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2014

Il partigiano Bruno Neri, il calciatore che sfidò il Fascismo

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Bruno Neri

Storia di Bruno Neri: da calciatore di Fiorentina e Torino a partigiano morto in guerra nel 1944

La guerra cambia i nomi. Non si può essere partigiani e continuare a chiamarsi come nella vita normale, no, bisogna per forza trovare un nomignolo o comunque un soprannome. Nome di battaglia lo chiamano oggi i libri di storia, ma forse ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, mentre gli Alleati salivano dal Sud e i repubblichini coi tedeschi erano concentrati nel Nord Italia, ancora alla dicitura “nome di battaglia” non ci si faceva neppure troppo caso. Così quando quel giorno a Gamogna – tre case tre su un monte vicino a Marradi, Romagna toscana – venne trovato il corpo del vicecomandante del Battaglione Ravenna, tale Berni, nessuno si chiese chi fosse realmente. C’è la guerra, e la guerra cambia i nomi ma soprattutto cambia le persone. Alla fine quel Berni venne identificato e con lui anche l’altra vittima di quell’aggressione nazista, il comandante Nico. Quest’ultimo era Vittorio Bellenghi, mentre Berni non era altri che Bruno Neri, di professione calciatore di Serie A.

Bruno Neri nasce a Faenza nel 1910, in una zona – l’Emilia Romagna – che dà fin dalla nascita una precisa connotazione politica; figlio di borghesi e perito agrario, Bruno decide di intraprendere una strada diversa da quella di molti coetanei dell’epoca e, sospinto dall’amore verso lo sport, entra a far parte del Faenza Calcio col quale esordisce a soli sedici anni. Faenza è a un tiro di schioppo – com’è strana la lingua, quando ci si mette – dalla Toscana e alla Fiorentina serve poco tempo per accorgersi di questo giovane che corre e corre e corre sulla fascia. Sarà pure sgraziato ma è un maledetto treno. E’ l’era del WM, il modulo inventato da Herbert Chapman che in quanto inglese viene ricalcato dalle miriadi di squadre calcistiche di quegli anni e quindi Bruno a Firenze diventa un centromediano metodista. E anche lì corre, eccome se corre. Bello a vedersi? No, quello no, ma è il tipo di giocatore che agisce nell’ombra, lotta a centrocampo e aiuta la squadra. Battaglia, questo è il termine giusto, Bruno Neri in campo è belluino sportivamente parlando. E sì, quando ci si mette, l’italiano è davvero strano.

Centottantanove partite e un gol con la maglia viola, che disputava le partite all’allora Stadio Giovanni Berta, la cui forma richiama la D di Duce, perché è bene ricordare che siamo nel Ventennio. Poi il passaggio alla Lucchese con l’ungherese Erbstein come allenatore e infine l’approdo al Torino con il quale segna l’unico altro gol nella massima serie calcistica italiana. Dopo il ritiro torna a Faenza e inizia ad allenare la squadra cittadina, ma c’è qualcosa di più. Il clima, in Italia e in Europa, sul finire degli anni Trenta è più che particolare, la miccia che può far esplodere la guerra è cortissima e infatti si accende nel settembre 1939. Neri non sta a guardare, è un calciatore atipico per quell’epoca perché non è solamente un calciatore: tanto rude in campo, quanto poetico fuori perché ama la letteratura, l’arte e la poesia, stringe amicizia con artisti e scrittori e addirittura compra un’officina dal tenore faentino Melandri. Però poi c’è la guerra. L’Italia all’inizio decide di rimanere a guardare, sperando di poter entrare a giochi fatti e di riuscire a sferrare il colpo finale per poi accomodarsi al tavolo dei vincitori. Le simpatie politiche di Neri però sono tutt’altro che legate al suo cognome.

