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Shevchenko: «I tifosi del Milan meritano la Champions. Vi dico il prossimo Pallone d’Oro»

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Shevchenko

Shevchenko ha parlato a Repubblica in occasione dell’uscita della sua biografia, tantissimi gli argomenti dal presente, al passato al futuro

Shevchenko ha parlato a Repubblica in occasione dell’uscita della sua biografia, tantissimi gli argomenti dal presente, al passato al futuro.

SHEVA CHAMPIONS- “L’identificazione è giusta. La mia unica possibilità di farmi vedere fuori dall’Ucraina era la Champions. E siccome con Lobanovskyi la Dynamo Kiev faceva ottimi risultati e io ero al centro di quel progetto, Braida e Galliani sono venuti a vedermi. Per questo poi ho avuto la possibilità di finire al Milan”.

SULLA SUPERLEGA- “Che così si distrugge il calcio, la tradizione. Io sono venuto fuori dalla Champions League: la formula che hanno inventato non l’ho capita”.

MODELLO AMERICANO- “Se uno guarda bene la struttura degli sport professionistici americani, magari il modello di business è anche migliore di quelli europei. Però negli Usa ci sono dei principi base: la squadra peggiore sceglie il migliore giocatore e poi non è vero che non giocano per il successo. Io non ho capito su quali principi si fonda la Superlega”.

SOLDI IMPORTANTI- “Senza soldi il calcio non funzionerebbe, si abbasserebbe il livello: il calcio ha bisogno di spettacolo e lo spettacolo di soldi. Ma come ha detto Guardiola, non ha senso creare un torneo in cui rimani sempre. Ci sono tante cose da chiarire: è stato un progetto presentato malissimo. Fin dall’inizio ho detto che distruggerebbe calcisticamente Paesi come il mio e tanti altri: quelli che non hanno i 5 campionati più importanti. E sarebbe un danno per tutti, più profondo”.

MOTIVAZIONE- “Perché è un danno verso la cultura del calcio. Anche se il modello della Champions è stato modificato nel tempo, la sua base è di dare a tutti la possibilità di partecipare. E’ successo in passato che in qualcuno dei Paesi che con questo progetto sarebbero rimasti fuori dalla Superlega in un paio d’anni siano nati grandi talenti: è capitato alla Stella Rossa e alla mia Dynamo Kiev. Grazie a una generazione felice e al settore giovanile, sono sbocciati 4-5 ottimi giocatori nello stesso momento. Ricordo che in prima squadra c’eravamo io, classe 1976, e altri 7 di un anno in più. Giocavamo tutti”.

NON SOLO CENTO- “Per la verità le partite sono di più, contando quelle di qualificazione. Una volta la formula era più dura, si incontrava la squadra campione di ogni Paese, non le prime 4”.

IL DESTINO QUELLA VOLTA A PARIGI- “C’erano anche Leonardo e Raì. Ma guardi che il Milan era già nel mio destino fin da ragazzino, a 15 anni. Giocai il mio ultimo torneo con le giovanili della Dynamo vicino a Milano. Nel giorno libero visitammo la città, pranzando là sotto, vede, in Galleria Vittorio Emanuele. E poi andammo a San Siro, da turisti. Entrando in campo, mi venne spontaneo pensare: io qui ci tornerò per giocare”.

A 18 ANNI DA OLD TRAFFORD- “Quella foto è il manifesto della mia carriera, la mia più grande vittoria. La cosa più difficile è non cambiare idea in quei 50 metri dalla metà campo al dischetto: in una frazione di secondo capisci che cosa fa il portiere, che però ti può anche ingannare. Perciò devi aspettare di capire quando lui si muove. Ma se hai deciso di tirare a destra o a sinistra, non devi cambiare idea, altrimenti aumenta la possibilità di sbagliare”.

PALLONE D’ORO OGGI- “A Mbappé. E’ troppo più forte degli altri. L’ho incontrato da ct dell’Ucraina, contro la Francia. Ha potenzialità incredibili. Fisicamente quando parte è imprendibile, gira a sinistra e a destra, entra in area, attacca lo spazio. Ha il suo stile, è molto più veloce di me, la sua partenza è un po’ come quella di Ronaldo Fenomeno, che era più centravanti. Mbappé va a lato, fiuta lo spazio: è un giocatore unico. Quando nasce un fenomeno, è sempre un giocatore unico, i paragoni non rendono mai l’idea. Lui ha forza, rapidità, movimento, attira l’avversario e poi si butta nello spazio. Si vede che in campo ha la scintilla. Ed è elegante col suo modo di tirare: certo, deve ancora migliorarsi, ma segna già tanti gol, anche in Champions. Anche lui ha cominciato presto a sentire la musichetta dell’inno”.

