Francesco Totti ha ripercorso la sua carriera tra Roma ed extra-campo nel corso di questa intervista. Le sue parole
Toccante intervista rilasciata da Francesco Totti al Corriere della Sera. Le sue dichiarazioni.
RITIRO DAL CALCIO – «Da una parte quello era il giorno più bello della mia vita, perché mi aspettava, oltre quella porta, una festa clamorosa, unica. Ma dall’altra c’era tanta malinconia, perché finiva la mia carriera. Ero morto dentro. Ero incredulo, non accettavo di aver smesso. C’è stato un momento in cui ho rischiato la depressione. Che è una parola pesante, che spaventa. Ma non riuscivo a ritrovare il senso delle cose. Noi calciatori siamo abitudinari, la nostra vita è scandita in modo regolare. Improvvisamente arrivava il vuoto. Mi sentivo solo in mezzo all’oceano. Mi sembrava che il vuoto mi soffocasse. Non ero pronto, improvvisamente mi mancava la terra sotto ai piedi. Quel vuoto si è fatto una voragine. La morte di papà per me è stata la fine di tutto. Quando se ne è andato, mi è mancata l’aria».
TORNARE ALLA ROMA – «La Roma è stata, è e sarà sempre tutto per me. È la mia seconda pelle, forse persino la prima. Quello che io ho vissuto con questa maglia non credo abbia paragoni. Tornare alla Roma? Mai dire mai. Quando ho smesso mi hanno cercato due squadre, il Genoa e il Como. Sinceramente ci ho pensato. Cuore e testa dicevano due cose diverse. Ho seguito il cuore e ho detto di no. Ho avuto solo una maglia per tutta la vita e così doveva restare. Ho finito quel giorno, oltre quella porta, dove c’è il rumore e il verde».
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NO AL REAL MADRID – «Non sono pentito, ma un po’ di rammarico c’è stato. Nel 2004 nei Galacticos, che si chiamavano così non per caso, giocavano Beckham, Zidane. Avrei vinto tutto. Forse anche il Pallone d’oro. Ma è andata bene così. Anche lì abbiamo deciso insieme io e il cuore. E la pensavamo allo stesso modo. Ai tempi di Pallotta io ho lasciato tre anni e mezzo di contratto perché non volevo fare la bella statuina. Mi sembrava naturale che uno come me fosse coinvolto nell’area tecnica. Forse ne posso capire di più di gente che fa il commercialista, l’avvocato, il dottore. Se ognuno facesse il suo mestiere, sarebbe un bene per tutti. Quando ero nella Roma come dirigente mi chiamavano solo quando c’erano problemi, per mettere pezze. Io mi sentivo parte e volevo essere nel progetto, non un uomo immagine. E anche ora questo non voglio fare. Mi hanno cercato per il centenario, ma sempre stretto in quel ruolo formale. Quell’amore non finisce. Ho il massimo rispetto per loro, non ho mai chiesto nulla e mai lo farò. Se hanno bisogno della mia conoscenza del calcio, sono qui. Comunque il centenario lo festeggerò, con la gente di Roma, con i romanisti. In fondo, di questo secolo di storia, io credo di averne segnato, sul prato di questo stadio, almeno un quarto».
SPALLETTI – «Abbiamo solo fatto uno spot insieme. Ci siamo divertiti. Io e lui avevamo un rapporto bellissimo, che andava oltre il calcio. Nell’ultimo anno ci sono stati problemi, attriti velenosi che secondo me venivano dall’alto, dalla società. Qualcuno lo ha convinto che io abbia tramato per mandarlo via. Ma è vero il contrario. Lui mi faceva giocare anche con una gamba sola. Mi trovavo benissimo con lui. E poi io, in 25 anni di carriera, non ho mai preteso nulla, ho sempre sperato che la società acquistasse grandi giocatori, per vincere, e non ho mai remato contro nessun allenatore. Per me, credo di averlo dimostrato, veniva prima di tutto l’interesse della Roma, della squadra, dei tifosi».
COVID – «Ho rischiato di morire. Morire di Covid, come mio padre. Stavano per ricoverarmi, avevo 87 di saturazione e una broncopolmonite fortissima. Ho passato 21 giorni con la febbre a trentanove e non respiravo. Poi mi ha chiamato il professor Zangrillo che mi ha suggerito di dormire con il torace sul letto, in modo da aprire i polmoni. Ne sono uscito, ma me la sono vista brutta».
SUO FIGLIO CRISTIAN – «Lui giocava a calcio e aveva un problema di respirazione. Fece una visita di controllo e la sera il medico mi chiamò per dirmi che dagli esami era emersa una macchiolina vicino al cervello. Mi si è fermato il respiro, il cuore, non capivo più nulla. Abbiamo iniziato il calvario delle visite e dei pareri e alla fine si è capito che il problema era localizzato in quello che viene chiamato “Acquedotto di Silvio”, un canale che porta il liquido che serve al cervello. Il Coni gli ha revocato giustamente l’idoneità sportiva. Avrebbe dovuto operarsi per tornare a giocare. Ma abbiamo deciso che fosse meglio lasciar stare. Era il cervello, non un gomito».