Juve, il piacere della normalità del poker in Croazia

Juve, il piacere della normalità del poker in Croazia
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4 gol a Zagabria, 4 motivi importanti

Nessuna esaltazione, per carità. E non per ritrosia sabauda a ingigantire tappe di passaggio, ma perché la strada che deve portare al passaggio del girone e al primo posto definitivo è ancora troppo lunga. La sensazione che il Siviglia sia un brutto cliente e che il pareggio di Torino possa pesare resta intatta alla luce della loro vittoria di ieri con il Lione, così come si approfondisce il sospetto che la Dinamo Zagabria sia troppo inferiore alle concorrenti per rubare qualche punto prezioso. Fatta la doverosa premessa, non si può non sottolineare il piacere della normalità acquisita con il poker servito in Croazia.

Perché era 20 anni che la Juventus non otteneva un successo così rotondo in Europa (proprio nella Champions vinta, con una vera lezione d’intensità impartita agli scozzesi del Rangers Glasgow). Senza contare le difficoltà incontrate negli ultimi anni, quando con Antonio Conte in panchina si era andati incontro a difficoltà impreviste e pareggi indigesti in terra danese e per ben due volte. Perciò, comportarsi finalmente da grande – per il punteggio acquisito, i modi, l’autorevolezza dimostrata e anche un certo gusto (senza compiacimenti) nel cercare la qualità nella via della rete – non può che essere motivo di soddisfazione e dare corpo a un’idea che mediaticamente attecchisce poco e che invece Allegri ha molto chiaro in testa: la costruzione di un gioco diverso, più tecnico, più efficace, con altri interpreti rispetto al passato recente. Il tutto può anche essere emblematicamente riassunto nella rete di Higuain servito da Pjanic, una specie di spot della campagna acquisti e della ricerca di una profondità che la Juve necessariamente deve perseguire avendo preso uno come il bomber argentino. Ci sono però altri motivi importanti a dare spessore alla seconda prestazione di Champions League. Mi limito a quattro, non necessariamente quelli più evidenti.

  1. L’inoperosità di Buffon. Può sembrare un dettaglio data la pochezza degli sforzi offensivi degli avversari. Ma continuo a pensare che la solidità difensiva della Juve, talvolta ai confini della perfezione per quanti senza voto regala al suo portiere lungo la stagione, debba necessariamente fare notizia. A tal proposito, per capirne la portata, basta esercitarsi sul ragionamento contrario. Qualora fosse entrato il pallone finito sulla traversa quando già si era sullo 0-1, oggi avremmo proposto giuste riflessioni su distrazioni o mancanze che hanno già afflitto la Juve da agosto in poi. L’aiuto della buona sorte permette così di avvalorare una constatazione che non ha eguali in Europa. Prendete il Bayern, il Barcellona o il Real Madrid: 90 minuti da immacolati non ci sono quasi mai. Tra Cagliari, Palermo e Sassuolo, Buffon non ha dovuto compiere un solo intervento degno di tal nome.
  2. La qualità della rosa. Si è fatto un gran dibattito attorno alle scelte di formazione del mister, ai presunti titolarissimi, agli intoccabili. A parte che i numeri delle rotazioni dicono che i top team europei si comportano nello stesso modo dei bianconeri, avere fatto a meno di Alex Sandro o Lemina a Zagabria, i due giocatori fisicamente più brillanti di questa fase, dicono molto sulla scelte possibili, anche se la litania sulle assenze spesso fa parlare di situazione emergenziale anche quando si è nei limiti fisiologici degli infortuni.
  3. Il movimento complessivo. La Juve può crescere in termini di velocità d’esecuzione, certamente. Ed Allegri non risparmia mai critiche indirizzate a quelle situazioni di gioco dove non mancano errori di passaggio. Ma la Juve sta mutando pelle nella direzione che lui vuole: i movimenti dei giocatori si fanno più imprevedibili, anche senza venire accompagnati dall’intensità. Conseguentemente, aumenta il possesso palla come non era mai successo prima (con nessun tecnico, bisogna risalire all’inizio degli anni Duemila in casa Juve). Quanto conti l’avere innestato Dani Alves in questo contesto è assolutamente fondamentale.
  4. L’evoluzione dei moduli. In un ipotetico sondaggio sul 3-5-2, i sostenitori tra i tifosi sarebbero la minoranza. Il perché si coltivi il desiderio di cambiare ha molteplici ragioni, per trattarle ci vorrebbe lo spazio di un’enciclopedia e forse non bisognerebbe limitarsi neanche solo al calcio, occorrerebbe un surplus d’indagine in qualche altra disciplina… Il finale di Zagabria, con l’apparizione del 4-2-3-1, è poco significativo a giochi fatti, ma ci consentirà infinite discussione sotto la voce “evoluzione dei moduli”. E non è un male, convinto come sono laicamente che non esista una versione ideale della tattica nel calcio di oggi, ma la capacità immediata di rispondere con sicurezza ai problemi e alle esigenze che si propongono in una partita. Per riuscirci non ci sono scorciatoie, ma forse si è iniziato il cammino.