Nel 1931 Neri infatti, poco dopo la promozione in Serie A con la Fiorentina e all’inaugurazione del Berta, non omaggiò le autorità con il saluto romano. Un gesto forte (che fuori dai confini italici ritroviamo in personalità di spessore come Caszely o Sindelar) che non pregiudicò comunque la carriera di Neri ma che la indirizzò su un binario decisivo, quello dell’antifascismo. E’ un momento in cui una presa di posizione politica è obbligatoria, o si è a favore del regime o si collabora – ovviamente in segreto – con le forze contrarie a Mussolini. Lo stesso Mussolini nel giugno del 1940 decide di entrare in guerra, come detto sperando in una blitzkrieg, e invece tutto va storto fin dalla prima Bataille des Alpes, noto fallimento strategico dell’esercito fascista. E Neri? Neri allena il Faenza ma collabora nell’ombra con gli ambienti antifascisti grazie alle conoscenze del cugino Virglio Neri, tramite il quale può conoscere personalità di spicco come Giovanni Gronchi e don Luigi Sturzo. E’ anche grazie a questi incontri che la sua vita prende una piega apparentemente inaspettata, dopo l’armistizio di Cassibile del 3 settembre 1943 e il proclama di Badoglio all’EIAR di cinque giorni dopo. O si va a Salò o si fa resistenza partigiana, una scelta va fatta: Bruno Neri, calciatore con all’attivo pure tre presenze nell’Italia di Vittorio Pozzo, opta per la resistenza partigiana.

Anche se nel 1944 Neri tornerà a giocare il campionato dell’Alta Italia col Faenza, il suo destino è segnato: ora è un partigiano, deve combattere per la libertà del suo popolo contro i nazisti e contro i repubblichini. Neri è vicecomandante del Battaglione Ravenna col soprannome di Berni, indossa il berretto dell’Esercito degli Uomini Liberi e in braccio ha il mitra al posto del pallone. Si aggrega al gruppo dell’anarchico Corbari ma non è anarchico, ha posizioni un po’ meno radicali, ma in questo momento le posizioni contano poco, non siamo in campo a parlare di centromediani metodisti o ali, stavolta c’è da imbracciare lo Sten e lottare. Non conta più sapere giocare la palla, però una buona visione di gioco serve pure in guerra e in campo male che vada uno si infortuna, sui monti dell’Appennino invece si muore. L’attenzione prima di tutto. Ne saprà qualcosa Dino Fiorini, ex calciatore del Bologna aggregatosi ai repubblichini, che verrà fucilato a Monterenzio il 16 settembre 1944 e il suo corpo non verrà mai ritrovato.

Comunque è il 10 luglio 1944, non ci sono partite da giocare, c’è solamente da perlustrare la zona nei pressi del Monte Lavane, a metà tra Romagna e Toscana. Bruno Neri detto Berni e Vittorio Bellenghi detto Nico stanno camminando per le mulattiere tutte uguali dell’Appennino, il sole batte cocente sui due partigiani, che vagano stanchi nel primo pomeriggio per recuperare un aviolancio alleato. Una sigaretta dopo l’altra i due arrivano nei pressi dell’Eremo di Gamogna, Toscana di qualche metro. Non sentono neppure arrivare i nazisti, la raffica degli Schmeiser li coglie alle spalle e all’improvviso. Sono troppi e troppo ben assortiti quelli del Battaglione Todt perché Berni e Nico possano fare qualcosa e infatti i due partigiani stramazzano al suolo. Quando un avversario entra da dietro al massimo si prende un cartellino rosso, qui no, questa purtroppo è guerra. Leggenda narra che Neri si sia gettato sul compagno per difenderlo ma lo abbia fatto troppo tardi, i mitra italo-tedeschi stavano sparando all’impazzata. Finisce così, con una raffica di mitra in un pomeriggio di luglio del 1944, la storia di Bruno Neri, calciatore e partigiano. A Gamogna ancora oggi c’è una lapide con su scritto: «Su queste antiche pietre il 10 luglio 1944 i comandanti Bruno Neri e Vittorio Bellenghi sono morti subendo l’oltraggio brutale della rabbia nazista».