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Roberto Vecchioni si lascia andare: «Inter, questo Scudetto ha tratti epici e il sapore della rinascita! Guarire dalle ferite passate era una necessità emotiva»

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Roberto Vecchioni, cantautore di fede nerazzurra, ha celebrato così il 21^ Scudetto della storia dell’Inter. Le dichiarazioni

Cantautore tifosissimo nerazzurro, Roberto Vecchioni racconta su La Gazzetta dello Sport il significato dello scudetto dell’Inter.

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SONO 21 «Finalmente, aggiungerei. Questo scudetto ha tratti epici, ha il sapore della rinascita, è una ventata d’aria buona per noi tifosi interisti. Ma era soprattutto una vittoria… necessaria. Guarire dalle ferite passate era una necessità emotiva, anche se le delusioni fanno parte della nostra profonda identità».

L’IDENTITA’ «L’Inter è una squadra che, quando vince, lo fa in modo travolgente, come quest’anno. E quando perde, diventa tragedia, come nell’ultima finale di Champions o in altri episodi della nostra storia. Siamo gloria e crolli improvvisi, a volte per una sciocchezza, come un portiere che si fa sfuggire una palla, vedi Radu, o come quella mano sul rigore di Inter-Lazio dell’anno passato. Ma la colpa è nostra, di noi tifosi perché non pensiamo mai di poter battere il destino, la natura, la vita. Quando succede, è un sorso di felicità meraviglioso. Quando non succede, dobbiamo trovare un colpevole, ma in realtà siamo sempre noi, identici alla squadra che amiamo. Lo ammetto, siamo degli squilibrati…».

I TIFOSI SONO UN PO’ SQUILIBRATI «Sì, ma le nostre risposte non hanno mai, mai, mai equilibrio, sia alle vittorie che alle sconfitte. Non esiste una squadra così: i milanisti, pur essendo sempre della stessa città, sono più regolari. Non hanno momenti di rabbia o disperazione così forti. L’Inter è un amante eccitato che corre con ardore dall’amata e poi spesso… si spegne sul più bello. Quest’anno, però, non è successo».

I MERITI «Del cambiamento portato da Chivu, uomo curioso della vita e non solo del calcio: non paragonatelo a Mourinho perché è molto più offensivo e vuole sempre un gol in più. Di certo, ha saputo parlare al cuore dei giocatori, che sono tutti forti, compresi i nuovi. Penso che Inzaghi fosse un po’ stanco alla fine e che avremmo dovuto vincere più scudetti perché eravamo sempre superiori agli altri. A volte, però, ci guardiamo troppo allo specchio, ci vediamo troppo belli. Quest’anno, invece, c’era una convinzione diversa, più forte. Basti pensare alle ultime rimonte sul Como».

QUANTA LUCE C’É IN QUESTO SCUDETTO «Ne ho vissuti di luminosi, accecanti, soprattutto nell’epoca di Helenio Herrera: il 1962 è, forse, il mio preferito nella geografia del cuore. Ma ogni scudetto ti mette allegria e questo, poi, è meritato completamente, anche perché non abbiamo lasciato niente in giro. In piazza Duomo, quando ci sarà la sfilata, sarò regolarmente al mio posto. Del resto, a me piace esserci, nel dolore e nel trionfo: ero allo stadio nelle finali vittoriose della Grande Inter, a Vienna contro il Real Madrid e nel diluvio di San Siro contro il Benfica di Eusebio. Ma, purtroppo, c’ero anche nello spareggio perso con il Bologna all’Olimpico del 1964 o il 5 maggio: quella del 2002 è la ferita più grande, più di qualsiasi finale…».

LAUTARO NELLA STORIA «Meazza lasciamolo stare, lassù in alto, come una stella. Lautaro, però, può raggiungere Altobelli: non avrà la stessa capacità realizzativa di Spillo, ma è un trascinatore a tutto campo e non solo un uomo d’area. Ha un tratto malinconico, ma gli argentini hanno inventato il tango: come fanno a non esserlo almeno un po’? Lo vedo come un “bandolero”, ma mai stanco, ancora pieno di battaglie e sogni».

MARCUS THURAM «Ma altrettanto importante per i successi di questa epoca. È più sorridente, solare, dalla natura imprevedibile e, quindi, indecifrabile. Lautaro dà l’anima anche quando non è la sua giornata, Thuram a volte è il migliore di tutti, altre sparisce e finisci per dubitare di lui. Deve tenere accesi sempre i sentimenti, gli canterei “Sogna, Marcus, sogna”…».

ESPOSITO «Sono ben contento che sia con noi, basta che non lo si paragoni a Van Basten: per favore… Ha qualità e amore, lotta tanto e non perde palloni, ma deve migliorare in molte cose».

IL GIOCATORE CHE CANTA «Dico Calhanoglu, giocatore cerebrale, regista sopraffino, anche un po’ sentimentale. Mi fa pensare a una canzone d’amore. Direi “Vorrei essere tua madre”, che racconta di un sentimento puro, del saper sentire i bisogni dell’altro. È perfetta per lui che ha scelto di rimanere qua, nella sua casa. Istanbul può attendere».

BASTONI «Nella vita ci sono alcune azioni ragionate e altre istintive. A lui è venuto istintivo fare quella esultanza, quel balletto sciagurato davanti a Kalulu. Credo non se la perdonerà, ma bisogna vedere il contesto: era dentro alla partita, in un momento di tensione. È una sciocchezza, ma può capitare. E purtroppo la sta pagando, sia nella forma psico-fisica sia negli eventi che lo riguardano, dai fischi al rosso in Nazionale. Se non si fosse fatto espellere in Bosnia, saremmo ai Mondiali».

COS’É L’INTER «È divenire, non essere. Attesa, non arrivo. Per questo, è la parte più bella della vita».

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