Renzo Garlaschelli, romanzo laziale

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«A Roma la gente mi chiede ancora gli autografi. Io gli domando il motivo e loro: ‘Perché eri uno dei ragazzi di Maestrelli’…»

Siamo a Vidigulfo, paesino di cinquemila anime che se guardi da una parte vedi già il grigio di Milano e se ti volti dall’altra sprofondi in quel brumoso territorio pavese che ha dato i natali a Brera e delle solenni mangiate in trattoria al Baggio (ahimé) cacciatore. C’è il sole, non fa nemmeno così freddo ed il nostro diretto interessato ci dà appuntamento al bar della piazza centrale («Così mi sento più a mio agio!»). La voce, poco fa al telefono, era una di quelle che promettono bene: potente, empatica, da vecchio zio che ne ha viste tante, troppe nella vita. Da queste parti sarei voluto venirci da anni, più o meno da quando ho letto il bellissimo ‘Pistole e palloni’ del collega Guy Chiappaventi e dove si narrava delle imprese poco politically correct della Lazio degli anni ’70. Quella che vinse uno storico scudetto il giorno che in Italia venne introdotto legalmente il divorzio (12 maggio 1974) e che si sarebbe dissolta da lì a poco, tra decessi dolorosi, abbandoni (divorzi?) roccamboleschi e ciniche ineluttabilità della vita. Quella che giocava con una maglietta bellissima nella sua sobrietà celeste (e difatti Lotito, a livello di fashion-marketing, sta riscoprendo da un po’ quello stile…) e che girava armata. Sembrava un film poliziottesco di Umberto Lenzi quella squadra (‘Lazio a mano armata’?) ed invece era solo uno spirito caotico dei tempi. Con la voglia di pressing all’olandese che si avvertiva da centrocampo in sù e col dogma di sgroppate all’indietro quand’era il caso di attuarle. Giocava benissimo, la Lazio del ’73/’74, e fu il capolavoro di un uomo dalla schiena dritta chiamato Tommaso Maestrelli, uno che oggi pagheremmo oro ed euro-bond per averlo in FIGC. Ironia della sorte: i gol (tanti gol) glieli faceva un bomber italo-gallese che giocava con una strana postura da rugby e gli assist (tantissimi assist) un certo Renzo Garlaschelli. Che ora – 41 anni dopo – si alza dal tavolino del bar e mi fa cenno di avvicinarmi. Deve raccontarmi delle cose…

La tua ultima stagione da professionista avviene nel 1984 dopo un campionato speso con la maglia del Pavia. La Lazio, la tua Lazio, a quel punto l’avevi già abbandonata due anni prima…
«Sì, ero davvero arrivato alla frutta: avevo disturbi fisici alle gambe, problemi familiari, una certa nausea per il mondo del pallone… Il sogno era quello di tornare a Roma in tempi brevi, ma semplicemente non è successo. E da lì sono sorti i dubbi: avevo fatto bene a lasciare la Lazio? Il ritorno in provincia mi aveva chiuso per sempre delle porte? Un periodo tremendo, guarda…»

Si chiama “dopo calcio”.
«Ed io l’ho vissuto male. Dunque comprendo perfettamente la malinconia e il disagio di parecchi miei ex colleghi.»

Poi cos’è successo?
«Sono stato almeno 6/7 anni completamente disinteressato al football: ero apatico, spento, ma anche conscio di essermi tolto un peso dallo stomaco. Mi sentivo sporadicamente con Giancarlo Oddi e si parlava del più o del meno: come va, qualche battuta sulla Lazio e poi il solito augurio di reincontraci presto a Roma. Poi un giorno incontro Vincenzo D’Amico e lui mi fa: ‘A Garlaschè, perché non senti Radiosei? Cercano una voce per il loro programma Non Mollare Mai: per me saresti perfetto…’. E così mi sono lanciato, tant’è che ormai sono dieci anni che la butto in caciara parlando via etere della mia amata Lazio! (ride)»

Immagino che il tuo addio da Roma, nell’estate del 1982, sia stato alquanto doloroso…
«Più traumatico che doloroso. E il Pavia, credimi, non aveva colpe: dopo che hai vinto lo scudetto e giocato all’Olimpico di fronte a 70mila persone è dura ripartire ovunque tu vada. E poi c’era anche il fattore ambientale di mezzo: in dieci anni di Lazio mi ero fatto un nome nella Capitale, mentre qua in Lombardia non mi filava nessuno… Giusto così, ci mancherebbe: perché preoccuparsi di Garlaschelli se queste erano le terre di Mazzola e Rivera

