Schillaci: «Gli occhi spiritati di Italia ’90? Gioia di vivere. E riguardo a Baggio…»

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© foto www.imagephotoagency.it

Qualche mese fa è uscito Il Gol è Tutto, ottima autobiografia di Totò Schillaci scritta assieme ad Andrea Mercurio. Noi l’abbiamo letta e, onestamente, ci siamo emozionati pagina dopo pagina. Perché nel libro non si parla solo di football, ma di un’ossessione

L’ossessione di un ragazzino palermitano che avrebbe dovuto fare il gommista ma, esultando per i gol di Paolo Rossi a Spagna ’82, domandò un giorno al suo io interiore: «Chissà che brividi si provano a diventare capocannoniere in un campionato del mondo…». Tempo otto anni e Salvatore ci sarebbe riuscito diventando Totò-gol per chiunque e meritandosi, suo malgrado, una maglietta inneggiante ‘Fuck Schillaci’ tuttora vendutissima in Irlanda. E forse questa, a pensarci bene, non è solo una semplice intervista; ma il racconto di un pazzesco carnevale di popolo chiamato Italia ’90, alias il nostro Mondiale disputato tra le Alpi e la Sicilia. Oppure un caloroso tuffo nel passato.

Totò Schillaci mi ha sempre ricordato la favola dei R.E.M., l’imprescindibile gruppo della Georgia. Fino al 1989, infatti, semplicemente non era sulle mappe (nonostante i tanti gol segnati nel Messina di Franco Scoglio prima e di Zdenek Zeman poi). Tempo dodici mesi e di lui ne avrebbe parlato il mondo intero. Idem per il gruppo di Michael Stipe e soci in grado di passare dall’underground degli anni ’80 (pregno di canzoni stupende) al successo planetario di ‘Losing my religion’, ‘Man on the moon’ o ‘Everybody hurts’ sbocciate – manco a farlo apposta – al principio dei nineties. I R.E.M. ce li siamo portati dietro fino al 2011 quando, dopo lunghe stagioni di tentennamento, decisero di sciogliersi. Schillaci, di suo, ballò una sola estate ma tuttora ce lo ricordiamo come un italiano vero, spregiudicato, abbastanza naif e comunque vincente. Tutto questo viene ora raccontato in un libro impegnativo quanto dalla lacrima facile. Istruttivo e nostalgico allo stesso tempo. ‘Il Gol è Tutto’ è il suo titolo e noi vorremmo introdurvelo cedendo la parola al suo protagonista indiscusso. 52 anni dietro l’angolo (li compirà il primo dicembre prossimo) e un’eco di endless summer tatuato nel cuore. Quell’estate infinita di ventisei anni fa. Quella dei Mondiali finalmente giocati in casa nostra. Un giugno italiano, per dirla alla Federico Buffa, in cui anche il cappuccino del bar, al mattino, era più gustoso. Intenso. Riaverceli oggi quei sapori.

Totò, come mai questo libro proprio adesso?
«Perché è stato il frutto di un anno di lavoro tra me me e Andrea Mercurio, il giornalista che se n’è occupato. Ci siamo incontrati in diverse città, io raccontavo e lui prendeva appunti. E di argomenti ne sono venuti fuori a iosa: non solo calcio, ma anche diversi episodi di vita privata, il problema del razzismo, lo spettro della mafia, Falcone e Borsellino, il mio rapporto con la città di Palermo ecc. Il leit motiv dell’opera? Inseguire i propri sogni sempre e comunque. Io sono nato di sette mesi, per i medici c’era il rischio che non sopravvivessi eppure, tanti anni dopo, mi sono ritrovato sul tetto del mondo. Si tratta di un bel libro, credimi. Qui non sto affatto facendo promozione (anche se sono contento che ‘Il gol è tutto’ abbia già venduto più di settemila copie), ma ti sto parlando di quello che è successo a me. Della mia esistenza da predestinato…».

Tu sei diventato Totò-gol soprattutto per la tua fame di vita. Per una sorta di rivalsa verso chi non ti avrebbe mai fatto giocare in serie B, figuriamoci in un Mondiale. Ecco, è questa “voglia” che manca ai giovani d’oggi?
«Diciamo che i tempi sono cambiati, è cambiato il mondo in generale. Io quando andavo ad allenarmi sui campetti palermitani mi portavo sulle spalle la borsa con le scarpe bullonate per tre chilometri buoni; ora sono i genitori a svolgere questo compito mentre i figli digitano sullo smartphone. Non va bene: senza sacrifici lo sport non ti porta da nessuna parte. E poi il calcio ti dà molto, ma ti toglie anche molto. Io per il pallone mi sono fatto quindici lunghi anni di mazzo tra ritiri, trasferte e assenze in famiglia. Sono diventato ricco e famoso, ok, ma forse quindici anni spesi così non sono esattamente l’ideale per un diciottenne odierno.».

