Mancini e Balotelli: la storia di un padre e un figlio

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La storia di Balotelli e Mancini racconta di alti e bassi, passione e tradimento, pugni, medaglie, amore ed odio.

Era il dicembre 2007 quando Mancini fece esordire un puerile diciassettenne di nome Mario Balotelli e, da quella volta, l’infante bad-boy è cresciuto sotto all’occhio vigile del suo mentore, che l’ha visto segnare, sbattere la testa e poi diventare uomo.

Con l’approdo al Milan, Balotelli ha lasciato Mancini, come capita ad un figlio che, in eterna lotta con il padre, decide di scappare di casa in piena notte, perché un tetto solo è troppo poco per due uomini. SuperMario ha sentito l’impulso di fuggire dalle grinfie di un padre troppo oppressivo, per fare le sue bizze altrove, per cercare un briciolo d’indipendenza.

Al momento dell’addio, però, tutte le liti vengono dimenticate, tutte le divergenze vengono riposte nel cassetto del passato, rimane solo una tremenda nostalgia, che un Mancini solitamente impassibile non è riuscito a trattenere di fronte ai microfoni dei giornalisti. Nei suoi occhi di padre sconfitto c’è tutto il rammarico per una dolorosa separazione, dopo averlo lanciato nel mondo del calcio, averlo allattato, avergli trasmesso i trucchi del mestiere, ricoperto di soldi, insegnato ad indossare una casacca, coccolato e rimproverato nel momento opportuno.

 
Mancini, austero e vigile come una figura paterna, ha cercato, invano, di disciplinare un ragazzo scapestrato, indomabile e capriccioso.

Oltre a tutte le divergenze però, oltre alle risse da bar in pieno allenamento, bisogna ammettere che Balotelli e Mancini si somigliano: sono come un padre e un figlio, sangue dello stesso sangue, genio dello stesso genio, eppure in perenne conflitto. La separazione è stata inevitabile: SuperMario si è sentito soffocato dall’amore del suo allenatore, come un claustrofobico chiuso in un ripostiglio. Al Mancio diciamo di non rattristarsi più del dovuto: del resto tutto ciò che troppo si ama ci farà soffrire in un modo smisurato.

Balotelli e Mancini non sono gli unici ad aver evidenziato questo conflitto generazionale, che si instaura tra quella leva di emergenti calciatori ribelli e la più ponderata categoria degli allenatori.

Ne sanno qualcosa Delio Rossi e Adem Ljajic, che hanno preferito menarsi amabilmente, anziché coesistere all’interno di uno stesso spogliatoio, cercando un dialogo, cercando un patto generazionale. L’uno dentro, l’altro fuori, anche le loro strade si sono divise, e menomale che a Firenze si diceva che quel Delio coi giovani ci sapeva fare…ma forse ormai sono i giovani che non ci sanno più fare con i più anziani allenatori.

E che dire di Zeman? L’allenatore più anziano della Serie A che coi giovani sapeva intendersi a menadito, con i quali costruiva un rapporto di stima e sana cooperazione, adesso non sembra più riuscire a comunicare con loro. Triste destino di un maestro che non trova più negli occhi dei suoi allievi il valore dei propri insegnamenti.

Adesso più che mai – e non solo nel calcio – la nostra società ha bisogno di stringere un patto generazionale, tra i lavoratori di oggi e quelli del futuro, tra i giovani a caccia di speranze e gli anziani che giocano bendati sul ciglio della strada, in cerca di una pensione. Insomma, ci vorrebbe un compromesso, un intento di accordi…a volte basterebbe guardare tutti nella medesima direzione.

E se è vero quello che dice Shakespeare: “Ci vuole un padre saggio per conoscere il proprio figlio”, Mancini conosce il suo pupillo come le proprie tasche, sa che per lui adesso la cosa migliore è tornare in Italia. Super Mario sarà adottato da un nuovo maestro: quell’Allegri che è riuscito a contenere la sregolatezza calibrata di Ibrahimovic e che adesso dovrà accogliere sotto al suo grembo un bizzoso talento, con la promessa di svezzarlo e consacrarlo definitivamente come un campione maturo.