Il calcio odierno ti comunica qualcosa?
«Mah, ormai ci vedo poco e allo stadio vado pochissimo: le partite preferisco guardarmele in televisione. Diciamo pure, che dopo una vita allegrotta, sono diventato un pantofolaio a tutti gli effetti! (ridacchia) E comunque le differenze tra il calcio degli anni ’70 e questo del terzo millennio sono sotto gli occhi di tutti, no? Adesso si gioca in linea, come dei bravi soldatini, e per l’estro c’è davvero poco da fare: salti l’uomo e te ne ritrovi subito altri tre pronti ad azzopparti… Ai miei tempi se eri così bravo da dribblare il terzino sulla fascia, poi tra te e il portiere c’era solo il libero. E così avevi tutto il tempo e lo spazio per creare. Per adoperare il cervello. Che nel calcio resta fondamentale.»

Chi è oggi il nuovo Garlaschelli? Candreva, forse?
«Antonio è bravissimo, ma Garlaschelli era unico! Dopo di me hanno buttato via lo stampino. Dai, sto scherzando! (ride) Almeno una sbruffonata ad intervista concedimela…»

Sbruffonata mica tanto. Tu, nell’anno dello scudetto, segnasti 10 gol e realizzasti innumerevoli assist per Chinaglia che si laureò capocannoniere con 24 reti. Oggi saresti visto come un top player assoluto e guadagneresti miliardi…
«Eppure io ero solo un giocatore discreto che mai e poi mai avrebbe immaginato di esordire in serie A, figurati diventare campione d’Italia… Vuoi che ti racconti la verità? Ok, scelsi di fare il calciatore esclusivamente per fare un servizio militare più comodo. E ci riuscii ai tempi del Sant’Angelo, una società del Lodigiano, appena prima dell’approdo al Como. In riva al Lario, poi, trovai il mio ideale e fosse stato per me non me ne sarei mai andato: ero un nome rispettato della serie B, mi pagavano per giocare a pallone, trovavo sempre posto al ristorante ed avevo casa dei miei genitori a mezz’ora di macchina…»

E arriviamo così alla calda estate del 1972…
«Ero in vacanza al mare e un bel giorno Giancarlo Beltrami, il DS del Como, mi svela di avermi venduto al Brindisi. Mi crollò il mondo addosso: nulla contro quel club, ci mancherebbe, ma a me pareva di andare a giocare in Nuova Zelanda

Beltrami ovviamente stava scherzando…
«Sì, in realtà il mio cartellino era stato acquistato dalla Lazio, ma ammetto che io continuai a tergiversare. Pazzesco, oggi sarei la disperazione di qualsiasi procuratore! (ride) Ma un motivo c’era: quella era una squadra che aveva appena vinto il campionato di serie B. Quella Lazio del ’72 era un gruppo compatto che fu costretto a sfaldarsi con l’arrivo di emeriti sconosciuti come me, Felice Pulici, Mario  Frustalapi che era considerato uno scarto dell’Inter, Sergio  Petrelli che – eresia! – veniva addirittura dalla Roma ecc. Perdipiù giocammo il girone preliminare di Coppa Italia e fummo subito eliminati. ‘Qua si mette male’, mi ripetevo tra me e me…»

Ed invece…
«E invece bastarono giusto un paio di accorgimenti scovati da Tommaso Maestrelli e quel gruppo cominciò a volare: terzo posto nel ’73 (col famoso finale a tre tra Milan, Juventus e noi), scudetto epocale l’anno dopo, quarto posto nel ’75. E poi la fine del sogno…  »

E tanti, troppi dolori a ripetizione: la scomparsa straziante di Maestrelli, la morte allucinante di Re Cecconi, il Calcioscomesse, la retrocessione immediata in B. Roba da uscirci di testa…
«Guarda, ancora oggi faccio fatica a parlarne. Al dramma di Maestrelli eravamo preparati da mesi, i dottori ci avevano lasciati senza speranze, ma dopo l’uccisione di Luciano andammo a fare un amichevole in Qatar per fuggire da un lutto così atroce. E poi il Calcioscomesse del 1980: ricordo che Ilario Castagner ci presentò la situazione lasciandoci liberi di decidere del nostro futuro; ed io preferii restare. La Lazio era un po’ la mia seconda famiglia e, almeno fino al 1982, non ebbi mai alcuno screzio con chi mi pagava regolarmente lo stipendio.»

