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Calcio italiano

Calcio italiano in crisi: 1,9% di Under 21 in Serie A, 68,5% di stranieri! Tra false soluzioni e ostacoli, ecco come invertire la rotta

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Pio Esposito Bosnia Italia

Calcio italiano in crisi: tra false soluzioni e ostacoli, come invertire la rotta per far rinascere il nostro campionato. Tutti i dati

Il calcio italiano è di fronte a un bivio anagrafico e identitario. Come analizzato da Tuttosport, la Serie A non è un campionato per giovani, tanto meno per gli italiani. I numeri parlano chiaro e descrivono un sistema che fatica a valorizzare i propri talenti.

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I numeri di un’emergenza

Il nostro massimo campionato è ormai “terra straniera“. Ecco i dati che fotografano la situazione:
1,9%: è il misero minutaggio concesso agli Under 21 italiani nell’attuale campionato.
• 67,9%: è il minutaggio totale assorbito dai giocatori stranieri.
• 68,5%: la percentuale di tesserati stranieri in Serie A, un dato che tra i top 5 campionati europei è secondo solo alla Premier League (72%).

L’abrogazione del Decreto Crescita non ha invertito la rotta. Il vero ostacolo spesso è economico e normativo: le trattative tra club italiani richiedono garanzie e liquidità immediata che all’estero, molto spesso, non vengono pretese.

Le false soluzioni: l’obbligo Under e le regole Uefa

Le norme attuali (come l’obbligo di 8 giocatori formati nei vivai sulle rose da 25) si sono rivelate blande e inefficaci. Anche la recente proposta di Luciano Spalletti, che suggerisce l’inserimento obbligatorio di un Under 19 in campo, presta il fianco a critiche. L’esperienza della Serie C insegna: in passato, l’obbligo di schierare giovani ha generato un mercato fittizio, con ragazzi utilizzati per ragioni burocratiche e gettati nel dimenticatoio l’anno successivo. Molto più lungimirante appare la Riforma Zola attuata in C, che lega i premi agli investimenti strutturali e nello staff.

Il muro dell’UE e l’urgenza dello Ius Soli Sportivo

Imporre quote rigide di italiani, come vorrebbero alcuni, si scontra con un ostacolo legale insormontabile: la giurisprudenza comunitaria. A differenza di sport formalmente “dilettantistici” come la pallavolo (che può imporre tre italiani in campo), il calcio professionistico non può applicare restrizioni discriminatorie sul lavoro.

Ma il tema cruciale, oggi, è prettamente sociale e politico: l’Italia è in grave ritardo sullo Ius soli sportivo. Mentre nazioni come la Spagna esaltano talenti di seconda generazione alla Lamine Yamal, il nostro sistema burocratico frena l’integrazione. L’emblema è il giovanissimo Honest Ahanor: uno dei pochissimi Under 19 a giocare con continuità in A, costretto ad aspettare la maggiore età per poter vestire l’azzurro. Un ritardo normativo che il calcio italiano, reduce dalla delusione in Bosnia, non può più permettersi.

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