Lago (ex Uefa): «Il piano del Milan per il voluntary agreement poteva passare»

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Il prof. Umberto Lago, in passato membro Uefa e sostenitore del FPF, è tranquillo sul Milan: «Richieste difficili da soddisfare, ma…»

Nubi dense e strascichi di domande. Il no della Uefa alla richiesta del Milan di accedere al voluntary agreement ha lasciato dietro di sé una scia di incertezze e i tifosi si domandano cosa succederà dalla primavera in avanti, quando il Milan dovrebbe passare sotto lo stretto regime del settlement. Lo abbiamo chiesto al professor Umberto Lago, che in passato è stato presidente ad interim e vicepresidente della Camera investigativa del Club Financial Control Body, l’organo che in questi mesi ha esaminato e bocciato il faldone rossonero. Lago, 53 anni, è uno dei padri fondatori del Financial Fair Play e ha seguito come consulente la pratica milanista.

RICHIESTE – Il Milan sostiene che le richieste della Uefa fossero impossibili da mettere in pratica, mentre dalla Uefa spiegano che il regolamento è molto chiaro: «In effetti mi ha colpito che al club rossonero sia stato chiesto il rifinanziamento del debito prima di emettere il verdetto. Anche perché erano tempistiche impossibili da rispettare: porlo come paletto imprescindibile equivale a renderlo impossibile. Eppure una soluzione esisteva». Sarebbe a dire? «Si poteva porlo come condizione risolutiva. Io ti concedo il voluntary e intanto predispongo il settlement: se in primavera non sei in grado di rispettare le mie condizioni e non sei riuscito a  rifinanziare, allora passi al settlement. Stesso discorso per le garanzie: la Uefa può chiederne alcune, ma se chiedono l’intera cifra diventa una cosa impraticabile». Lei ha lavorato in quella commissione di controllo: com’è possibile che prevedano parametri non realizzabili? «Mi verrebbe da dire che il voluntary, per la piega che ha preso, è stato ammazzato nella culla. Per come l’ho visto io, il piano del Milan poteva passare. Va detto che sull’acquisizione del club c’è stata diffidenza da parte di diversi soggetti fin da subito, cosa che può aver pesato sulla decisione».

POSSIBILI SANZIONI – Anche le scarne informazioni su Li Yonghong non hanno giovato. «La linea guida è giudicare il business plan, non chi c’è dietro. E se il piano è credibile, dovrebbe bastare. Anche perché se il rifinanziamento non andasse in porto, il Milan non fallirebbe: passerebbe a Elliott e la continuità aziendale verrebbe mantenuta. Il rischio default è inesistente. Tornando a Li: o siamo in un caso di conclamata pazzia, o sa di poter contare su ricavi cinesi derivanti dallo sfruttamento dal marchio. Fino a ora mi risulta che abbia regolarmente fatto gli aumenti di capitale. Forse agli occhi della Uefa ha influito la campagna acquisti molto aggressiva: non è stata vista positivamente. D’altronde, per tornare grande il Milan deve osare». Corre voce che il Milan potrebbe avere problemi anche ad accedere al settlement. «Non credo perché impone paletti molto rigidi, fra cui i famosi 30 milioni a bilancio da non sforare nel triennio. Ci si arriva in due modi: incrementando i ricavi, soprattutto in Cina, o riducendo i costi, ovvero ridimensionando la rosa e rallentando il ritorno alla competitività. Il problema del Milan comunque non sono i costi eccessivi, ma i ricavi troppo bassi». In quali sanzioni potrebbe incorrere? «Una multa tra 5-10 milioni, più altri 15 condizionati al raggiungimento dei risultati. Limiti al mercato. Tetto agli stipendi. E rosa ristretta in Europa».