Il modo giusto di soffrire

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L’attacco di parte della Curva Sud della Roma ad Antonella Leardi, madre di Ciro Esposito

Lo scenario quello di Roma-Napoli, gara di inestimabile peso in chiave qualificazione alla prossima Champions League, il risultato sportivo per certi versi è però tristemente finito in secondo piano a causa di eventi che poco hanno a che fare con la contesa calcistica. Non si parla di scontri, di spari, non di feriti, non di carenze dell’ordine pubblico. Si parla di giudizi.

IL GIUDIZIO SULLA SOFFERENZA – Sì, di giudizi, a dire il vero un po’ particolari: parte della Curva Sud giallorossa – è giusto tenere a mente di evitare la classica quanto pericolosa deriva delle generalizzazioni – ha ben pensato di esporre due striscioni oggettivamente fuori luogo e palesemente rivolti ad Antonella Leardi, madre di Ciro Esposito, il tifoso partenopeo assassinato lo scorso 3 maggio nei fatti da tutti noi ricordati inerenti alla finale di Coppa Italia disputata da Napoli e Fiorentina. “Che cosa triste… Lucri sul funerale con libri e interviste!”, il primo striscione esposto, a cui ha immediatamente fatto seguito un secondo “Prima il libro, poi il film”. Gli autori di tale gesto hanno dunque ben pensato di esprimere un chiaro ed inequivocabile giudizio sul modus vivendi della signora Leardi dal giorno della morte del figlio in poi: la donna è dunque colpevole di aver speculato prima e lucrato poi – guadagnando denaro – sull’evento che ha travolto la sua vita e posto fine a quella della persona che più di ogni altra amava.

LA GIUSTA SOFFERENZA – Va da sé ricordare come un modo giusto di soffrire non possa esistere e ad ogni modo non sia compito di qualche intelligenza limitata provare a stabilirlo: la sofferenza è propria di ogni coscienza e soltanto chi ha veramente vissuto una perdita stravolgente può riconoscerla in un altro individuo. Evidentemente, in quella curva ed in quel momento, risiedevano tante persone fortunate: buon per loro che non gli sia mai accaduto qualcosa di portata tanto devastante, non è altrettanto buono però che si siano arrogati il diritto di esprimere un giudizio così meschino senza che nessun altro abbia impedito di farlo. Vedete, questo è un discorso che va ben oltre le sensazioni e convinzioni personali: ognuno di noi – compreso chi vi scrive – può costruirsi un’opinione in merito e fare virtù di quanto gli accade intorno. Sentirsi più vicino alla sofferenza (ed al modo di viverla) di una persona rispetto ad un’altra. E’ lecito, è comune, è umano. Tutt’altro è sbandierare un giudizio tanto crudele.

ALLA RADICE DELL’ODIO – I rapporti tra le due tifoserie, quelle delle curve di Roma e Napoli e non del complesso di un tifo che a maggior ragione nel 21’ secolo va sempre più oltre alla mera dimensione ultrà, sono ulteriormente destinati a peggiorare ed è qualcosa su cui chi vi scrive ha dovuto mettersi l’anima in pace: i tentativi di pacificazione, nel potere limitato che spetta a chi può sensibilizzare con la parola, trova ancora oggi un’invalicabile muro nell’ignoranza e nella violenza. L’attacco ad Antonella Leardi in tal senso può essere letto esclusivamente come una presa di posizione della signora Esposito, che non si sarebbe distanziata da alcune voci delle curve partenopee. E con rapporti così tesi va da sé crearsi un ulteriore nemico. Né tantomeno, a questo punto, la Leardi avrebbe gli strumenti per diventare un simbolo di pacificazione: le parole non sono bastate. Per alcuni no. Per altri, quelli che rispettano in silenzio ma che proprio per questo non si prendono le prime pagine dei giornali, probabilmente sì.