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Calcio e occhiali, come si gioca

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tunisia mali
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Tanto a livello amatoriale quanto nell’agonismo uno dei modi più comuni per salutare un tiro o un passaggio particolarmente mal riuscito è mettere in discussione, in maniera ironica, le capacità visive dell’autore dell’infelice gesto tecnico. Il fatto che si tratti di un modo amichevole di rivolgersi fra giocatori non può comunque far dimenticare che, nel quotidiano, non è per niente anomalo che chi calchi il campo da gioco possa effettivamente convivere con dei problemi alla vista: si tratta di una situazione comune ad ogni livello. Sia per i giocatori del calcetto infrasettimanale che per i più pagati professionisti del calcio internazionale i problemi sono i medesimi: come giocare con gli occhiali?

Si tratta di un problema che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non è circoscritto ai tempi recenti ma ben noto da tempo. Fra gli anni ’50 e ’70, per esempio, era in attività un centrocampista che, per due volte, ottenne il titolo di calciatore belga dell’anno: Jef Jurion. Bandiera dell’Anderlecht, squadra per la quale ha giocato dal 1954 al 1968, Jurion era affetto da miopia, difetto che correggeva giocando con gli occhiali da vista. Prima di lui, in Italia, un altro giocatore aveva calcato i campi di calcio nonostante la miopia con la quale conviveva fin da piccolo: Annibale Frossi. Classe 1911, Frossi era un attaccante che passò la maggior parte della sua carriera all’Inter, dove rimase per otto stagioni fra il 1936 e il 1942. Dovendo necessariamente fare ricorso agli occhiali per giocare, la soluzione escogitata dal calciatore è stata abbastanza semplice: l’utilizzo di un elastico aderente in grado di tenere gli occhiali calzati, anticipando così alcune proposte di occhiali sportivi. Arrivando ad anni più recenti, è fuori di dubbio che chiunque si sia avvicinato al calcio negli anni ’90 possa pensare a un solo calciatore con gli occhiali: Edgar Davids. Il centrocampista olandese, visto anche in Italia con le maglie di Milan, Juventus e Inter, ha passato larga parte della sua carriera da calciatore utilizzando dei particolari occhiali sportivi che ne hanno caratterizzato l’aspetto. Contrariamente a quanto normalmente si pensa, tuttavia, questi non erano intesi a correggere la vista ma a proteggerla: sottopostosi a un intervento per rimuovere un glaucoma, utilizzò regolarmente gli occhiali da lì in avanti per evitare pallonate al volto potenzialmente pericolose.

Naturalmente, i progressi fatti hanno reso disponibili nuove soluzioni che, per i calciatori, risultano molto più sicure degli occhiali. Uno dei modi più diffusi di arginare il problema è sicuramente utilizzare lenti a contatto giornaliere, minimizzando così i rischi derivanti dal giocare con gli occhiali: Marek Hamšik è un ottimo esempio. Il centrocampista slovacco è stato protagonista di stagioni indimenticabili con la maglia del Napoli, città dove è ancora amatissimo, e giocava usando proprio lenti a contatto: fuori dal campo, infatti, non era per niente insolito vederlo indossare gli occhiali da vista. Stesso discorso per John Terry, icona della nazionale inglese e del Chelsea: il difensore, ancora oggi considerato fra i simboli del calcio inglese, per giocare era costretto a utilizzare lenti a contatto. Per Mario Balotelli, invece, il problema si è risolto nel 2012, quando l’attaccante italiano allora al Manchester City decise di sottoporsi a intervento correttivo per la miopia: fino ad allora infatti aveva giocato correggendo la vista grazie all’uso di lenti a contatto, alle quali però ha infine deciso di preferire una soluzione più netta.

Una storia particolare, infine, è quella di David De Gea. Il portiere spagnolo del Manchester United si sta infatti rendendo protagonista in negativo di un periodo di calo che, da alcuni, è stato imputato proprio a un suo difetto di vista. In realtà il portiere, pur dichiaratamente afflitto da ipermetropia, ha sempre giocato con lenti a contatto e, in tal modo, si è potuto imporre come uno dei portieri più promettenti. Promessa che forse oggi parrebbe ormai disattesa, ma per motivi sicuramente non da imputare all’ipermetropia.