Barcellona, la caduta degli dei e la superficialità diffusa

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Clamoroso epilogo al Parco dei Principi: il PSG travolge il Barcellona nell’andata dell’ottavo di Champions League, l’analisi

Barcellona al tappeto: la Champions League 2016-17 riparte col botto. Un tuono che fa davvero rumore: è la caduta degli dei, per mano di un Paris Saint Germain praticamente perfetto. Due reti per tempo, la doppia firma di Angel Di Maria e quelle di Draxler e Cavani, un 4-0 che impone alla banda Luis Enrique di espletare un vero e proprio miracolo per non abbandonare – clamorosamente contro ogni pronostico – così presto la massima competizione internazionale per club.

PSG PERFETTO – Per non abbandonare casa sua: il Barcellona ha vinto ben 4 delle ultime 11 Champions League, nessuno così nell’era moderna. I favori del pronostico peraltro – nella sfida con i francesi – non potevano che percorrere la via blaugrana: nei vari incontri degli ultimi anni a farne le spese è sempre stata la medesima parte. Questa volta però, salvo pazzeschi colpi di scena nella gara di ritorno del Camp Nou, può andare diversamente: merito ad un PSG che ha interpretato la gara in maniera perfetta. Il pressing alto attuato sin dal primissimo istante della contesa aveva lasciato immaginare un seguente calo atletico generale: come resistere per novanta minuti a quel ritmo? Ed invece Emery deve averla preparata davvero bene, sotto il profilo tattico e nella preparazione fisica che ha condotto a questo evento: il suo PSG non ha permesso al Barcellona di respirare, le ha frantumato le linee di passaggio e mandato in tilt un sistema che – sul piano della qualità del palleggio – non ha pari nel mondo.

NON ASPETTAVANO ALTRO – Questo Barcellona è talmente esagerato nella sua bellezza che, come ogni eccesso, divide nettamente l’umore e l’emotività della platea: lo si ama o lo si odia. Senza mezzi termini: l’eccesso di qualità dà fastidio, crea invidia quando diventa vincente. Nella serata di ieri il partito dei detrattori non ha risparmiato colpi ed ha riversato in rete il suo pensiero comune: il Barcellona è finito, oramai non corrono più, se ne tornassero a casa, addio ad un certo tipo di calcio, salutiamo un’era. Tralasciamo i commenti meno trascrivibili. Questo Barcellona è invece la squadra dei sogni: regala al mondo del calcio la coesistenza tra gli eredi di Maradona e Pelè, insieme, Messi e Neymar, uno spettacolo puro di cui non si ricordano precedenti. Con il centravanti – sarà pure antipatico – più spietato del pianeta e con un Iniesta (il calciatore più sottovalutato del globo) che quasi diventa dessert. In un meccanismo complessivo che ha scritto la storia dell’ultimo decennio di calcio, rinnovandosi di volta in volta in base agli interpreti, ma vivendo lungo la via mai interrotta della qualità.

BARCELLONA MODELLO – Dell’espressione del talento, dell’imposizione del proprio calcio all’avversario, dell’equilibrio da rintracciare a patto di non snaturarsi mai, di non cedere alcunché sul piano dell’estetismo, ma allo stesso tempo – come perfettamente accaduto – di renderlo funzionale ai successi ottenuti. Perché, ricordiamolo ancora, nell’ultimo decennio calcistico nessuno ha vinto quanto il Barcellona. La caduta fa rumore e scatena come al solito un vento di superficialità: si butta tutto nel cestino, con un colpo di spugna. Ci si lascia prendere dal mero istinto del momento e si spara a più non posso contro chi si vorrebbe essere. Il modello Barcellona resta in piedi finché a tenersi in piedi sarà l’idea che lo ha sorretto: esprimere un certo tipo di calcio. Quel 4-3-3 lì. Sin dalle giovanili, dai pulcini. Indottrinare chi un giorno vorrà vestire quella maglia tra i grandi non alla vittoria fine a sé stessa, purché si vinca, ma ad una vittoria che lasci il segno. Che scavi una traccia nell’evoluzione di questo sport. Alla vittoria da Barcellona.