BOBAN ARTEFICE VAR- “Non lo dico perché è un amico, ma è stata una cosa giusta. A me piacciono la precisione e la giustizia. Se abbiamo la possibilità di essere sicuri al 100% di qualcosa su cui prima rimaneva il dubbio, ora la tecnologia aiuta tutti. E’ solo questione di tempo e di abitudine: se è fuorigioco è fuorigioco, le cose poi magari si possono aggiustare un po’”.

UN ESEMPIO- “Ad esempio proprio sul fuorigioco. Per me si deve basare sul baricentro del calciatore, diciamo sulla parte del corpo che va dal ginocchio al petto. Togliamo dalla valutazione i piedi: se il baricentro è in fuorigioco, è fuorigioco, altrimenti no”.

CAMBIARE IL CALENDARIO- “Ecco, questo è un argomento che rende l’idea di come secondo me bisogna trovare la soluzione ai problemi: con l’equilibrio. Non sono nel board, faccio il ct e sto al mio posto. E’ molto difficile trovare una convergenza, perché io alleno la Nazionale e non ho tempo per lavorare: solo due giorni prima della partita, come si può riuscire a prepararla? Ma se io divento allenatore di club, la mia prospettiva cambia e dico che con quelle delle Nazionali si stanno giocando troppe partite. E poi dobbiamo anche pensare alla salute del giocatore”.

IL MILAN COME OTTIMA SCUOLA- “Sicuramente la possibilità di alzare il livello del gioco, il gusto per l’estetica: quando entri in squadre che competono per vincere tutto, la scala è grande ma in cima si restringe. Il successo del Milan era basato sulla qualità, ma ancora di più sulla personalità individuale: non è per caso che tanti di noi dopo il calcio giocato, siano diventati persone di successo, dirigenti importanti, allenatori, presidenti, politici”.

UCRAINA IN CRESCITA- “Ho cercato di rompere certe abitudini. Il progetto è partito nel 2016 per riportare la squadra a un livello più alto. Ma per riuscirci, serviva una rivoluzione, un calcio moderno non dipendente dal risultato, che si può raggiungere in diversi modi. Il calcio moderno richiede di giocare in un modo che piace alla gente, ma con equilibrio, finalizzato al risultato: posto che quello che conta è vincere, giocando bene hai più possibilità”.

SUI GIOVANI- “Sto puntando tanto sui giovani: se ne vedo uno bravo, non ho paura di farlo giocare. In cinque anni abbiamo costruito una struttura seria di lavoro congiunto con le giovanili, in particolare con l’Under 21, che è messa in campo come la mia Nazionale”.

UN SISTEMA DI GIOCO VINCENTE- “Esiste un’identità nella duttilità. Con la Francia, per la seconda volta in cinque anni, abbiamo usato la difesa a 5, di solito facevamo il 4-3-3. Ma mi mancavano gli esterni alti e in Nations League avevo già sperimentato che contro chi ha un livello più alto del nostro, per compensare, dobbiamo chiuderci un po’. Questo non vuole dire che non si debba cercare di tenere il baricentro abbastanza alto. Con la Francia ci siamo riusciti”.

UN UCRAINO BRAVO- “Ne abbiamo già di bravi: Shaparenko, Zabarnyi, Mykolenko. E tra quelli più grandi, da tre anni, ci sono giocatori solidi, come Malinovskyi e Zinchenko”.

CHAMPIONS MILAN- “Spero che finalmente ci torni, soprattutto per  i tifosi: 10 anni fa avrei detto che era impossibile un’assenza così lunga. Ma tante cose sono successe in questo periodo, a cominciare dal fatto che Silvio Berlusconi ha venduto la società”.

CON MALDINI- “Ci sentiamo spesso. Il suo lavoro da direttore tecnico è ottimo. La competitività nel calcio italiano è alta, a parte l’Inter, che ha fatto la differenza anche perché la Juventus è calata. E’ un campionato equilibratissimo, lo dimostra proprio la lotta per la Champions”.

DECADIMENTO SERIE A- “Sono semplicemente cicli. Certo, i campionati hanno un diverso peso economico e quello della Premier League è molto superiore. Ma credo che sia uno stimolo per competere più in alto. L’Italia ha alzato il livello del suo calcio attraverso la grande preparazione degli allenatori. Se hai meno soldi, compensi con la metodologia di lavoro, con l’esperienza di un movimento che ha una storia unica, con i suoi calciatori e i suoi allenatori. Considero la serie A un eccezionale laboratorio”.

UN CLUB INTERNAZIONALE- “Sì. Mi diverto, mi piace il mio lavoro di allenatore. Richiede tanta energia. Non mi chieda a quale, ma voglio passare a un club di livello internazionale”.