Boni: «Scudetto? Inter ancora in corsa. Ma la Serie A va fermata» – ESCLUSIVA

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L’ex centrocampista di Sampdoria e Roma, Loris Boni, è intervenuto in esclusiva ai nostri microfoni per parlare della Serie A

Loris Boni è intervenuto in esclusiva ai nostri microfoni per parlare della situazione legata al futuro della Serie A. Le parole dell’ex centrocampista di Sampdoria e Roma.

Cosa pensi dell’idea di tornare in campo?

«Sono stato calciatore e sono allibito. Sono allibito da questa incertezza e dalla decisione di voler cercare di far ripartire il campionato. Fossi a capo di tutto avrei già chiuso i battenti, cercando di organizzare al contempo un ritorno in campo a settembre o agosto, quando sarà possibile riprendere senza pericoli. Il discorso economico prevale su tutto, si cerca di non perdere e recuperare dei soldi a discapito della tutela della salute pubblica e di quella dei giocatori. Sono meravigliato. In Francia non ci hanno pensato nemmeno un attimo e in Germania non hanno avuto i nostri problemi. In Italia invece tergiversiamo».

Togliamo il rischio contagi, ma quanto è alto il rischio infortuni? Dopotutto i calciatori sono stati fermi due mesi.

«Avranno parecchi giorni per riprendere il tono muscolare, i calciatori si alleneranno specificatamente per tornare in campo. Non penso che ci saranno grandi scompensi, saranno sicuramente diversità ma tra le squadre. Saranno avvantaggiate quelle con rose importanti».

Facciamo il punto della situazione sulla classifica.

«Aumentano le incertezze sugli equilibri di campionato. Lazio e Juventus lotteranno per lo Scudetto, ma anche l’Inter è ancora in corsa. Ci potrebbero essere risultati diversi. In fondo alla classifica ci sarà la possibilità di giocarsi tutto in una situazione che non è rosea per nessuno. È tutto da giocare, nulla è scontato. Secondo me bisogna vedere le prime due partite per capire come si comporteranno le squadre».

Che differenze vedi tra il tuo calcio e quello moderno?

«Purtroppo i giovani d’oggi copiano molto i campioni affermati, ma lo fanno nelle gesta sbagliate. La pettinatura, le scarpe o i tatuaggi, quelle cose che non c’entrano niente col pallone. Un ragazzo in campo deve mettere le sue doti. Oggi si presentano male. Chi sono i giovani d’oggi che arrivano in Serie A? Pochi. E per loro è più facile arrivare rispetto ai miei tempi. Io ho fatto il Torneo di Viareggio con la Sampdoria, il campionato riserve e mi hanno portato avanti per merito, ma ho fatto la trafila. Ora hanno tutto subito, ma non hanno lo spirito di sacrificio, non hanno la voglia giusta per imporsi. Pensano che sia tutto dovuto. Le cose bisogna conquistarsele con grande impegno, con umiltà. Purtroppo non ce l’hanno. Il calcio è cambiato. Ora non sto allenando perché faccio fatica ad integrarmi alla mentalità di questi giovani, mi so adeguare molto bene ma i tempi sono cambiati. Tutti pretendono, senza dare. Purtroppo i giocatori della categorie inferiori guardano in alto e hanno cattivi esempi».

È cambiato anche l’approccio delle società ai giovani?

«Tutti cercano i top player, che però si contano sulle dita della mano. Un Primavera se fa vedere che vuole arrivare in prima squadra, la società se ne accorge. Sono poche le società che hanno settori giovanili all’altezza. Sampdoria, Genoa, Verona, sono lì che aspettano di vedere crescere i propri giovani e vederli arrivare in prima squadra. Si comprano tanti stranieri perché sono già pronti, non hanno la testa dei nostri ragazzi. Chiesa? È un esempio positivo. Hanno creduto in lui e lo hanno messo in un contesto per esplodere, quando fai così è inevitabile che il giovane di qualità esca fuori. I giovani non puoi mandarli allo sbaraglio».

Intervista a cura di Francesca Faralli.