Ode al direttore

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Il 2012 è stato un anno pesante per milioni di persone, tra chi temeva di vedere la propria vita finire per volere di una popolazione vissuta centinaia di anni fa, e chi ha dovuto sorbirsi per settimane le teorie catastrofistiche dei primi. Tuttavia, la tragedia (prettamente sportiva, s’intende) per chi tifa Palermo ha già avuto inizio, e potrebbe estendersi per i prossimi mesi, se non addirittura anni. E tutto sembra essere iniziato proprio quando chi avrebbe dovuto risolvere questi problemi, ha deciso di varcare la soglia della sede di Viale del Fante, probabilmente ignorando il destino a cui stava per andare incontro.

Pietro Lo Monaco, uomo di campo prima ancora che uomo di scrivania, ha già avuto a che fare con dei personaggi a dir poco pittoreschi, prima ancora di incontrare Maurizio Zamparini: l’esplosione totale della propria carriera alle dipendenze di Pulvirenti, presidente focoso e appassionato, attaccato più alla squadra della sua terra che all’investimento fatto, come quando decise di lasciare l’Acireale per tentare la scalata all’Eldorado del calcio italiano alla guida del Catania, non senza portare con sè il suo fidato scudiero nativo di Napoli; dopo il magico periodo vissuto ai piedi dell’Etna, arrivò il momento più critico nella carriera del Nostro direttore, trasferitosi sulle rive del mare di Genova per provare a far spiccare definitivamente il volo al Genoa, guidato da quell’Enrico Preziosi capace sia di costruire qualcosa di straordinario al comando del Grifone, per poi rovinare parzialmente tutto con quella valigetta ricevuta dall’ignaro Maldonado, in quel giorno di maggio del 2004.

Ma quando Lo Monaco sbarca a Palermo per accettare una specie di “mission impossible”, anche il più scettico tifoso tra i tifosi rosanero, che fino a qualche settimana prima non avrebbe accettato di vedere il proprio club guidato da un ex esponente del calcio etneo, sembrava crederci un pò di più. Ricucito il rapporto con i tifosi, stilata una serie di promesse da mettere in pratica con la riapertura del mercato: promesse per gran parte mantenute, con l’arrivo di ben dieci nuovi giocatori alla causa di Gian Piero Gasperini. Già, il Gasp, un mister non ancora atterrato ai piedi di Monte Pellegrino che già qualcuno aveva detto di lui “ma sì, tranquilli, per Zamparini c’è già un’altra tacca da mettere sul suo fucile”. Ventuno partite è riuscito a farle, poi la pazienza del presidente e di gran parte della tifoseria è finita in maniera secca: Carmona e Denis contribuiscono al secondo esonero stagionale, ma non solo.

Al vulcanico imprenditore friulano non piacciono alcune azioni compiute dal suo amministratore delegato, e l’ennesimo diverbio porta alla separazione tra lui e Lo Monaco: impossibile concedere una tale importanza, un incarico così pieno di responsabilità a chi, a differenza sua, aveva preso pienamente a cuore l’incarico di risollevare le sorti di un club ridotto in un cumulo di macerie, dopo gli anni d’oro degli assist di Pastore, delle corse di Cavani, dei gol da cineteca di Miccoli e della guida quasi da padre affettuoso di Delio Rossi. Era già successo con Panucci, assunto per fare da collante tra uno spogliatoio ormai inesistente e una dirigenza quasi assente, ma le cui aspettative erano troppo elevate per avere a che fare con una riproposizione moderna della figura di padre-padrone, più padrone che padre. E ora che Lo Monaco è stato fatto fuori senza particolari demeriti, anche il tifoso palermitano, il cui scetticismo per l’arrivo dell’ex ad catanese era stato quasi sedato, è tornato a essere scettico. E il peggio sembra dover ancora venire…