La Nazionale e l’ombra del bomber che manca

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belotti italia
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Un luogo comune che non spiega molte cose

Quando si parla di Nazionale si tende a concentrarsi su alcune narrazioni come se fossero assolutamente tipiche, quasi inscalfibili talmente sembrano ricorrenti, fino a cadere nell’errore di considerarle tratti costitutivi del nostro modo di essere, estendendolo anche ad ambiti esterni al perimetro di gioco. Ovviamente sono le vittorie nei Mondiali a funzionare da imprinting di questo fiorire d’interpretazioni uniche, anche se poi in verità ne privilegiamo solo una, quella più eroica perché inaspettata, il famoso 1982, dimenticandoci così che quel tipo di storia – la squadra vilipesa prima e poi capace di un riscatto incredibile – ha funzionato realmente solo in quella circostanza, giacché i precedenti successi degli anni Trenta e quello del 2006 non rientrano assolutamente in quella modalità di ottenimento dei risultati, a meno di forzare i limiti per i quali – per fare un esempio – le critiche alla povertà del gioco del girone con Bearzot sono associabili alla ferocia “politica” di chi riteneva che Marcello Lippi non dovesse partecipare alla competizione per le vicende di Calciopoli (ogni tanto bisogna ricordarlo, caso mai leggesse uno dei tanti tifosi o giornalisti che poi si è ritrovato al Circo Massimo con il tricolore immacolato e neanche un rossore di vergogna).

Tra i luoghi comuni che ci piace cullare, c’è quello dell’attaccante eroe che tutto risolve – Paolo Rossi o Totò Schillaci – ancor più quando emerge inaspettato, improvviso e folgorante. E al di là della considerazione che in Germania il compito fu equamente diviso tra una marea di punte che solo a nominarle viene la nostalgia (Toni, Gilardino, Inzaghi, Totti e Del Piero, sembra di elencare le virtù di una generazione calcistica più che semplici cognomi), spesso si dibatte sulle difficoltà azzurre proprio in relazione a una sola considerazione: ci manca il bomber. Quello che fa la differenza. Dimenticandosi due cose. La prima, la più importante, che la Spagna epocale di questi ultimi 10 anni dovrebbe averci insegnato che si possono vincere Europei e Mondiali con falsi nueve, nueve momentanei e un’idea di gioco innovativa che può prescindere dalla necessità di avere il capocannoniere della manifestazione in corso. La seconda è che anche la Germania, che pure ha avuto in Klose un goleador in grado di legare diverse gestioni, ha sempre proposto una capacità complessiva di essere efficienti e funzionanti a livelli altissimi, rinunciando alla suggestione della figura romantica del protagonista. Che talvolta esiste, vedi Portogallo all’Europeo e il suo Cristiano Ronaldo, sa essere decisivo fino a un certo punto ma arrivato alla finale è costretto a uscire dalla scena e libera energie diverse.

Perciò, è certamente giusto in questa fase essere molto soddisfatti per le risposte che stanno dando Immobile e Belotti, ma più per la corrispondenza in atto tra le prove in Nazionale (peraltro con avversari molto modesti) e quelle con il club d’appartenenza, tali da far pensare a una maturazione compiuta e – soprattutto nel caso del granata – con margini di crescita davvero enormi. Sarebbe però un grave errore considerarli la chiave di risoluzione di tutti i problemi che l’Italia si porta dietro. E non va assolutamente dimenticato come in questi ultimi anni abbiamo sì vissuto nella penuria di attaccanti italiani di spessore ed esperienza realmente internazionale (per esperienza si intende: prove ad alto livello in continuità, non episodici exploit). Ma in tutte le gestioni che si sono succedute, si sono avuti goleador che hanno fatto bene complessivamente, non di rado meglio di compagni di altro reparto, eppure questo non è stato sufficiente per regalare successi all’Italia.

Facciamo un minimo excursus, prendendo a campione l’intero percorso e non esclusivamente le fasi finali. Il primo Prandelli, quello che ci portò alla finale dell’Europeo nel 2012, mise in mostra l’Antonio Cassano più convincente della sua carriera. E Balotelli, che pure ciccò l’appuntamento in Brasile, aveva regalato l’impressione di un’affidabilità non minore di quella esistente in questa fase con il duo d’attacco tanto apprezzato da Ventura. Quanto a Conte, lo stesso Europeo ha valorizzato le prestazioni di Pellè ed Eder, che certo non hanno la caratura dei grandi colleghi di altre nazionali (l’ingaggio sì, per quanto riguarda il primo…), in ogni caso nel biennio hanno fornito prestazioni convincenti e chissà che discorsi faremmo se non ci fossimo traditi ai calci di rigore con la Germania.

Quindi, per il prossimo futuro: non iniziamo a leggere già da adesso il “decisivo” Spagna-Italia con la lente dell’eventuale funzionamento del Gallo o di Ciro o di qualcun altro che eventualmente dovesse spuntare. Come dimostra l’Argentina, che ha i migliori punteros del mondo e sta attraversando una crisi inspiegabile, il calcio di oggi è un’incognita che non si risolve semplicemente con un numero 9.

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