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2012

Juventus, Pessotto: “Nessun rimpianto. Quella finale di Roma…”

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JUVENTUS PESSOTTO – Una vita tra alti (tanti) e bassi (qualcuno, ma tremendo). Gianluca Pessotto racconta la propria carriera a “I Signori del Calcio”, su Sky Sport: dagli inizi alla consacrazione, alla Juventus, squadra di cui oggi è il team manager, in mezzo molto altro.

Gianluca frequenta le giovanili del Milan, a fine anni ’80, ma i rossoneri non sono nel suo destino: Ho iniziato nel Milan, ma in quegli anni il Milan era troppo forte ed io troppo scarso per pensare a fare il salto in Prima Squadra. Giocavo in Primavera, era il Milan degli olandesi e c’era in panchina Sacchi. È stato un privilegio per pochi, come per Albertini, arrivare fin lì. Per gli altri era il momento di girovagare nelle serie minori e mai avrei pensato di poter giocare nella Juventus, per di più per così tanti anni“.

Pessotto arriva subito a Torino. Sì, ma la Torino granata… “Al Torino ci sono arrivato quasi per sorpresa. La stagione prima a Verona le cose erano andate bene, avevo fatto un buon campionato e si parlava di una mia conferma. Invece poi, come spesso succede, mai dire mai: capita l’occasione della Serie A. Non potevo lasciarmela sfuggire. Ho usato questa opportunità come trampolino di lancio per poi arrivare alla Juventus. Due derby vinti su due giocati e fu per noi una stagione fenomenale. La Juventus perse col Foggia, poi non perse più fino al derby d’andata e poi fino al derby di ritorno. Con Moggi si scherzava, lui ci prendeva in giro perché avevamo vinto ed io gli dissi: ‘Direttore, è stata la sua fortuna, perché da lì non avete più perso’. Del Piero? Il primo derby Baggio non lo giocò e venne schierato questo ragazzino che marcai, ricordo quel duello e gli rifilai anche qualche scarpata che poi non mi rese (ride, ndr). L’anno successivo, in occasione del primo derby, avevo capito quanto fosse bruciata la sconfitta dell’anno prima ai bianconeri. Capivo la loro voglia di rifarsi ed infatti vinsero in maniera trionfale: 5-0 nel derby, una partita già strana per sé. Se penso al 3-3 con la buca di Salas fatta da Maspero ancora non ci credo. Per la Juventus e per Torino il derby rappresenta qualcosa di diverso, vincerlo è sempre bello”.

L’anno dopo, è il 1995, Pessotto è alla Juventus: “Il primo anno alla Juventus, tutta l’attenzione era rivolta alla Champions League, con la voglia di cancellare la pagina dolorosa dell’Heysel e scrivere una pagina importante. È stato un cammino trionfale, sin dalla partita d’esordio a Dortmund: un impatto pazzesco, con uno stadio gremito ed il muro giallo, ma la squadra ha dimostrato sin da lì di avere le ‘palle’ per arrivare in fondo. Andare sotto 1-0 e poi ribaltare la partita per 3-1 non è impresa facile e da lì gettammo le basi per il nostro percorso in Champions. Nella finale di Roma c’erano i presagi di un esito positivo, sin dai quarti di finale vinti contro il Real Madrid a dire il vero c’erano, una partita che segnò la svolta per noi, con il campionato ormai compromesso. M’ero accorto che potevamo arrivare fino in fondo. In finale abbiamo trovato l’Ajax campione in carica, era la squadra da battere e mister Lippi ci disse: ‘Loro sono forti, ma non hanno mai affrontato una squadra aggressiva come noi’, ed aveva ragione. La partita fu molto bella, un peccato sia finita ai rigori, avevamo avuto le occasioni per chiuderla prima, ma di fronte ad uno stadio per tre quarti italiano, non potevamo farci sfuggire questa occasione. Il mister era talmente convinto che avremmo vinto la partita che non ci faceva provare i rigori. Per uno come me che non aveva mai tirato un rigore in vita sua, era impensabile tirarne uno, ma quando arrivò il momento dei rigori non lo chiesi direttamente a Lipii, ma lo cercai con gli occhi: volevo tirarlo e feci di tutto perché mi desse fiducia. Sapeva che poteva contare su di me, lo capì. Il primo pensiero è stato quello di realizzare un sogno: quando ero nelle giovanili del Milan vinsero la Champions League, la portarono a Milanello, ed a noi ragazzini ci diedero la possibilità di farci la foto assieme e dentro di me mi dissi che un giorno l’avrei vinta anch’io. Il mio gol più bello è stato forse il rigore della finale di Roma, ne ho segnati pochi in carriera, si possono contare su una mano. Forse è stato ancora più decisivo il gol salvato contro la Roma, di Batistuta, decisivo per la sfida scudetto di quel campionato”.

