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Tottenham Conte: se neanche Mao rivoluziona gli Spurs

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Con la Juventus si era fermato a 151 partite dopo 3 anni e qualche giorno di ritiro estivo. Da quel punto in poi, il tempo che Antonio Conte riesce a stare su una panchina si sta restringendo progressivamente. A parte il biennio della Nazionale successivo all’esperienza in bianconero, ci sono state 106 partite con il Chelsea, 102 con l’Inter e solo 77 col Tottenhan, club nel quale è subentrato in corso d’opera l’anno scorso ed ha lasciato pochi giorni fa con una risoluzione consensuale del contratto. La sensazione che accompagna questi addii è sempre la stessa: il sospetto che lui non creda più possibile migliorare la squadra, come se un limite fosse stato raggiunto e non si potesse andare oltre. Con sottinteso: credetemi, ve lo dice uno che è andato più in là di quel che si poteva pensare, anzi, ho generato il fuoco, l’ho attraversato per raggiungere l’inimmaginabile, di più non si può.
«Se non avete indagato su una determinata questione, vi si toglie il diritto di parola su quella questione. È troppo brutale? Niente affatto. Se non avete indagato sulle condizioni reali e storiche di quel problema e ne ignorate i termini di fondo, prendendo la parola su quel problema certamente direte un mucchio di sciocchezze». Non è una frase di Antonio Conte, ma è come se fosse stata scritta da lui e non solo da Mao Tse-Tung. Nessuno come lui si dedica anima e corpo alla squadra, ne esplora tutte le possibilità, ne conosce la consistenza, i pregi e i difetti, arrivando finanche a prefigurarne i futuri sviluppi. Fu questa l’analisi della Juve, col famoso discorso sul ristorante da 100 euro, una lettura strutturale dell’inadeguatezza economica a competere con le big d’Europa. Fu la presa d’atto che al Chelsea, dopo aver dimostrato di essere «un vincitore seriale» (parole sue dopo il trionfo in campionato al primo anno e la FA Cup al secondo), non c’erano possibilità di intesa, visto che gli chiedevano di cambiare stile di gioco e non capiva il perché: «Il Chelsea mi conosce molto bene: se vogliono continuare a lavorare con me, devono accettarmi per quello che sono». Fu la sostanza dell’addio all’Inter, percependo l’impossibilità di aprire un ciclo dopo avere avuto un merito che lui riteneva storico: avere chiuso l’egemonia della Juve che proprio lui aveva aperto. Stavolta c’è qualcosa di più e di diverso, nel suo famoso discorso post 3-3 col Southampton: «La società ha la responsabilità del mercato, va bene. Gli allenatori vengono qui e hanno le loro responsabilità. Ma i giocatori? Dove sono i giocatori? La storia del Tottenham è questa: da 20 anni non hanno mai vinto qualcosa e lo sapete perché? Secondo voi la colpa è solo della società o di tutti i tecnici che arrivano?». Stavolta è la presa d’atto dell’impossibilità della rivoluzione. Se neanche Mao rivoluziona gli Spurs, c’è davvero da riflettere.

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