Higuain, Pjanic e il modulo di Allegri

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Due gol e tre risposte a Verona contro il Chievo

Da Verona sono arrivate alcune risposte importanti per la Juventus di questo periodo. A partire da quelle che erano le tre principali questioni che il dopo Lione – assurdamente drammatizzato in certi contesti – aveva posto sul terreno del dibattito critico. Li elenco non in ordine d’importanza e neanche perché siano stati necessariamente questi i più discussi. Semplicemente mi sono sembrati quelli più urgenti e Chievo-Juventus, in tutte le sue sfaccettature, ha fornito qualche risposta. Il primo riguarda la presunta dipendenza dai gol di Higuain. Che può essere un tema estremamente serio se l’argentino si inceppa perché la Juve non ha bocche da fuoco di pari consistenza come invece succede a Barcellona, a Madrid sponda Real o nel Bayern di Ancelotti se si fermano Messi, Cristiano Ronaldo o Lewandowski, sebbene Dybala con i suoi 19 gol dello scorso campionato ha tutte le carte in regola per collocarsi ai vertici della classifica cannonieri (impresa alquanto complicata, visto come procedono alcune prime punte). Ed è una questione non banale anche in un altro senso: quanto la squadra è costretta a pensare il suo gioco in funzione della creazione di opportunità per il Pipita, visto che negli anni precedenti mai c’è stata la presenza di un centravanti d’area così forte nel perimetro dei 16 metri.

Napoli e Lione, per gol fatti ma anche per l’occasione sbagliata in Champions League generosamente regalatagli da Mandzukic, sembravano ulteriormente rafforzare l’aspetto. Al Bentegodi, Higuain ha continuato a essere il punto di riferimento principale e ha avuto la possibilità di colpire in entrambe le frazioni di gioco, per di più con due sviluppi dell’azione diversi: su un passaggio di Alex Sandro dalla fascia e su un filtrante in profondità che Gonzalo non ha sfruttato appieno. Ma al di là della sua giornata poco felice, conta moltissimo avere ritrovato un Mandzukic capace di colpire con freddezza al momento giusto nel quadro della sua tradizionale prestazione da guerriero, una delle migliori di quest’anno. Non va trascurata né l’una, né l’altra cosa, ed è stato bravo il mister a non permettere che si avverasse un rischio tutt’altro che impossibile: l’emarginazione del croato dalla competizione in nome del valore della coppia argentina. Mandzukic è molto di più di una carta di riserva, è una reale alternativa. E chissà che prima o poi non li si possa anche provare tutti e tre insieme, in una formula sulla quale non è lecito giurare perché non si conosce l’impatto sull’equilibrio e il funzionamento della loro intesa, ma è anche di certe deviazioni dall’abitudine che vive una squadra quando magari gli avversari iniziano a conoscerla troppo.

Basta evocarne il nome – Miralem Pjanic – per intasare i motori di ricerca. A maggior ragione quando in questa settimana è sembrato che Allegri abbia disegnato il 4-3-1-2 presentato in Europa a suo esclusivo uso e consumo. Chissà perché in Italia, paese tatticamente evoluto e talvolta intossicato dalle formule, si pensa che il trequartista sia la formula magica. Ma il tema è un altro: davvero il bosniaco merita tutte quelle critiche ricevute per le sue prestazioni con la Juventus? Ora, che lui non sia Pogba (così come viceversa il Manchester United non è la Juventus) è del tutto palese e nessuno l’ha acquistato per gli stessi compiti. E non è neanche Pirlo, ovvero il centro gravitazionale della manovra.

Pjanic è un giocatore di classe, che ha un piede tra i più educati al mondo da fermo e che in una squadra tecnicamente raffinata può ulteriormente impreziosire il gioco per l’intelligenza e la naturalezza dei suoi appoggi, oltre che per la proposta di razionalità e ordine che lo accompagna in ogni soluzione adottata. Chiedergli di essere un leader trascinatore è contro natura e, infatti, quando la Juve non ha funzionato lui non si è elevato dal rendimento generale. Ciò non significa che non abbia la capacità di proporre qualità in contesti difficili, dall’ingresso in campo contro il Siviglia dove cambiò significativamente l’inerzia della gara alla punizione vincente di ieri a Verona, una magia che spiega anche il perché la Juventus lo abbia fortemente voluto). Descriverlo come un giocatore in crisi di rendimento che condiziona totalmente l’evoluzione di questa Juve è assolutamente fuori luogo e basterebbe farsi un giro nelle valutazioni sulle sue prestazioni, soavemente dimenticate quando si vuole creare un caso che non c’è.

E poi, il modulo. Con i giocatori che nelle interviste post gara fanno fatica a racchiuderlo in numeri perché Allegri pretende interpretazione dinamica e “cangiante”, secondo il bel termine usato da Stefano Sturaro. Con un sottinteso: che la formula magica non esiste. E laddove c’è (vedi ancora i tridenti di Barcellona o Real Madrid) è per un semplice motivo: il valore di quegli attaccanti è dirimente, impone un pensiero unico. Tanto poi sono loro a stabilire le variazioni sul tema. Non essere quel livello o non avere quel tipo d’identità non è un reato, fino a prova contraria. Piuttosto, è un merito riuscire a vincere gare difficili come ieri sapendo cambiare pelle e – com’è successo nel finale – generando ben 4 occasioni solari togliendo un attaccante per un difensore. Quanti critici avrebbero proposto il cambio Higuain-Evra che si è rivelato assolutamente azzeccato?

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