Mondonico: «La sedia di Amsterdam? La presterei spesso e volentieri a Ventura…»

34
© foto www.imagephotoagency.it

L’indimenticabile mister granata si confida a CN24: «Basta demonizzare la scuola italiana. La Nazionale? Tavecchio mi disse che ero bravo…»

Al termine del convegno promosso da Esicert a Milano sul sempre essenziale tema dell’etica nel mondo dello sport, noi di CN24 abbiamo avvicinato Emiliano Mondonico (uno degli ospiti dell’evento) facendolo parlare di presente calcistico e condendolo, come è giusto che sia, con un pizzico di inevitabile passato. L’anno prossimo, infatti, saranno già passate 25 primavere da quando il Mondo brandì una sedia nel cielo terso di Amsterdam spiegando chiaro al mondo che anche i club dal portafoglio non capiente andavano (e vanno) comunque tutelati. Uno spaccato storico che, comunque, non si inghiottirà mai tutto il resto: cinque promozioni dalla B alla A con quattro squadre differenti (Cremonese, Atalanta due volte, Torino e Fiorentina), una Coppa Italia profumata di granata (e da allora il Toro, a livello di trofei, ha vinto solo tornei estivi), i ripetuti legni presi dal suo Torino contro l’Ajax che gli fecero sfumare la Coppa Uefa ’92. Più una salute tornata da tempo a fare il suo dovere, sicuramente la sua impresa più bella. Elegante, in splendida forma e col baffo sempre pungente (come certe sue frasi), il condottiero per bene di Rivolta d’Adda non si è di certo fatto pregare. Ascoltiamolo e prendiamo appunti.

Mondo, chi lo vince questo benedetto scudetto: la Juventus o il Napoli?
«A naso direi la Juve…».

Per i tre punti di vantaggio e per le restanti otto partite sulla carta più “agevoli”? A parte forse le due trasferte col Milan e la Fiorentina…
«Il motivo potrebbe essere quello, ma in realtà io mi concentrerei di più sulla corsa al terzo posto. Se la Roma lo agguanterà in fretta, le altre – già sicure in Europa League – patiranno il colpo e non credo daranno l’anima in campionato. Quindi vedo sempre favorita la Juventus visto che, quelle con rossoneri e gigliati, non le ritengo delle sfide impossibili. Un po’ per il potenziale della squadra bianconera, un po’ perché Milan e Fiorentina non mi hanno soddisfatto quest’anno. In primis la Viola di cui non è mistero la mia simpatia appurata ed il mio tifo.».

Se non ti hanno soddisfatto tra Milano e Firenze, non oso immaginare il tuo giudizio su Torino: sponda granata, ovviamente. La prestiamo la tua famosa sedia di Amsterdam a Ventura, si o no?
«Giampiero è un ottimo mister, ma se io fossi in lui la sedia di Amsterdam avrei cominciato ad usarla da almeno una decina di partite. Ma non verso gli arbitri. Io l’avrei brandita verso i suoi giocatori…».

Severo, ma giusto.
«Il Torino ha tirato i remi in barca troppo in anticipo sulla fine del campionato. Prendi il derby di domenica scorsa: la Juve ha fatto il Toro per 75 lunghi minuti e non è possibile che il tremendismo granata si sia visto in campo solo per un quarto d’ora. Così non va, lo spirito di quella squadra è ben altro. E c’è ancora una salvezza da agguantare.».

Ti manca il tuo Torino di un quarto di secolo fa? L’ultimo che vinse qualcosa in Italia (la Coppa Italia del ’93) mentre l’anno prima stupì l’Europa piegando il Real Madrid e arrivando imbattuto alla finale di Amsterdam contro l’Ajax. In quella che allora si chiamava Coppa UEFA…
«Nella mia testa quel Toro non passa mai perché quella fu una squadra propositiva e, nella vita, tutti i momenti propositivi meritano di essere conservati. Poi, logicamente, punto e a capo perché la storia va avanti. E il fatto che quel Toro e il Toro in generale mi manchi, non dipende di certo da me…».

In compenso quest’anno, già a marzo, nessuna squadra italiana è presente nelle due coppe europee. Si è lodata l’impresa juventina all’Allianz,ok, però il ranking UEFA resta decisamente impietoso… E lo chiedo a te perché Mondonico agguantò pure una semifinale di Coppa delle Coppe nel 1988 guidando l’Atalanta che all’epoca giocava in serie B.
«Atalanta, per la cronaca, virtualmente qualificata per la finale al termine del primo tempo nella semifinale di ritorno con i belgi del Malines. Una squadra che aveva tutti contro perché la carta stampata ci rideva dietro quando saltava fuori la discriminante che non eravamo in serie A. Eppure, in quel 1988, arrivammo più in là di tutte le nostre ‘sorelle’ italiane. Ad aprile inoltrato eravamo rimasti soltanto noi atalantini in corsa per la Coppa.».

Torniamo al 2016: come calcio (soldi a parte) siamo davvero così indietro in Europa?
«Finchè copieremo quei dieci club che non giocano come noi perché non ne hanno bisogno, il gap resterà quello attuale. Il nostro resta un campionato difficilissimo, molto tattico e preparato, e non possiamo buttare via la ‘scuola italiana’ come se niente fosse. E per quale motivo poi? Per far piacere a qualche opinionista? Dai!».

Chi ne sa ripete sempre che il football è cambiato, che non si gioca più come trent’anni fa…
«Esatto, oggi citare le parole ‘catenaccio’ e ‘contropiede’ è diventato quasi un tabù, una specie di assurdità contro il bel gioco. Ed invece la ‘densità’ tanto decantata significa giocare con dieci uomini dietro, alias il nostro tanto vituperato catenaccio. Per non dire delle ripartenze che altro non sono che un contropiede più cool e alla moda.».

Antonio Conte ha già dato l’addio all’Italia con diversi mesi d’anticipo sull’esito degli Europei in Francia…
«La notizia mi ha inquietato. Temo che la firma di Conte per una squadra inglese lo abbia come ridimensionato nello spogliatoio azzurro. Io ho fatto l’allenatore per 40 anni e di solito i giocatori ti ‘mollano’ quando scoprono che hai un altro club nei tuoi pensieri. Spero ovviamente non sia così.».

A proposito, tu sei mai stato vicino in qualche maniera alla Nazionale?
«Una sera, anni fa, ero a cena con alcuni dirigenti della FIGC. E tra di loro c’era pure Tavecchio che naturalmente, a quei tempi, non era ancora salito ai vertici della presidenza. Ad un certo punto mi fa: ‘Uno come lei, Mondonico, la vedrei proprio bene a fare il CT dell’Italia.’. Punto. Il tutto si è risolto con questa battuta che, comunque, ho apprezzato molto.».

Tra poco si aprirà il dopo-Conte, chi lo sa…
«Io per il momento sto dove sto. Non alleno in serie A dal 2012, dai tempi della mia breve esperienza col Novara. Battemmo l’Inter fuori casa in una partita che è diventata storica per il football novarese. Dopo mi mandarono via e probabilmente fecero bene. In fondo avevo solo sconfitto l’Inter a San Siro…».

E se ne va anche ora. Dandomi la mano ed accompagnando il suo gesto con un sorrisino beffardo, sotto il baffo simpatico. Il Mondo non si è fermato mai un momento…

Intervista a cura di Simone Sacco. Per comunicare: calciototale75@gmail.com

Condividi