In compenso tu hai unito l’Italia, in quel giugno/luglio del ’90, come non succedeva dai tempi di Giuseppe Garibaldi. Pochi ci sono riusciti dopo te (Pantani e Baggio di certo, su Nibali non sono del tutto sicuro) e senz’altro più di qualsiasi politico o uomo di spettacolo…
«Non lo so, davvero non lo so. (riflette) Questa domanda me la sento porre spesso: ‘Totò, come sei riuscito a farci sentire tutti quanti italiani?’ Ed io rispondo sempre nella stessa maniera: ‘Eh, se solo lo sapessi, amici…’. Forse ci sono riuscito faticando come una bestia e sfruttando ogni minima chance incontrata sul mio cammino. La mia coscienza me l’ha ripetuto in continuazione da quando sono nato: ‘Totò, se hai solo mezza occasione di fronte a te, sfruttala a dovere!’. Certo, da quello a diventare capocannoniere dei Mondiali non so davvero come sia accaduto…».

A proposito di attaccanti, ora che pure un altro Totò (Di Natale) si è ritirato, come la mettiamo con gli eredi naturali di Schillaci?
«Beh, qualcuno in giro ancora c’è: Ciro Immobile, ad esempio, mi ricorda tantissimo le mie movenze e quel Lapadula, arrivato dalla B, spero che faccia del suo meglio quest’anno giocando nel Milan. Però, dammi retta, abbiamo troppi stranieri per una sola maglia. Meno male che la piccola provincia continua a investire sui ‘talentini’ di casa nostra perché nelle grande squadre metropolitane vedo un’abbondanza di cognomi stranieri che non giovano affatto al nostro movimento.»

Senti, ma tu – onestamente – che tipo di attaccante eri? Vivevi da egoista solo per il gol oppure facevi anche gioco di squadra? Perché tra la Juve di Zoff e quella successiva di Maifredi ci fu il diluvio di mezzo…
«Io vivevo per liberarmi dei difensori che, in quel calcio anni ’80, marcavano ancora ferocemente ad uomo. Noi (e parlo di me e Casiraghi nella bella Juventus di Zoff)  ciò che dovevamo fare era liberarci di questi marcatori su cui facevamo pressing. Tutto qui. Non dovevamo rientrare a centrocampo ogni volta perdendo lucidità in area di rigore…».

L’esatto opposto di quello che sono stati costretti a fare Pellè ed Eder agli scorsi Europei…
«Già, ma oggi si segna di più. Uno come Higuain, sfruttando la sua intelligenza e velocità, riesce a fare 40 gol a stagione contro difese meno arcigne che seguono i dettami della zona. Le marcature anni ’80 sono morte per sempre. Ai miei tempi se facevi 15 reti all’anno eri già considerato un campione perché, ribadisco, non era per niente semplice.».

Ti va se parliamo di Gianluca Vialli?
«Nesun problema. Sono rimasto in ottimi rapporti con chiunque abbia giocato con me.»

Ok, per me Vialli è un po’ lo spartiacque della tua carriera. Prima ti serve quel cross teso contro gli austriaci – parlo ovviamente di Italia ’90 -, tu incorni di testa e il mondo incomincia ad innamorarsi di Schillaci. Poi, due stagioni dopo, il ragazzo di Cremona arriva alla Juventus e ti dà il benservito. Insomma, c’è sempre il Gianlucaccio di mezzo…
«A Vialli voglio bene. E lui il suo rispetto per me l’ha ribadito in diverse interviste. Una volta ha detto che sentiva enormemente il peso di Italia ’90, non gli andava a genio di essere considerato il fenomeno di quella Nazionale. Anche perché poi entrai io e cominciai a segnare al posto suo! E Luca che fa? Definisce il mio apporto semplicemente ‘fondamentale’. Una risposta da gran signore, la sua. Nel ’92, quando si trasferì dalla Sampdoria alla Juve, non influì granché sulla mia scelta di andare altrove. Avevo dei problemi sentimentali allora, non ero sereno mentalmente e la dirigenza bianconera scelse saggiamente di cedermi. E comunque finire all’Inter, per me, fu fonte di enorme soddisfazione.».

Certo che se gli Agnelli ti avessero venduto nel luglio del 1990, chissà che plusvalenza!
«Subito dopo il Mondiale arrivò un’offerta del Real Madrid: gli spagnoli misero 25 miliardi di lire sul piatto, ma poi non se ne fece nulla. Fu solo una voce di mercato. Certo, dopo un
campionato del mondo del genere, oggi la mia valutazione sarebbe come minimo dai 50 milioni di euro in sù! (ride).».

