Bohemian Rhapsody al cinema… quando Maradona presentò i Queen a Buenos Aires

Bohemian Rhapsody al cinema… quando Maradona presentò i Queen a Buenos Aires
© foto I Queen e Diego Armando Maradona

E’ uscito nelle sale cinematografiche il film sui Queen, Bohemian Rhapsody: ecco come uno dei più grandi gruppi rock del mondo conobbe il calciatore più rock del secolo scorso

Avvenne l’8 marzo 1981: i Queen stavano girando il mondo con il loro The Game Tour e quel giorno si apprestavano a tenere il loro quinto e ultimo concerto in Argentina. Due giorni prima avevano suonato a Mar De La Plata e per quella sera era prevista un’ulteriore tappa a Buenos Aires dove erano già stati una settimana prima. La richiesta di biglietti fu talmente elevata che le due date programmate il 28 febbraio e il primo marzo ’81 allo stadio ‘Josè Amalfitani’ (il temutissimo ‘Fortin’, la casa del Vélez Sarsfield) non furono sufficienti ad accontentare tutti i fan albicelesti della Regina. Ragion per cui il giorno della Festa della Donna fu aggiunto un terzo show. L’ultimo prima che la band inglese si trasferisse in Brasile. Il gran finale in una terra trasudante di passione che appena tre anni prima aveva ospitato i Mondiali di Calcio del ’78, quelli disputati sotto la feroce dittatura di Jorge Videla e vinti – tra mille polemiche (ricordate l’indigesta Marmelada Peruana?) – dalla tostissima squadra di casa dei vari Passarella, Kempes, Ardiles, Bertoni e martellatori vari.

La tragica guerra delle Falkland-Malvinas sarebbe sciaguratamente scoppiata dodici mesi dopo, ma quella sera 50mila argentini (sotto il palco) e quatto superstar inglesi (Freddie Mercury, Brian May, John Deacon e Roger Taylor) sopra volevano ancora prendersi per mano e festeggiare nel nome del rock. I Queen, d’altronde, volevano bene a quel popolo per cui calcio & musica erano solo due facce della stessa medaglia, riti apollinei da festeggiare cantando e saltando. Tant’è che a Freddie venne in mente di invitare al Fortin un ospite davvero speciale. Un capellone che faceva coi piedi quello che a lui riusciva così magicamente con le corde vocali. Ironia della sorte: le ultime tre lettere del suo nome (Freddie) erano le prime tre dell’altro (Diego).

I Queen e Maradona: serve altro?

Era giovane, piccolo e palesemente emozionato. Diego Armando Maradona aveva compiuto da poco 20 anni quando quella fresca sera di marzo del 1981 salì sull’enorme palco dei Queen piazzato nel ventre dell’Amalfitani di fronte a tutti quei suoi compatrioti in delirio (Maradò-Maradò-Maradò!). La Regina li aveva appena asfaltati suonando una versione smaccatamente hard di ‘Tie Your Mother Down’ e ora il concerto avrebbe regalato loro altri cinque preziosi bis. Il Pibe, ovviamente, era già un dio del football che solo per una mera questione di carta d’identità (e per l’ostracismo dogmatico del Flaco Menotti…) non aveva potuto alzare al cielo la coppa del mondo giocata dall’Albiceleste in casa e vinta contro gli olandesi nel ’78. Poco male, tempo qualche anno e si sarebbe rifatto con gli interessi in Messico. Prima “rubando il portafoglio agli inglesi” (e spezzando il cuore forse a Roger Taylor, il più football-oriented del gruppo) e poi lanciando l’amico Jorge Burruchaga nella verde autostrada dell’Azteca per trafiggere definitivamente i tedeschi dell’Ovest. Argentina 3 Germania 2.

Nel 1981 Diego aveva giocato la sua ultima stagione con la maglia dell’Argentinos Juniors prima di passare nel suo amato Boca (due squadre, diciamolo, non proprio amatissime dai tifosi del Vélez…) per poi imboccare la lunga strada verso il Vecchio Mondo (Barcellona, Napoli, Siviglia) e cementare sia la sua leggenda eterna che la sua rovinosa caduta nella polvere. Ma quella notte era ancora là, jeans sdrucito da ribelle e microfono in pugno, a presentare Another One Bites The Dust, il primo dei bis in programma. Fu un evento storico. Nessuna altra band di questo mondo avrebbe più avuto l’onore di ospitare sul proprio stage il calciatore più rock (assieme a George Best) del secolo scorso. Un’accoppiata incredibile e durata il breve spazio di una travolgente canzone funky composta da Deacon. Un balletto selvaggio, quello tra Mercury e Maradona, che a ripensarci in questo 2016 mette ancora i brividi. Come se oggi Leo Messi facesse qualcosa di simile coi miserabili Muse, ma ho come il velato sospetto che non sarebbe la stessa cosa.

