Rivera: «Necessario avere il diploma da allenatore per ciò che voglio fare»

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© foto www.imagephotoagency.it

Gianni Rivera si tuffa nel mondo degli allenatori: a pochi giorni dal conseguimento del diploma da tecnico, l’ex campione milanista spiega cosa ha intenzione di fare in questa fase della sua vita

L’ex giocatore rossonero è intervenuto sulle pagine del Corriere dello Sport, dove ha parlato del patentino di allenatore preso qualche giorno fa e dei suoi progetti futuri.

Rivera, ne sentiva proprio il bisogno?
«Il titolo di studio è giusto averlo. Credo di conoscere il calcio. Mi mancava la patente. Per quello che intendo fare, il diploma da allenatore è necessario».

E che cosa intende fare?
«Un’Accademia Gianni Rivera. Itinerante. Niente sede fissa, andiamo dove ci chiamano. Io intanto, poi vediamo come ci organizziamo, quante persone andranno coinvolte. Vorrei aiutare soprattutto i giovani e più in generale chiunque voglia approfondire determinati argomenti che riguardino il gioco».

Per dimostrare qualcosa in particolare?
«Sì, che il calcio non è cambiato. Che si può ancora concepire un modo di giocare più veloce di testa che di gambe. Il campo è sempre quello, il numero di giocatori anche. Vorrei insegnare un calcio che faccia meno male».

Non aveva mai provato questa voglia di allenare
«C’è un tempo per ogni cosa. Quando ho smesso di giocare mi sentivo dirigente, poi sono entrato in parlamento. Spesso mi dicevano: ma dai, con la tua esperienza di campo hai un mucchio di cose da trasmettere. Adesso che ho passato i settanta l’idea comincia a piacermi. E non è detto sia l’ultimo stadio. Per prima cosa prendo il titolo che mi serve, poi magari si passa al livello successivo. E più avanti potrei trasferirmi dall’altra parte della cattedra. Sto a vedere».

Tra lei e gli allenatori c’è stato poco in comune
«Li considero importanti. Però sono sempre stati l’anello debole della catena che tiene insieme una società. Il primo destinato a saltare. I giocatori non possono essere cambiati in blocco, il presidente non si manda via da solo. Quindi se le cose non vanno parte il tecnico. Anche in questo il calcio è rimasto se stesso».

Durante queste lezioni sente dire qualche cosa che già non sappia?
«Io sostengo che si gioca sempre alla stessa maniera nel senso che alla fine lo scopo è quello: occupare il campo meglio degli avversari. Ci siamo regalati un sacco di formule perché i numeri ci riempiono la testa e ci fanno sentire più tranquilli. Ciò che davvero è cambiato, e che sto esplorando con interesse, è la tecnologia. Adesso abbiamo molti più strumenti per studiare a applicare con sempre maggiore facilità principi esistenti da sempre».

Da futuro allenatore che giudica un allenatore giovane: che cosa pensa di Vincenzo Montella?
«Lo trovo bravo, ma non è per quanto sta ottenendo con il Milan. Mi sembra abbia dimostrato anche in passato di saperci fare. Certo, quando ti prendi sul groppone una responsabilità come quella di guidare il Milan con la sua storia tutto diventa un altro paio di maniche. Penso possa aiutarlo il fatto che il presidente, meglio, il vecchio presidente si sia allontanato dallo spogliatoio».

In effetti non è mai stato facile per nessuno circoscrivere Berlusconi. E con i cinesi che cosa succederà?
«E’ troppo presto per avanzare previsioni. C’è tutto un meccanismo da mettere in moto. State certi solo di una cosa: il calcio è sempre lo stesso».

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