L’Italia capovolta di Ventura

L’Italia capovolta di Ventura
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C’è poco da essere felici per il pareggio contro la Spagna

L’interpretazione più normale della sfida tra Italia e Spagna è quella che vede la gara totalmente dominata dagli iberici e la capacità degli azzurri di riprendere il risultato con la forza dell’orgoglio e grazie anche all’apporto energetico dei nuovi entrati Immobile e Belotti. Prima di provare a rovesciare la prospettiva, restiamo su questi dati più evidenti e ipotizziamo qualche motivazione per ciò che è successo.

Alla vigilia della sfida, Giampiero Ventura ha presentato l’incontro con il suo tradizionale modo di fare, tra il didattico e l’umile, come se la prima necessità fosse quella di “cancellare” il più possibile il ricordo del bel 2-0 dell’Europeo. Che ovviamente significava fare i conti con l’eredità di Antonio Conte, un patrimonio ormai disperso anche perché legato in maniera indissolubile all’attuale allenatore del Chelsea. Il tutto, a dispetto di un modulo riproposto in carta carbone e a una formazione di partenza che annoverava solo due cambi rispetto al precedente scontro diretto: Romagnoli al posto dello squalificato Chiellini (che firmò il gol del nostro vantaggio, ma il milanista si è ben comportato dimostrando sicurezza e personalità); Montolivo per Giaccherini (un costruttore di gioco lento e terribilmente sfortunato, sostituito da Bonaventura, laddove il Giak incarna perfettamente le idee e il temperamento di Conte).

Ma la vera differenza tra giugno e ieri sta probabilmente nella natura dell’incontro che ha ulteriormente contribuito a proporre un’interpretazione diversa, per non dire opposta. Conte aveva l’obbligo di vincere, la sfida era a eliminazione diretta e un prolungamento ai supplementari avrebbe zavorrato la squadra di fatica per il possibile quarto successivo. In obbedienza a questo, il ritmo e l’intensità è stata tale da sorprendere totalmente la Spagna, che non ama assolutamente chi va a mordere le caviglie e lo fa in ogni zona del campo, con coraggio e determinazione. Ventura, invece, ha coltivato la mentalità di chi pensa seriamente di essere inferiore per organico e per cultura di gioco, come se il percorso per arrivare a un buon grado di competitività fosse estremamente lungo. Così, però, ogni tappa rischia di somigliare a un calvario. E non necessariamente ritenersi inferiori è il terreno di partenza giusta per migliorare seriamente. In pratica, quindi, l’attuale Ct ha ritenuto che un pareggio nelle qualificazioni fosse un risultato accettabile, persino auspicabile in questa fase iniziale della sua gestione. Ed è qui, oltre ad alcune scelte discutibili di formazione e a cambi arrivati in ritardo, la sua principale responsabilità. Perché per quel che si è visto allo Juventus Stadium, lo spirito di soggezione già denunciato nell’amichevole con la Francia non è per nulla diminuito, anzi. La foto di Gea isolato nella propria metà campo per lunghi minuti è stata la migliore istantanea di un incontro nel quale il possesso palla ha registrato un divario che nel nostro campionato non ha riscontro quando la Juventus affronta una pericolante nel suo stadio, anche quando risolve la partita già nella prima mezzora.

Proviamo a entrare dentro quest’Italia capovolta, a due facce, totalmente diversa da quella che all’Europeo ci era sembrata persino miracolosa rispetto alle aspettative (salvo ascoltare Conte propendere per una lettura molto più terrena, impostata su un duro lavoro e non sulla ricerca di qualche formula magica o fortunata). Proviamo cioè a immaginare che Ventura avesse una sua soddisfazione nel rientrare all’intervallo sullo 0-0, fidandosi di tre fattori: la sterilità spagnola figlia anche del loro compiacimento, annullata dalla nostra robustezza difensiva con un Barzagli a livelli incredibili; la possibilità di cambiare spartito nella ripresa (ma non è terribilmente frustrante perdere “culturalmente” e non per eccesso di tiki-taka, ma per assenza di sane e riuscite ripartenze tipiche del calcio all’italiana di un tempo che fu); infine, la speranza che potesse funzionare una carta nel parco riserve, un calcolo non sbagliato se è vero che Belotti e Immobile hanno regalato un brio improvviso e inaspettato.

Però, come si può arrivare anche a “salvare” il pessimo primo tempo, non si può eccedere in entusiasmo per la rimonta generatasi nella ripresa. Perché l’1-1 non è un buon risultato. Perché si è riconquistata una misura degna per stare alla pari con un agonismo feroce, assolutamente non riproducibile in altri contesti. E perché non si è vista alcuna certezza che nel lungo viaggio da qui alla fine delle qualificazioni un’espressione complessivamente così modesta non possa andare incontro, prima o poi, a qualche incidente di percorso, a un passo falso, anche solo un pareggio, che ci porterà a faticare alquanto a conquistare il primo posto. Che, Ventura lo ricordi, deve essere il nostro obiettivo, da perseguire assolutamente.