napoletani che improvvisano saldi in onore del Real, fuochi d’artificio e caroselli di giubilo in giro per le strade manco avessimo vinto i Mondiali, l’Inter che fa i complimenti ai Galacticos per la vittoria imitando maldestramente la sportività del Barcellona, il web che si scatena con vagonate di sfottò preparati in attesa dell’occasione. Sei anni di dominio assoluto in campionato sono difficili da digerire se non sei la Juventus.

Nonostante tutto e tutti devo ammettere una cosa: questa ennesima finale persa l’ho patita meno delle altre quattro. Abitudine? Rassegnazione? Difficile interpretare tutto ciò, ma questa volta giuro che non ho versato nemmeno una lacrima. A colpi di finali amari il cuore si è indurito, piccole morti interiori che hanno forgiato il mio essere juventino. Le lacrime però le ho ritrovate in un bambino al mio fianco, che sul finale di partita ha iniziato a piangere in maniera scomposta, conscio del fallimento epocale della sua squadra del cuore e alla sua prima esperienza di finali buttate nel cesso. E’ stato in quel momento che mi sono rivisto bambino e ho rivissuto mentalmente tutte le mie delusioni calcistiche, scandite dal tempo di una vita passata a sperare di rivivere l’emozione della finale conquistata contro l’Ajax nel 1996. Negli ultimi 20 anni, i cucchiaini di sterco da mandare giù si sono materializzati nel gol di Ricken nel 1997, per quello di Mijatovic nel 1998, per i rigori di Manchester nel 2003 contro il Milan e nel 2015 per mano di Messi e soci. Delusione dopo delusione, fino a sabato sera. Incrementando ulteriormente il primato delle disfatte in finale, che per la cronaca era già nostro. Non ci prendono più, ragazzi.

Interrogarsi sul motivo di queste sconfitte è d’obbligo. Possibile sia solo sfiga o c’è qualche altro motivo? Credo che il problema risieda nell’ossessione e nel tormento che deriva da questa competizione. La Juve è maledettamente ossessionata dal desiderio di vincerla. Questo le fa perdere la lucidità giusta nell’affrontare le partite decisive. Negli ultimi anni ogni essere vivente dotato del dono della parola che sia passato per uno studio televisivo ha detto la sua. Ho sentito allenatori e opinionisti affermare che la Juve non vince perché dotata di un gioco troppo italiano, poco offensiva e troppo votata a una compattezza difensiva. Vi siete per caso dimenticati l’Inter di Mourinho nel 2010? Proprio quello del Triplete. Quella squadra non aveva l’ossessione di vincere la Champions ma non aveva nemmeno lontanamente quel bel gioco e l’offensivismo tale per vincerla secondo questi pazzi visionari. Per questo motivo è impossibile sostenere che l’Inter sia superiore alla Juventus in Europa: non dimentichiamoci che l’anno successivo alla vittoria prese cinque schiaffi in casa dallo Shalke 04, uscendo mestamente dalla competizione.

Fatevi forza amici juventini. L’Inter rivedrà la Champions forse tra 30 anni. Nainggolan e Glik non vinceranno mai un cazzo. Il Milan andrà a giocare nella Repubblica Popolare Cinese. Il Napoli una finale di Champions non l’ha mai neanche giocata. Ad ognuno le proprie disgrazie. Toglietevi il chiodo fisso. Basta con questa storia della maledizione. Dite addio agli psicodrammi europei. Non sprecate tempo su Facebook a rispondere alle provocazioni. Perchè magari questa Champions non la vinceremo più per tanto tempo ancora. Ma un giorno, anche lontano, andremo a riprenderci quello che il destino ci ha negato per troppo tempo.

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