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Calcio Estero

De Zerbi: «Mi piace essere libero. Verratti è uno dei miei preferiti»

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Roberto De Zerbi a cuore aperto: ecco le dichiarazioni dell’ex attaccante del Sassuolo, ora sulla panchina dello Shakhtar Donetsk

Roberto De Zerbi ha rilasciato una lunga intervista a RMC Sport.

DIVERTIMENTO«Non voglio fare questo lavoro se non mi diverto. Cercavo quella sensazione quando ero un giocatore, ed è lo stesso ora che sono un allenatore. Quando si tratta di calcio, metto sempre al primo posto questa nozione di piacere. Ha giocato un ruolo enorme. In campo cercavo il piacere di giocare. Per divertirmi, avevo bisogno di avere la palla tra i piedi. Se la squadra ce l’ha, o me. Questo è quello che sto cercando di replicare sulla mia scala ora, come allenatore. Voglio che la mia squadra abbia la palla, che sia responsabile del gioco, che i giocatori di alta qualità siano nella migliore posizione possibile per giocare a calcio. È chiaro che sto cercando di portare quello che ero da giocatore nel mio lavoro di allenatore».

MILAN DI SACCHI« Il DNA di questo Milan era in me come giocatore e lo è ancora come allenatore. Il Milan di quegli anni vinceva giocando meglio degli altri, con giocatori di immenso talento. Ho preso tutto questo per il resto della mia carriera».

I NUMERI 10«Penso che le mie squadre non possano giocare senza almeno un numero 10. Se guardi le mie squadre, ci sono almeno due o tre numeri 10 insieme. Ci sono diversi tipi di numero 10. C’è chi costruisce il gioco un po’ più in basso come Maxime Lopez, Stefano Sensi e Manuel Locatelli, ma ci sono anche i 10 fuori centro come Domenico Berardi che parte dalla destra o ancora Djuricic che è un’altra forma di 10. Non penso al numero 10 in termini di posizionamento in campo, ma piuttosto a livello psicologico, sulle sue intuizioni. Al Sassuolo a volte abbiamo schierato 5 giocatori che possiamo qualificare come numeri 10, ma con caratteristiche diverse. E allo Shakhtar è lo stesso. Ho Salomon, Mudryk, Alan Patrick, Pedrinho, Tetê, Marlos. Sono tutti il ​​numero 10 nella mia visione del gioco, non hanno tutti lo stesso profilo. Ad esempio Alan Patrick è più un costruttore, un geometra sul campo, dove Pedrinho è più Djuricic, Tetê è più Berardi, Salomon è più Boga. Sono tutti giocatori di alta qualità che aggiungono imprevedibilità alla squadra».

OLTRE IL CALCIO – «Siamo prima di tutto esseri umani. Solo allora viene il fatto di essere giocatori, allenatori, dirigenti, giornalisti, ecc. Non puoi sapere cos’è il mondo del calcio se non conosci il mondo che ti circonda. Quando ci sono eventi importanti, nella vita professionale o a livello sociale, per me è normale che i miei giocatori conoscano la mia visione della cosa, cosa ne penso. È uno scambio».

AVERE IL CONTROLLO«Non c’è un solo modo per vincere altrimenti faremmo tutti la stessa strada. A me non piace fare scommesse, non mi piace andare al casinò, non mi piacciono le scommesse sportive. Amo lavorare e credo nel valore di lavorare in questa professione. Lanciare lanci lunghi davanti sarebbe come dire ‘Non so se sarò io o l’avversario a recuperare il pallone, vediamo’. Se invece concentro il mio lavoro con la palla, quando sbaglio vuol dire che devo lavorare di più e se ci riesco vuol dire che il lavoro paga».

VERRATTI «È uno dei tre giocatori italiani che mi piacciono di più. Può fare tutto. Può giocare come regista, come trequartista, come staffetta centrale e anche come trequartista. Sa giocare a calcio».

CALCIATORI DEL SASSUOLO IN NAZIONALE«Sono felice come i genitori di questi tre giocatori. Non che mi senta responsabile o che ne tragga meriti, ma sono felice perché li apprezzo e c’è un elemento di affetto. Abbiamo cercato di metterli nelle migliori condizioni in modo che potessero fare bene in campo. Erano già forti. Abbiamo dato loro fiducia, tempo, l’opportunità di divertirsi e progredire. Vediamo il risultato e continueremo a vederlo indipendentemente dal loro futuro e dal loro club in futuro».

LIBERTA‘ – «Senti, mi piace essere libero. Non sono ancora pronto a rinunciare alla mia libertà per la mia carriera».

BIELSA – «Marcelo è un grande. Sia come uomo che come allenatore. Il suo modo di essere, il suo modo di pensare e il fatto di non aver mai lasciato che la sua carriera fosse condizionata dalla sua personalità. Non ha mai messo la sua carriera al di sopra dei suoi valori e del suo modo di essere».

SHAKHTAR – «I dirigenti hanno una visione del calcio simile alla mia. Prima di firmare ho capito che mi avrebbero seguito nel reclutamento e c’erano già giocatori che mi piacevano molto. Non chiedo particolarmente tempo, mi concentro di più sui giocatori e sulle cose di cui ho bisogno per lavorare».