Tornando al compagno di una carriera, Alex Del Piero:Alessandro ha fatto, come tanti altri giocatori, l’importante storia della Juventus e continuerà ad essere un punto di riferimento. Per come si allenava lui, con la sua determinazione e la sua classe, unite ad una trasparenza da ragazzo che ha mantenuto fuori dal campo, per me rappresenta un riferimento da portare come esempio al settore giovanile. La sua ultima stagione, terminata con la vittoria della Juventus e di lì il giro di campo, è stata molto emozionante. Mi sono emozionato più in quella occasione che non in tante altre mie“.

Tanti altri campioni però hanno condiviso il campo con Gianluca: Zinedine Zidane era l’estetica e l’essenza del calcio. Danzava con la palla. La sua caviglia era come una mazza da hockey con la parte finale movibile. Faceva delle cose incredibili, unite ad una timidezza che lo rendeva ancora più grande: non ha mai fatto pesare il suo talento su di noi e questo lo ha reso ancora più grande, uno dei migliori giocatori che il calcio abbia mai visto. Trezeguet? Serial killer. David era impressionante. Era pazzesco come riuscisse a capitalizzare qualunque tipo di palla capitasse in area: di testa o di piede. Credo che i ragazzi giovani dovrebbero studiare il suo calcio al volo, penso di aver visto pochi giocatori calciare con la sua coordinazione palle difficilissime. A volte spariva durante la partita, ma poi appena c’era l’occasione castigava e faceva gol: come Inzaghi. Gianluca Vialli era il carismatico, il leader della Juventus che io trovai il primo anno. Sin dal ritiro, quando si dividono i gruppi per fare le ripetute sui mille metri, gli attaccanti sono solitamente gli ultimi, perché sono un po’ più pigri e godono soprattutto del loro estro. Lui però era al nostro pari ed ho capito subito in cosa mi ero imbattuto. La sua determinazione, come quella di Ravanelli e Del Piero, lo portavano a non voler perdere manco la partitella del martedì e ce la faceva pesare se accadeva, ma è giusto così“.

Infine, Antonio Conte: “Speravo che Conte potesse diventare per la Juventus quello che è stato come calciatore. Ha dentro di sé tutto: esperienza, mentalità vincente, la ha avuta da calciatore. Non è stato baciato dal talento come calciatore, ma ha ottenuto tutte le sue vittorie con le fatiche: era così da giocatore ed è una mentalità che ha trasferito anche da giocatore”.

La vita di Pessotto è stata fatta anche di cadute (come il tentativo di suicidio del 2006), ma in campo come fuori Gianluca non s’è mai arreso:Non mi sono mai sentito un vero leader, anche se in una squadra ce ne sono diversi: da quello che parla, quello che parla solo in allenamento o quello che non parla proprio. Una squadra deve essere fatta di tanti grandi leader. Non ho molti rimpianti di quello che ho fatto, non si può tornare indietro e cambiare il passato. Mi sarebbe piaciuto solo un po’ bilanciare in Champions League e portare a casa almeno una vittoria in più in finale sulle quattro disputate“.

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