Roy Keane, un tipo tutto sommato tranquillo

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Roy Keane
© foto www.imagephotoagency.it

Un racconto su Roy Keane, centrocampista d’altri tempi

LA PLEBE SEMPRE ALL’OPRA KEANE – Manca poco alla fine del derby di Manchester. Se guardo verso il tabellone mi metto ansia da solo, siamo sull’uno a uno ma per me il risultato in questo momento è secondario, io sto pensando ad altro. Un mio compagno lancia lungo dalle retrovie e la difesa prova a rinviare, la palla però arriva sulla fascia destra dove mi trovo io, che non sono proprio un’ala ma in quel momento di concitazione mi trovo a dover coprire un ruolo che non mi è troppo congeniale. Non ci bado, io penso ad altro, davvero. Stoppo il pallone, salto un uomo e poi vedo il mio obiettivo. Ha cambiato maglia ma la faccia è la stessa, il solito volto bastardo che mi guarda come quella volta ad Ellan Road. Come posso dimenticarlo, impossibile. Mi ricordo di me a terra, dolorante, e di questo qui che mi viene a dire di rialzarmi, nonostante mi fossi rotto i legamenti. Il tempo dei ricordi è finito: mi allungo la palla e vedo che è in anticipo, ma vedo anche il suo ginocchio, terra di conquista. Alzo la gamba e premo forte sulla sua, con nonchalance addirittura, che per me è quasi prassi. Nemmeno il tempo di rimettermi in sesto che l’arbitro mi mostra il rosso e lo scrive sul taccuino. Roy Keane espulso.

SOPRA UN BOSCO DI GAMBE TESE – Io sinceramente quell’Haaland non l’ho mai capito. Il detto “Non svegliare il can che dorme” non dice nulla, caro Alf? Ma poi, che nome è Alf? Gli assomigli anche a quell’alieno orribile, detto fra noi. Non si scherza col fuoco, tu mi hai rotto i legamenti e mi hai umiliato davanti a tutti, il mio codice d’onore è peggio di quello della mafia russa e quindi paghi le conseguenze. Ho sempre avuto la fama di giocatore duro, anche se gli avversari più che “duro” mi hanno chiamato in altri modi. Però l’hanno sempre fatto davanti alle telecamere, mai in campo, dove tiravano indietro la gamba e magari a fine partita chiedevano pure in cambio la maglia. Io la maglia a quegli schifosi non la do, al massimo, se proprio vogliono, posso pestar loro l’avambraccio quando mi entrano in scivolata. E poi non si dica che non sono generoso o riconoscente. Sono cresciuto in mezzo al nulla a Cork, in un quartiere che proprio non si può rimpiangere. Mio padre aveva il sussidio statale e così anche io e i miei fratelli, figuratevi dunque se mi metto a mandare bacetti agli avversari.

WHAT DO YOU WANT FROM ME? – Certo, mi sarebbe piaciuto essere uno di quei calciatori che prendono palla e saltano tutti, ma più che saltare io facevo saltare quello che mi passava davanti. Non per cattiveria eh, per l’amor di dio, lo facevo per rispetto. Il calcio è un gioco da uomini veri, e da che mondo e mondo tra uomini veri ci si picchia e poi ci si rispetta sempre. Non come quel Patrick Vieira che faceva il gradasso con me e mi ha fatto diventare una star pure su Youtube adesso, mi fece davvero incazzare prima di quell’Arsenal – United, i miei compagni quello lì non li doveva assolutamente toccare, poi quel pezzo di pane di Gary. Ma d’altronde da un francese cosa ti volevi aspettare? Questo ed altro. Si dirà che di rossi in carriera ne ho presi tanti, ma chiedete al baronetto, a quel Sir Alex Ferguson che ora avete tutti in bocca: visto che vi piace essere ruffiani, chiedere al Sir quante volte gli ho salvato le chiappe, fatevi un po’ dire dallo scozzese quanti contrasti vinti, quanti palloni recuperati, quanti gol decisivi addirittura ho segnato nella mia carriera. E invece no, Roy Keane è cattivo, Roy Keane è un falloso irascibile irlandese. Roy Keane di qua e Roy Keane di là. Sapete solo riempirvi la bocca delle cavolate che scrivono i giornali.

CAPITAN PSYCHO – Mi faccio prendere dalla foga ma io sono un tipo tutto sommato tranquillo. E’ vero, delle volte ho esagerato, come quando presi undici giornate di squalifica: giocavo nel Nottingham Forest e all’arbitro dissi che sua moglie era stata molto più gentile con me, ma scherzavo. Gli arbitri non hanno il sense of humor, e pensare che in Inghilterra, un paese dove fa ridere Mister Bean, una battuta del genere dovrebbe sembrare frutto di Bill Hicks e invece nulla. Roy Keane cattivo, falloso e via discorrendo. Il Manchester United ha significato molto per me, quella squadra e quelle passioni me le porto sempre dentro. Ho sempre dato tutto, una vita a rincorrere gli avversari e a sradicare i palloni dalle gambe altrui (qualche volta prendendo sola la gamba, lo ammetto, ma è il rischio del mestiere). Il calcio per me non è mai stato soffice, oggi rabbrividisco solo a pensare che esistano calciatori con gli orecchini. Hey giovanotti, state giocando al football, perché vi agghindate come quelle signorinelle che si vendono sui marciapiedi?

ROY KEANE NASCE TONDO – Nella vita non ci si tira mai indietro, si entra sempre e costantemente a gamba tesa. Il piede a martello è una vocazione, qualcosa che ti porti dietro dalla nascita. Io sono nato povero e mi sono fatto da solo, e in Irlanda se non sgomiti non vai avanti, io tra l’altro ho anche tirato di boxe: quattro vittorie in quattro match, perché le mezze cartucce proprio non le sopporto. O si vince o si vince, e se si perde bisogna lottare. Una vita in tackle, mai banale. Acquisto più costoso del Manchester United, tredici cartellini rossi in Premier League, ventidue con la maglia del Nottingham, litigi con quasi tutti i miei allenatori, una Champions vinta e il cuore, perchè a pallone si gioca anche con quello. Tornassi indietro non cambierei neppure una virgola di tutto quello che ho fatto: riscriverei tutte le lettere che ho mandato alle squadre di calcio per farmi notare. Rifarei tutte le entrate in scivolata che ho fatto. Troncherei nuovo la carriera a quel figlio di buona donna di Haaland. Litigherei ancora con McCarthy e salterei il Mondiale. Darei l’anima per fare il mio mestiere, la cosa che amo. Sarei ancora, una volta per tutte, l’Al Capone del Manchester United. Sono Roy Keane.

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