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Rocchi svela: «Lazio? Sarei rimasto a vita! Lotito è una persona particolare, mi ricordo che mi chiamò “il ghepardo”»
Rocchi si racconta: «Lazio? Sarei rimasto a vita! Lotito è una persona particolare, mi ricordo che mi chiamò “il ghepardo”». Le parole
Tommaso Rocchi, ex bomber e capitano della Lazio, è tornato a parlare della sua carriera in un’intervista rilasciata al canale YouTube Centrocampo. Nel corso del dialogo, l’ex attaccante ha ripercorso con emozione i momenti più significativi della sua esperienza in biancoceleste, soffermandosi sui successi, sul rapporto con l’ambiente e sulle tappe che hanno segnato il suo percorso. Le parole:
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LOTITO – «Arrivai all’ultimo giorno di mercato e mi dissero che dovevo andare alla Lazio, dove era appena arrivato il nuovo proprietario, Lotito. Quel giorno dovemmo rincorrerlo dentro l’hotel del mercato, ma alla fine riuscimmo a firmare il contratto. L’impatto fu molto diverso, un’esperienza emozionante. Il mio obiettivo era dimostrare il mio valore, e le cose andarono bene fin dall’inizio. Quando firmammo, credo di aver visto Lotito per un attimo, ma la trattativa non fu lunga: tutto partì da lì.
Lotito è una persona particolare. Mi ricordo che mi chiamò “il ghepardo” per via dei colpi di sole che mi ero fatto. È uno di quelli che o ti piace o non ti piace, dipende dalle situazioni che si creano e dai suoi modi di fare, che a volte possono essere giusti e altre volte no».
DI CANIO – «Abbiamo condiviso due anni insieme, anche in camera. Già nei primi mesi, in una squadra rifondata con tanti nuovi arrivati, cercò di farci capire il significato di indossare la maglia della Lazio. La settimana del derby era speciale, con 5.000 tifosi presenti all’allenamento. Ci parlava molto, cercando di caricarci e farci capire cosa avremmo affrontato. La sera prima della partita, ero in camera con lui e abbiamo guardato insieme Braveheart e Ogni maledetta domenica.
Era circa le 2 e mezza e stavo per andare a letto, ma lui mi disse: “Non puoi dormire, devi concentrarti e immaginare la partita”. E la partita andò bene, soprattutto perché ci trovavamo di fronte una Roma fortissima, e la Lazio non vinceva il derby da diversi anni. In campo si vedeva una squadra con una grinta incredibile. Segnare un gol, soprattutto io che ero lì da solo quattro mesi, e vedere la curva esplodere di gioia, è stata un’emozione unica che non avevo mai vissuto prima».
DERBY – «Più derby giocavo, più capivo che non era solo una partita di calcio per noi, ma una gara che significava conquistare la gente. Non era un risultato qualsiasi, dovevi dare qualcosa di speciale per loro. Il derby non è come le altre partite, perché c’è tanto in gioco, si muove tutta la città. È una grande responsabilità. Dei 19 derby che ho giocato, forse uno l’ho fatto un po’ sotto tono, ma per il resto ho sempre dato il massimo, dovevo sempre fare qualcosa in più».