Sassuolo, Acerbi: «Come ho sconfitto il tumore»

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SASSUOLO ACERBI TUMORE – Una delle storie più delicate, finite poi con il verso giusto, di questo 2013 legato al calcio, è sicuramente quella di Francesco Acerbi, capace di sconfiggere un tumore ai testicoli, che ha rischiato di costringerlo ad appendere le scarpe al chiodo. Il centrale difensivo, ora leader della retroguardia del Sassuolo, ai colleghi del Corriere dello Sport ha raccontato la sua storia, svelando la sua grande forza d’animo.

COM’È ANDATA – «Ero in ritiro, era luglio – ha esordito Acerbi – . Facciamo le visite mediche, l’ecografia. Il medico mi comunica che c’è un modulo. Due giorni dopo ero al San Raffaele di Milano. Operato di tumore. La mia prima reazione? Ho fatto un giretto in bicicletta, per stare un po’ da solo. E qualche telefonata. Soprattutto alla mia fidanzata Valeria. La prima sensazione? All’inizio pensi: che sfiga, perché è successo proprio a me? E’ una doccia fredda. Ma subito dopo capisci che puoi più tornare indietro, che hai una malattia e che devi combatterla. Tutto sommato, ho affrontato la cosa serenamente. Paura di morire? No, mai. Mi scocciava il fatto di fermarmi, di non poter giocare a calcio. Avevo paura di perdere tempo, soprattutto perché ero appena arrivato al Sassuolo. Infatti il momento più duro è stato quando ho saputo di dovermi operare.»

LA VITA OGGI – Acerbi ha poi raccontato come procede la sua vita dopo l’operazione, necessaria per asportare il tumore: «Poi è andata meglio. Sono rimasto due giorni ricoverato e dopo tre settimane ho ricominciato piano piano a correre. I medici mi hanno subito rassicurato sulla guarigione. E quando ho ripreso a camminare, a recuperare una vita normale, ho sentito che ce l’avrei fatta. Mi sposerò? Sì, a giugno. Mi hanno tolto un testicolo ma potremo avere dei figli. E’ una notizia molto importante per noi. In caso contrario forse per il suo bene non l’avrei sposata. Se sono tornato il calciatore di prima? Per certi versi anche sto anche meglio. E’ come se non avessi mai avuto niente. Non prendo più nemmeno una medicina.»