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Calcio italiano

Paolo Tomaselli: «Perchè abbiamo dimenticato Giuliani»

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Paolo Tomaselli, firma del Corriere della Sera, ha rilasciato un’intervista per Calcionews24 sul suo ultimo libro

Paolo Tomaselli è una firma del Corriere della Sera. Una di quelle che vale la pena seguire per capire meglio le partite del presente. Edito da 66thand2nd, è uscito il suo libro Giuliano Giuliani, più solo di un portiere. É qualcosa di più di un ritratto su una delle figure più
rimosse del calcio italiano. Giuliani è un giocatore dimenticato, nonostante sia stato il numero 1 del Napoli del secondo scudetto. E già solo per questo il libro rientra tra le storie che mi piace definire necessarie. Perché dentro la memoria collettiva e le sue dimenticanze
c’è sempre qualcosa che riguarda tutti noi e non solo il mondo del pallone.

Il tuo libro nasce da una lettera che avevi mandato a Giuliani da piccolo. E allora ti chiedo come hai vissuto tutta la sua vita: l’essere stato un suo tifoso, l’averlo vissuto da “avversario” e poi la tragedia. Insomma: il tuo Giuliani.

«Durante la pandemia ho ritrovato nella casa dove sono cresciuto questa letterina, fatta come esercizio di scuola: “Scrivi al tuo idolo”, nella quale chiedevo a Giuliani informazioni sulla sua vita, dichiarandogli la mia ammirazione e la mia voglia di essere un giorno “bravo come lui”.
Per me il calcio soprattutto da bambino si è sempre identificato con i portieri, un ruolo per me magico, e poi veniva il resto. Quindi l’inizio della mia passione, fortissima, si è incrociato con questo portiere, che non era il più forte della sua epoca, ma era tra i migliori e difendeva
i pali per la squadra che mi aveva stregato vincendo lo scudetto, l’Hellas Verona. Poi ho seguito la carriera di Giuliani a Napoli, sognando di indossare le maglie che disegnava lui stesso e che mi colpivano rispetto a quelle classiche del passato. Nel 1992 lui smette e nel 1996 un mio compagno di scuola mi dà la notizia della sua morte: ricordo ancora la brutta sensazione che provai. Da ragazzo la percezione del suo dramma mi era arrivata molto sfumata, come credo sia normale: allora ho cercato di recuperare tutto il tempo perduto lavorando per oltre due anni a questa storia».

Sicuramente Giuliani è uno dei personaggi del calcio più rimossi. Perché? Sta dentro la rimozione più grande dell’Aids (ancor più per lo sport) o perché lui stesso non era un personaggio?

«Questo di fatto è il nucleo del libro, che presenta al suo interno tante domande e alcune possibili risposte, cercate anche sul campo, perché ho incontrato e sentito – e provato a sentire – tanti protagonisti dell’epoca. Sicuramente l’Aids con il suo stigma sociale ha avuto un peso fortissimo nella rimozione di Giuliani, che era un calciatore noto ai tempi, ma ben lontano dai riflettori. Zenga e Tacconi oltre che più forti erano anche personaggi, lui non ha mai cercato
questa ribalta. Detto questo, per la vergogna della malattia e per proteggere la figlia Gessica, nata nel 1989, lo stesso Giuliano si è in qualche modo isolato, cercando di lottare fino all’ultimo contro la malattia. Resta il fatto che negli ultimi anni frequentava regolarmente
gli stadi come osservatore (fino a cinque giorni prima di morire era sugli spalti…) e alcuni facevano finta di non vederlo, quasi fosse un fantasma. Un aspetto molto doloroso per lui, che a sua volta cercava di stare sempre più defilato, per evitare ulteriori momenti di imbarazzo o
di amarezza».

Di solito le squadre sono anche piccole comunità di amici che resistono al tempo. Hai avuto modo di capire cosa sia oggi Giuliano per i compagni di un tempo?

«Ho contattato tanti ex compagni, ovviamente non tutti perché sarebbe stato impossibile, ma diciamo un campione significativo. A Como, dove è esploso e a Verona dove si è consacrato ad alto livello, c’è un ricordo bellissimo di Giulio – come lo chiamavano gli amici -. Un ragazzo
introverso, ma brillante, capace di aprirsi con le persone di cui si fidava. Anche a Napoli e a Udine gli vogliono bene – questo l’ho percepito sempre – ma alcuni ex colleghi non mi hanno voluto parlare: un po’ per non riaprire vecchie ferite, credo, un po’ perché questa storia
a qualcuno non è mai piaciuta. Mi spiego in estrema sintesi: il fatto che Giuliani avrebbe contratto la malattia all’addio al celibato di Maradona e il fatto che a Udine abbia giocato per lungo tempo da sieropositivo sono due aspetti che alcuni ex colleghi non ricordano
volentieri. E nel libro ho cercato di approfondire anche queste due situazioni».

Infine, l’ultima rimozione: quella tecnica. Spesso ho la sensazione che quando si pensa al Napoli degli scudetti si faccia questa equazione: primo scudetto = follia e originalità di Garella; secondo scudetto = minor felicità e Giuliani più “normale”. Che portiere era?

«Credo di non sbagliare nel dire che ogni cosa riguardante il Napoli sia filtrata dalla luce enorme che emana la figura di Maradona, che mette in ombra tutto il resto, figuriamoci un ruolo come il portiere. Tutti, già all’epoca, erano concordi nel dire che il primo scudetto era stato qualcosa di speciale, mentre il secondo in qualche modo è quello della maturità di una squadra alla fine del ciclo dorato di Diego, che aveva vinto anche la Coppa Uefa (sempre con Giuliani). Garella era spettacolare con il suo stile unico ed era un leader nello spogliatoio,
Giuliani – unico portiere italiano ad aver parato due rigori a Maradona – era un portiere che faceva della posizione la sua grande forza, quindi meno appariscente, anche nella gestualità verso i compagni, nella teatralità che all’epoca ancora era parte del ruolo. Doveva andare
all’Inter quando Zenga sembrava ormai promesso al Napoli, ma poi a Napoli ci andò lui. Era affidabile, dal rendimento elevato anche negli anni migliori, tanto che Zoff lo chiama nell’Olimpica (è il secondo di Tacconi a Seul 1988, con Rocca ct) e Vicini lo convoca in azzurro per un’amichevole. Nel 1990, l’anno dello scudetto e del Mondiale, sarà però il giovane Pagliuca ad andare a Italia 90. E Giuliani quell’estate finirà a Udine».

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