Juventus: se Allegri e Conte iniziano ad assomigliarsi

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paolo rossi
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In questi anni, negli umori circolanti nel popolo juventino, il paragone tra la gestione Conte e quella di Allegri ha avuto diversi momenti di elaborazione. Nei primi giorni dell’avvicendamento dei due tecnici si sosteneva che il successore non facesse altro che riproporre il canovaccio del predecessore, basando l’analisi sulla riproposizione fedele del 3-5-2 che era stata la soluzione più adottata nel corso del triennio di successi. Poi, però, si è iniziato a pensare non più in termini puramente tattici alla luce dell’approdo alla finale di Berlino. Nel contesto europeo, infatti, la Juve di Allegri si è riconnessa direttamente con quella di un altro mister toscano, quel Marcello Lippi che era stato l’ultimo a conquistare una finale in Champions League, laddove Conte aveva invece bucato quella di Europa League da disputarsi allo Juventus Stadium, una meta abbordabile sfuggita in semifinale con il Benfica. In mezzo a queste polarità del dibattito (Allegri è un continuatore di Conte, Allegri è molto più internazionale di Conte), c’è una corrente di pensiero che più con l’istinto che con la ragione rimpiange la primissima Juventus del quinquennio per come proponeva un calcio intenso, spesso a mille all’ora, coinvolgente ed entusiasmante, coerente con la “nuova” atmosfera creatasi nello Stadium. In realtà, quell’atteggiamento era molto figlio anche dei limiti della squadra, per superare i quali c’era bisogno di pigiare il piede sull’acceleratore, non tutto era il prodotto logico dei voleri dell’allenatore. Ma che l’attuale guida del Chelsea sia decisamente un tecnico guerriero, che vuole conquistare il centro del ring fino al colpo del ko, è certamente vero e perché questo si realizzi non ci sono particolari strategie, se non quella dell’aggressione continua, del corpo a corpo, di un dinamismo ai limiti dell’insostenibile, calato per di più in un’elaborazione di gioco mandata a memoria, uno spartito nel quale ognuno sa perfettamente cosa deve fare. Con Allegri la Juve ha invece un atteggiamento decisamente più strategico, il suo è un calcio di sintonie e d’interpretazione, fortemente orientato a ricercare il valore tecnico prima ancora che agonistico. Un calcio pensante, che arriva nel suo apogeo al governo sapiente del tempo, fino a cancellare l’ansia perché si basa sulla consapevolezza dei propri mezzi. Juventus-Fiorentina dello scorso campionato ne fu l’esemplificazione più netta. Lo svantaggio iniziale venne immediatamente annullato con una giocata sorprendente, non si può certo dire che l’asse Evra-Cuadrado fosse tra i più ricorrenti, perciò sorprese totalmente la retroguardia viola. Poi, la gestione dei 90 minuti fu improntata allo studio e alla scoperta del punto debole avversario. Mentre i toscani si esercitavano in un’estenuante possesso palla, scambiandolo per dominio della gara, la Juve lavorava sull’efficacia delle sue giocate ed entrava nell’area di Tatarusanu il triplo di quanto facessero Bernardeschi e compagni. Un lavoro di sfiancamento e logoramento dell’attenzione altrui, che trovava nel finale lo spazio e il tempo per colpire implacabilmente con Mandzukic prima e con Dybala poi. Tre punti guadagnati con una prova di tale intelligenza da colpire anche la concorrenza complessivamente, visto che quella Juve stava inseguendo in classifica e sembrava non possedere ancora tutte le certezze che sarebbero arrivate dopo. Un manifesto della prima Juve di Conte fu proprio la gara con la Fiorentina del primo anno. Per stessa ammissione del mister dell’epoca, Sinisa Mihajlovic, il primo tempo avrebbe potuto tranquillamente chiudersi con uno scarto abissale per i viola. Poi, però, a inizio ripresa Jovetic trovò la forza per guadagnare il pareggio, improvvisamente e cinicamente. L’illusione dell’equilibrio durò esattamente 8 minuti, prima del rabbioso 2-1 (che sarebbe stato definitivo) ad opera di Alessandro Matri.La Juve di sabato sera, ispirata dalle suggestioni primitivistiche dell’ingresso in campo con luci da sport USA, si è esattamente riconnessa con quella pagina ormai lontana nel tempo, ma apparsa incredibilmente vicina nello spirito. Ma il primo tempo di Allegri ha detto qualcosa di più e di diverso: la Fiorentina è stata messa totalmente sotto sulla base di un’eccellenza tecnica, garantita da una condotta di squadra più che buona e da un entusiasmo generato da prestazioni individuali rilevanti come quelle di Khedira, Asamoah e Dani Alves. Paulo Sousa ha riconosciuto come perfettamente funzionante il pressing uomo su uomo organizzato dai bianconeri e quanto all’intervallo abbia dovuto scuotere i suoi, alquanto confusi e però felici di avere limitato il passivo ad un solo gol. Poi, nella ripresa, il copione si è ripetuto, con il botta e risposta di Kalinic e Higuain.Le coincidenze, talvolta, indicano qualcosa di molto importante. Se la Juventus 2016-17 avrà la stessa voglia di “fare la partita” (espressione Contiana) di quella reduce da due settimi posti non sarà solo il campionato ad averne benefici. Perché con questa base tecnica sarà in Europa – e segnatamente nel girone di Champions – che si registrerà un’ulteriore tappa in una crescita che in questi anni ha avuto sempre e solo pause momentanee, senza mai andare incontro a fermate definitive.

Paolo Rossi
Il più anonimo degli omonimi di un campione del mondo, lavoro a JTV. Le opinioni sono del tutto personali.
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