Fu Azeglio Vicini ad accorgersi che aveva una bomba ad orologeria in panchina quando ti mandò in campo contro gli austriaci quel famoso 9 giugno 1990? Il risultato non si schiodava dallo 0-0 e Carnevale proprio non ce la faceva a bucare la difesa avversaria. Poi entri tu al settantaquattresimo e, quattro minuti dopo, cominciano ufficialmente le Notti Magiche…
«Innanzitutto mando i miei più sinceri auguri al Mister dato che ce l’ho sempre nel mio cuore. E comunque non credo che il merito di Vicini fu di buttarmi nella mischia contro l’Austria, ma di convocarmi per quel benedetto Mondiale! Lui ha creduto in me – povero ragazzo che venivo dalla B – e io gli dirò grazie per sempre. La sua intuizione di scorgere la mia fame di gol, in quella tarda primavera del ’90, fu un colpo d’astuzia.».

E tu, prima di andare in ritiro, ti fai un taglio cortissimo alla marine. Scaramanzia?
«No, mossa istntiva. Prima di arrivare a Coverciano mi è spuntata questa vocina nella testa: ‘Dai Totò, tagliati i capelli’. E io l’ho fatto anche se, nel Messina e nella Juve, mi piaceva portarli folti. Vai a capire…».

Anche gli occhi spiritati furono puro istinto?
«Assolutamente sì: li vedevate voi dalla televisione, mica io… (ride) Come dici? Se ha influito la mia gioia di vivere? Sì, quella, la nascita di mio figlio Mattia e la poca responsabilità che mi ha accompagnato in quella magnifica avventura. Segnavo a ripetizione contro chiunque, solo che ai giornalisti il giorno dopo ripetevo sempre la stessa frase: ‘Cosa posso fare io per vincere la Coppa del Mondo? Niente: per me è già un regalo essere qui tra i 22 convocati’. Mi sentivo leggero quel mese.».

E pure fortunato. Ma è vero che Giuseppe Giannini, dopo che segnasti di tibia all’Argentina, ti corse dietro gridando: “Ah Totò, ma che culo che c’hai!”?
«In realtà il Principe urlò: ‘Bujo de culoooo!!!’ (risate). Ma Giannini è fatto così: romano verace e simpaticissimo. Mando un saluto anche a lui se mi sta leggendo.»

La sogni ancora quella maledetta partita contro Maradona e soci?
«La sogno, ogni tanto la sogno eccome (sospira). Per televisione invece mi rifiuto di rivederla quando mandano in onda qualche replica.».

E almeno nella fase onirica… vinciamo noi?
«No, purtroppo perdiamo anche lì. Rivedo l’errore di Walter (Zenga, Ndr) in uscita su Caniggia e poi arrivano quei maledetti rigori dopo che noi proviamo a svoltarla in ogni
maniera, compresa l’occasione sprecata da De Agostini. E lì per la prima volta non sono per niente ottimista: quel Goycochea (il portiere argentino, Ndr) è proprio forte. Mostruoso tra i pali.».

Perché non hai tirato tu il rigore quella sera a Napoli? Contro l’Inghilterra, quattro giorni dopo, segnasti contro Shilton…
«Perché avevo male agli adduttori. Quando giungi ai rigori è come lanciare una monetina per aria: non c’è la certezza assoluta che in quell’occasione avrei segnato e poi, come dicono tutti, la storia non si fa con i se o i ma. Il dolore comunque resta. Quella dannata partita doveva finire così. Dovevano passare gli argentini, punto. Noi disputammo un ottimo Mondiale, conquistammo tutti gli italiani, ma a Roma per la finalissima non ci arrivammo mai. A volte non basta convincere…».

Dopo Italia ’90 Salvatore Schillaci subisce un’involuzione sportiva (seguiranno gli anni interisti e un’esperienza, all’epoca rivoluzionaria, nella J-League). Perfino normale se uno pensa a che anno pazzesco avevi vissuto…
«Dalla B col Messina alla Scarpa d’Oro del Mondiale tutto in meno di dodici mesi. Tanto, troppo. Fu davvero una stagione lunga, intensa e inaspettata. Al principio del campionato ’90/’91 i difensori mi aspettavano al varco: volevano farsi belli contro Totò Schillaci ed io ovviamente andai in crisi. Fu durissimo riprendersi perché noi calciatori soffriamo di alti e bassi come qualsiasi altro essere umano. Non siamo macchine computerizzate.»

Roberto Baggio lo senti ancora?
«Sì, ci siamo visti in Cina poco tempo fa per questioni di lavoro. Ci siamo abbracciati, è stato bello.»

Quindi siete ancora amici…
«Certo. In fondo è stato Roby, contro gli inglesi, a cedermi il rigore che mi ha fatto diventare capocannoniere del Mondiale. ‘Tiralo tu, Totò – mi disse – ed entra nella Storia’. Quello fu un gesto di enorme rispetto. E per noi siciliani – sai com’è – il rispetto è tutto.».

Intervista a cura di Simone Sacco. Per comunicare: calciototale75@gmail.com

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