Paolo Berlusconi e il Milan: «Cessione razionale e necessaria, Silvio…»

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Dopo la cessione del Milan, Paolo Berlusconi commenta il futuro del club rossonero: «Mio fratello avrebbe preferito un imprenditore italiano: sarebbe stato tutto più facile»

L’oggetto più particolare è una sedia foderata in stoffa rossa e nera, con la sua foto sullo schienale. In testa ha una corona reale, accanto lo stemma del Milan, annodata a un bracciolo c’è una sciarpa del club. Sulla parete a fianco un grande dipinto ritrae mamma Rosa e papà Luigi. Dietro la scrivania quattro collage con centinaia di foto. Uno dedicato a Silvio, uno ai genitori e gli altri due a se stesso e alla sua famiglia: «Sapete, ho quattro figli e sette nipoti…». Paolo Berlusconi è riuscito a far entrare il suo mondo in tre metri quadri. Gli affetti più grandi sono tutti qui, in un angolo del suo ufficio nel palazzo a due passi da Piazza Affari in cui ha sede “Il Giornale”, quotidiano milanese di cui è editore. Ora che il Milan non è più un affare di famiglia, è il tempo delle riflessioni. Dell’elaborazione.

LA CESSIONE – Non sono passate neanche due settimane ed è tutto tremendamente strano. Non solo per Silvio ma anche per Paolo, che del club rossonero era vicepresidente e membro del Cda. Quali sono le sensazioni di questi primi giorni? «Sapevamo che prima o poi il closing si sarebbe concretizzato, ma in realtà non si può ritenere di essere mai davvero preparati di fronte a uno scenario del genere. Non dopo 31 anni». Com’è stata l’evoluzione dell’umore di suo fratello? Lo raccontano piuttosto distrutto. «Distrutto? Non esageriamo. Molto addolorato, questo sì. Il Milan è sempre stata una questione di cuore e non di affari. E’ la sua creatura. Lungo gli ultimi mesi ho visto farsi strada in lui nello stesso momento la convinzione di dover vendere e il dispiacere per doverlo fare. E più aumentava la convinzione, più aumentava il dispiacere».

CESSIONE NECESSARIA – Come Berlusconi jr. racconta a “La Gazzetta dello Sport”, la decisione di vendere è collocabile in un momento particolare: «Di certo i giorni dell’intervento al cuore, lo scorso giugno, hanno giocato un ruolo importante. Dopo l’operazione ci ha mandato un video messaggio in cui diceva che da quel momento avrebbe avuto più tempo per la famiglia. Lì abbiamo capito, e la conferma è arrivata nelle nostre successive riunioni familiari del lunedì ad Arcore, che finivano col suo via libera alla vendita. Detto con una faccia che potete immaginare…». Si è sempre detto che Silvio lottasse contro il parere di tutti i familiari, è vero? «Vorrei chiarire che la famiglia non l’ha mai obbligato a fare nulla. Anzi, gli è stato detto più di una volta: “Se vuoi tenere il Milan è un tuo diritto e continueremo a sostenere economicamente il club anche se è complicato”. Ma in lui ha prevalso la razionalità. In realtà c’è stata anche un’altra cosa che ha addolorato mio fratello, cioè non aver consegnato il club a un imprenditore milanese, o quantomeno italiano. Invece ho sentito dire che sarebbero stati soldi di mio fratello da far rientrare: ridicolo».

AFFARE ORIENTALE – La nipote Barbara Berlusconi è stato un pezzo importante della storia recente del Milan e ha vissuto il passaggio di consegne in silenzio: «Lei ha portato gioventù e freschezza nel club, è a lei che si deve Casa Milan. Poi c’è stato il dualismo con Galliani, dovuto più che altro ai caratteri: Silvio li ha convocati e fatti ragionare. Barbara ha sofferto per la cessione, ma anche lei con grande onestà intellettuale si è resa conto che a queste condizioni occorreva andare fino in fondo». Da Mr. Bee a Mr. Li: il destino era a Oriente. Anche Li Yonghong, però, è rimasto solo. «Matti che investono centinaia di milioni senza un progetto e senza garanzie non ne ho mai visti. Lasciamo che il tempo faccia giustizia dei timori. Mr. Li ha perso i soci per strada a causa delle restrizioni cinesi. Adesso che ha in mano il Milan potrà muoversi con più di calma e troverà senz’altro dei partner. Ai tifosi dico di stare tranquilli perché la sua, a differenza di Silvio, non è un’operazione di cuore, ma di business. Ed è proprio questa la garanzia. Inoltre mio fratello ha preteso nel contratto garanzie di investimenti cospicui. Ed è una tranquillità anche la presenza di Elliott: se qualcosa andasse storto, il fondo garantirebbe una soluzione. È interesse anche loro».

RITORNO E PASSATO – C’è anche chi ha ipotizzato che fra 18 mesi Silvio Berlusconi si riprenderà il Milan perché Li non riuscirà a onorare i debiti. «La replica è semplice: in 31 anni mio fratello ha vinto tutto e scritto pagine di storia. Perché mai dovrebbe tornare a investire centinaia di milioni per provare a vincere qualcosa che è già stato vinto? Sarebbe solo cronaca: la storia è già stata fatta. Rimarrà semplicemente un gran tifoso, come me e Galliani, a cui va un grande applauso: in questo passaggio di consegne è stato ineccepibile. Una cosa, però, alla nuova proprietà vorrei chiederla: mi piacerebbe che tenessero in vita il Trofeo Berlusconi, sarebbe un bell’omaggio». Perché suo fratello ha rifiutato la presidenza onoraria? «Si è informato per capire se avrebbe potuto dialogare con l’allenatore, magari dare indicazioni, e gli è stato risposto di no. Allora ha preferito dare un taglio netto». Lei una volta disse che il vero Silvio è quello conosciuto attraverso il calcio: si spieghi meglio. «La politica in realtà non gli piace, gli dà sofferenza. Adora invece tutto quello che riguarda il pallone. Pensi che quando avevo 16 anni mi portò a fare un provino all’Inter. Il massimo, però, è quando parla di Milan: gli brillano gli occhi».

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