Ingegneria sarriana e il problema Milik

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Sarri Napoli Milik
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Napoli, buona la prima in Champions League: vittoria in trasferta contro la Dinamo Kiev, l’analisi

Altro che carenza di personalità. Sì è vero, il Napoli – all’Olimpiyskiy di Kiev – ha iniziato e finito male. Errato l’approccio alla gara, tremolante il finale in superiorità di punteggio ed uomini. Ma nel mezzo, in una trasferta tutt’altro che banale, c’è stato tanto Napoli. Forse solo il Napoli. I partenopei hanno dominato la scena, ribaltando lo svantaggio iniziale e creando un numero di occasioni sufficiente a circoscrivere i contorni della contesa.

NON ERA SCONTATO – A maggior ragione dopo il balbettante avvio di gara. I partenopei però non si sono scomposti di una virgola e, come se nulla fosse accaduto, hanno iniziato a macinare gioco. Ricorrendo dunque all’unica strada conosciuta per imporsi sull’avversario: proporre calcio. Essere protagonisti del proprio destino, in campionato come in Champions League, al San Paolo come lontano dalle proprie mura. Con Higuain o senza, ma su questo ci torneremo. Darlo per scontato da un lato alza l’asticella delle ambizioni che spetta riconoscere alla banda Sarri, dall’altro però evidenzia un rischio: quello di non riconoscere i continui progressi che questa squadra sta segnando sul suo percorso.

INGEGNERIA SARRIANA – Ingegneria meccanica? O forse chimica? No, inequivocabilmente sarriana. E’ lì che ricorre il Napoli quando va in cortocircuito: ritrova i suoi archetipi, la fluidità del suo impianto, la densità ed i suoi sfoghi. Il controllo. Applaude Sacchi, negli studi post-partita, lo fa dai primissimi passi della creatura di Sarri, pur tirando le orecchie – come ha fatto ieri – se c’è da farlo. Non a caso Sacchi: inventore del 4-4-2 e modello di organizzazione, la parola chiave è questa nell’ispirazione che ha tratto Maurizio Sarri. E’ un calcio spettacolare, vero, ma non inteso in versione champagne o in salsa sudamericana: risulta straordinario perché non transige dall’organizzazione. Non dipende dai singoli ed anzi, se un singolo viene meno alla sua parte lo si nota immediatamente: come Ghoulam ieri, in crisi nella marcatura di Yarmolenko. Fattore visibile anche a chi non aveva mai assistito ad una gara di calcio. Poi si è rifatto con la sua solita proiezione e propensione offensiva, ma difensivamente non ha funzionato ed un’ingegneria perfetta come quella di Sarri ne ha immediatamente risentito.

IL “PROBLEMA” MILIK – La struttura è stata tempestivamente rinnovata dall’opera sapiente di un allenatore che è ora costretto a valorizzare le risorse a disposizione. Oggi Milik, domani Rog e Diawara. Oggi Milik appunto, che è ben diverso da Higuain: più forte e reattivo nel gioco aereo, magari meno scaltro tecnicamente. Ed ecco presto un Napoli che cerca il cross – inteso nell’accezione classica del termine – più di quanto lo facesse un anno fa, e che si appoggia su un riferimento centrale meno di quanto lo facesse un anno fa. Sulle fasce ci si va più rapidamente, passando direttamente per gli assi laterali, il centravanti (ad ora) diventa più finalizzatore e meno parte dell’orchestra. Se poi ci aggiunge anche la sponda che attiva l’azione del definitivo 1-2, beh, tanto meglio. Ok al confronto tattico, sacrosanto, ma nessun paragone con il predecessore: non è una questione di valori o età, del resto Gonzalo Higuain era un fenomeno già a 22 anni, quanti ne ha oggi Milik. Il discorso è il seguente: il centravanti polacco è partito tanto bene che questi paralleli ora risultano scontati, ma non possono tornare alla ribalta alla prima prestazione negativa. Perché? Semplice: viene immediato rapportarlo all’ultimo Pipita, quello del record storico, ma il riferimento dovrebbe essere il primo Higuain di Napoli. Un grande attaccante, non un alieno. Peserà ogni volta ricordarlo: ragion per cui, ognuno per la propria via. Del resto, vedi trattativa Icardi, il polacco era arrivato per sostituire Gabbiadini, non l’argentino. Senza neanche doversi rivedere alla fine per tirare i conti: è un Napoli nuovo, diverso e rigenerato, che può stupire in Italia e sorprendere in Europa. Perché perdersi in qualcosa che non conta più nulla?

Massimiliano Bruno
Giornalista sportivo ed economico, dottore di ricerca in analisi socio-economica, diffido di chi va d'accordo con tutti, nato curioso.
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