IL RICORDO DI BRIAN – «Finito il concerto – ricorda Brian May passato recentemente per Milano durante una tappa del suo tour teatrale assieme alla cantante Kerry EllisDiego venne a trovarci nel backstage e, da bravi ‘calciatori’, ci scambiammo le nostre rispettive magliette. Maradona si mise sù la mia, quella con la Union Jack che sfoggiavo spesso in quel periodo e Freddie si pigliò la sua casacca dell’Argentina con ovviamente il 10 sulle spalle. Ci credi se ti dico che non l’ho mai più reincontrato da allora? Anzi, ora che ci penso il Pibe deve ancora restituirmi la mia t-shirt! (ride) In cambio io mi sono tenuto la sua divisa biancoceleste, la stessa che aveva indosso Freddie durante lo spettacolo di Buenos Aires». Ad ascoltare le parole del chitarrista riccioluto, è quasi impossibile non restare colpiti dalle enormi analogie tra l’incredibile vicenda sportiva di Maradò-Maradò-Maradò e le affermazioni artistiche dei Queen.

Sbocciati entrambi nel cuore degli anni ’70, a metà di quel tumultuoso decennio erano già entrambi delle star: la Regina per aver pubblicato l’accoppiata glam-sinfonica ‘A Night At The Opera/A Day At The Races’, Maradona per la caterva di reti avanguardistiche che stava già insaccando con la maglia biancorossa dell’Argentinos. Poi venne il fatidico incontro nel 1981 e, cinque anni dopo, l’apoteosi definitiva. Diego divenne campione del mondo (praticamente da solo) nel 1986 a Città del Messico (‘Grazie Dio, per il calcio, per Maradona, per queste lacrime…’, Victor Hugo Morales docet); appena tredici giorni dopo Mercury e company avrebbe registrato dal vivo il doppio ‘Live at Wembley’, il concerto per cui verranno ricordati per sempre oltreché il picco irripetibile della loro carriera (il cantante, purtroppo, si sarebbe ammalato da lì a poco). E poi altri successi sparsi fino a quel maledetto 1991. A marzo il Pelusa venne squalificato per doping dopo un malinconico Napoli-Bari e inaugurò ufficialmente il suo crepuscolo. Il 24 novembre, in una fredda serata londinese, la devastante morte di Freddie e la fine inconsolabile del suo balletto regale, a soli 45 anni. Vissuti, però, senza mai negarsi nulla. Come quell’altro.

LA RICERCA DELLA NORMALITA’ – «I calciatori sono un po’ come le rockstar, – racconta May che nella vita è pure laureato in Astrofisica – entrambi sono soggetti all’adulazione della folla ma anche a delle critiche tremende. Amo quegli atleti che sono riusciti a restare coi piedi per terra perché anch’io, ora, mi sento così: un uomo che non perde il contatto con la realtà delle cose. Certo, noi musicisti siamo decisamente più fortunati: possiamo suonare fino a 80 anni (Brian ne compirà 69 a luglio, Ndr) mentre chi gioca a calcio o tira di boxe deve arrendersi ai limiti temporali della sua condizione fisica. Eppure penso a personaggi come Maradona e mi dico: ma come farà? Finché vai in campo sei un dio e poi, appese le scarpe al chiodo, ti tocca reinventarti e diventare una persona normale. Ci vuole coraggio, credimi, a vivere una vita del genere. Gli ex calciatori diventati uomini hanno tutta la mia stima e immedesimazione.».

Certo, facile sostenerlo oggi con May che fa sfoggio di una gentilezza encomiabile (merce rara nello show-business) e Maradona che si avvicina ormai alla sessantina. Ogni tanto mette il naso fuori dalla sua villa, firma qualche autografo e tiene le orecchie puntate su Zurigo dove ha sede la FIFA. Questa è la normalità odierna. Quel lontano 8 marzo del 1981, invece, la Regina e El Diez volavano tutti assieme nella stratosfera del mito. Poi è passata. Ma lo spettacolo, come si dice, deve pur sempre continuare.