Torniamo un attimo indietro: Germania Ovest, Mondiali del 1974, quelli dell’Arancia Meccanica. Giorgio Chinaglia, nel ritiro azzurro, è sia un’anima in pena che una bestia in gabbia. Continua a lamentarsi col CT Valcareggi che in quella Nazionale ci sono pochi laziali freschi campioni d’Italia. Chissà a quale gregario si stava riferendo…

«Mmh, non so se Long John mandò un messaggio in codice proprio a me. E pure il ‘vaffa’ in mondovisione a Valcareggi aveva delle spiegazioni da dietro le quinte. Giorgio dovette inghiottire parecchi rospi durante quel Mondiale e la sostituzione con Haiti fu solo la goccia che fece traboccare il vaso. »

Giorgio Chinaglia muore d’infarto a Naples (Florida) il primo aprile del 2012. A te chi lo comunicò?
«La notizia mi venne da Oddi e, fino all’ultimo, sperai fosse un maledetto pesce d’aprile… So che era stato operato al cuore in quei mesi, ma pensavo si trattasse di un intervento di routine. Eppure qualche mese prima mi telefonò a casa e, attraverso la sua voce, scoprii un Chinaglia diversissimo dal guascone che avevo conosciuto da giovane. Quello era un uomo triste, stanco, abbattutto dalla vita, che si sentiva ancora laziale al mille per mille ma non poteva più urlarlo al mondo. Non voglio dire che sia stato quello ad ucciderlo però Giorgio, nel bene e nel male, ha sacrificato la vita dietro quei colori biancocelesti. Lui sarà per sempre la Lazio

Cosa ti ha lasciato in eredità Long John?
«Un ricordo su tutti: Giorgio mi prendeva sempre in giro quando dovevo andare a giocare nell’Under 23 italiana. ‘A Garlasché, tu giusto quello ti meriti: la Nazionale di Topolino!’. Ed io, dopo quello sfottò, regolarmente lo mandavo a quel paese… per non dire di peggio!(ride)»

Ed ora cosa succederà, come ogni anno, il prossimo 12 maggio?
«Parli dell’anniversario di Lazio-Foggia uno a zero, gol di Chinaglia su rigore provocato da Garlaschelli? (sorride) La partita che ci consegnò quello storico scudetto?»

Fai te…
«Guarda, non vorrei deluderti, ma per come sta messa la mia memoria a volte arrivo perfino a scordarmi della ricorrenza… Il fatto è che vivere a Vidigulfo non aiuta. Certo, ogni volta che torno a Roma la situazione cambia drasticamente: vedo gente piangere, tifosi diventare pazzi di gioia appena mi riconoscono, autografi come se fossi una popstar. E lì capisco per l’ennesima volta che la Lazio di Maestrelli ha fatto qualcosa di enorme e probabilmente pure d’immortale. Anche perché la squadra un secondo scudetto l’ha pure vinto nel 2000 con Nesta e soci, però la memoria corre sempre a quei Pulici, Petrelli, Martini, Wilson, Oddi, Nanni, Garlaschelli, Re Cecconi, Chinaglia, Frustalupi e D’Amico»

Ultima, inevitabile domanda: ma tu, una pistola, l’hai mai posseduta?
«E chi è che non aveva un’arma a Roma in quegli anni ’70? C’erano rapine e rapimenti quasi ogni giorno. E poi terrorismo d’ogni colore, violenza metropolitana, il sequestro Moro. Era un periodo terribile, ma noi fortunatamente giocavamo a pallone e divertivamo la gente.»

Quindi il “ferro” l’avevi anche tu?
«No, io no, non sia mai! Però guarda qua (e con gesto plateale apre il portafoglio, NDR): possiedo tuttora un regolare porto d’armi…»

Le foto di Renzo Garlaschelli sono state gentilmente scattate da Cecilia Gatto.

Rubrica a cura di Simone Sacco (per comunicare: calciototale75@gmail.com)

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