Italia, Di Biagio se l’è presa con l’unica cosa buona che ha fatto

italia
© foto www.imagephotoagency.it

Argentina-Italia, il post-partita del commissario tecnico Gigi Di Biagio e le considerazioni espresse sui debuttanti Chiesa e Cutrone

L’Argentina di Sampaoli, seppur incerottata, batte l’Italia di Di Biagio come da pronostico: un 2-0 maturato nella ripresa grazie alle reti di Banega e Lanzini, nella frazione di gara in cui gli azzurri si sono lasciati preferire per alcuni tratti. Netta invece la superiorità sudamericana nei primi quarantacinque minuti, lasso di tempo in cui l’Argentina non è riuscita a capitalizzare la sua produzione offensiva. Nel complesso è una sconfitta che per l’Italia ci sta tutta. Per quello che si è visto in campo, per i valori individuali e per l’organizzazione generale: non che quella della Selecciòn sia apparsa chissà quanto evoluta, diciamocelo chiaramente, ma senz’altro diverse spanne avanti al cantiere azzurro. Qualcosa si è visto con il doppio regista, dunque con Verratti de-responsabilizzato dall’essere l’unico portatore di palla di questa nazionale, nonostante la prestazione incolore di Jorginho. Ma, neanche a dirlo, si attendono giorni decisamente migliori.

Surreali le spiegazioni del ct Di Biagio

Nell’immediato post-gara, nella spiegazione del sacrosanto divario che separa l’Italia dall’Argentina (seppur, ricordiamolo, non affatto nella sua compagine titolare), il commissario tecnico Gigi Di Biagio ha addotto come cause gli esordi di due giovani: «L’Argentina è la nazionale vice-campione del mondo, noi abbiamo giocato con un classe ’97 come Chiesa, ha esordino un ’98 quale Cutrone…». Ossia le sole situazioni meritevoli di nota e lode. Il più grande doloroso e fragoroso fallimento nella storia del calcio italiano ha chiaramente espresso la strada dell’eventuale risorgimento: affidare la nazionale ai migliori giovani in circolazione. Chiuderla con i dinosauri: impensabile alimentare un ciclo finito. Non lo ha mai fatto nessuno, chi ci ha provato ha fallito. Salvo poi trovare il coraggio di rischiare tutto e risorgere dalle ceneri: chiedere alla Germania per chiarimenti. L’Italia ha scelto di riscaldare una minestra cotta e stracotta ed i risultati sono quelli che tutti conosciamo: il passo necessario ed obbligatorio oggi è un all-in sui giovani talenti a disposizione. Permettergli di sbagliare, di crescere, di compattarsi e formare una nazionale, una squadra vera. Di Biagio aveva osato poco ma qualcosa si era visto: Chiesa dal primo minuto appunto, poi Pellegrini, Cristante e Cutrone a gara in corso. Dunque perché quelle parole? Perché affermare a mo’ di scusante che eravamo in campo con il classe ’97 Chiesa ed il ’98 Cutrone, quando invece sono le uniche cose buone che ha fatto?

Italia, i conti non tornano

Così i conti necessariamente non possono tornare: oggi, in questa situazione e dopo tale fallimento, l’unica cosa che rileva è quella di intravedere una strada. Di comprendere quale sia il sentiero che, a tutti i livelli, la nazionale di calcio italiana ha scelto di perseguire. Soltanto questo: chiarezza. Chiunque sa che per i risultati c’è da attendere e non necessariamente poco. E neanche contano, oggi. Ma al momento la pretesa deve essere quella di capire come si perderà o vincerà, su quali basi si costruirà il prossimo palazzo azzurro. E la via va difesa: non sconfessarsi al primo intoppo, peraltro in un’amichevole che – data la situazione – non conta davvero nulla. Trovare la coerenza e percorrerla, dare una chance vera ai più promettenti giovani del nostro movimento e fare cerchio intorno a questa idea. La scelta del prossimo commissario tecnico, dando per assodato che la gestione Di Biagio abbia un carattere del tutto momentaneo, deve necessariamente tenere in considerazione tale aspetto.

L’Italia di Di Biagio, un pregio e un difetto

Dovendo scegliere una circostanza positiva ed una negativa vista ieri nell’amichevole internazionale di Manchester con l’Argentina, si potrebbe ragionare così: per quanto concerne l’aspetto incoraggiante, oltre ovviamente all’esordio dei giovani citati (che vogliamo descrivere come requisito base per ogni discorso presente e futuro), è stato proprio l’impiego del doppio regista di ruolo. La premessa: Jorginho non ha trovato la sua serata di massima ispirazione ed ha perso un paio di palloni mortiferi, su tutti quello che ha innescato la prima rete dell’Argentina. La sua presenza però – e dunque le sue geometrie, l’attitudine naturale a gestire il palleggio di una squadra – ha scaricato Verratti della pressione di dover fare tutto da solo. E per il centrocampista del PSG ha moderatamente funzionato: buone uscite palla al piede, coraggio nell’attivare alcune transizioni. Esperimento da rivedere in futuro. Passiamo al lato negativo: la distanza tra i comparti di campo. Difesa lontana dal centrocampo quando l’Argentina agiva in ripartenza e trovava varchi aperti tra le linee azzurre, centrocampo lontano dall’attacco ed in difficoltà nel rifornirlo con una certa continuità. Soltanto le scorribande laterali di Chiesa ed Insigne – che ha sul groppone un gol clamoroso fallito sul risultato di 0-0 – hanno generato alcune situazioni di superiorità numerica. Ci si può lavorare, proprio agendo sulla personalità dei centrocampisti, a cui nel calcio moderno è sempre più richiesto di sdoppiarsi al meglio in entrambe le fasi di gioco. Vedremo, ma non lasciateci sentire più certe cose.