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2013

Morosini, periti gip: «Omesso impiego defibrillatore»

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MOROSINI – I periti del gip, chiamati in causa sulla morte di Piermario Morosini, hanno confermato la morte del calciatore per cardiomiopatia aritmiogena. Secondo quanto appreso dal Corriere Fiorentino, «il decesso è inquadrabile come morte improvvisa cardica aritmica, secondaria a cardiomiopatia da cui era affetto, precipitata dallo sforzo fisico intenso. Tutti i membri dell’equipe medica hanno omesso di impiegare il defibrillatore. I medici sono chiamati a detenere nel proprio patrimonio di conoscenza professionale il valore insostituibile del defibrillatore», come hanno scritto Vittorio Fineschi, Franco Della Corte e Riccardo Coppato nella consulenza, dove sono state esaminate le responsabilità dei quattro medici intervenuti il 14 aprile 2012, il medico del Livorno Manlio Porcellini, quello del Pescara Ernesto Sabatini, il responsabile del 118 dello Stadio Vito Molfese e il primario dell’ospedale di Pescara Leonardo Palosci, finiti nel registro degli indagati.  Quest’ultimo «in qualità di responsabile del soccorso nel campo della squadra ospitante era chiamato a conoscere la disponibilità della strumentazione. L’assoluta incardinata attività posta in essere da tale sanitario comunque dati i tempi di intervento riveste sicura dignità causale nel concretizzarsi dell’exitus del Morosini».

Il medico sociale del Livorno avrebbe dovuto ricercare i defibrillatore perché avrebbe sfruttato «l’incomparabile opportunità di intervenire precocemente mediante defibrillazione esterna in un momento in cui la probabilità di pieno recupero del circolo cardiovascolare è massima. Tale omissione diagnostica-terapeutica, pertanto, riveste ruolo causale nel determinismo dell’exitus di Morosini».

A Vito Molfese «sono addebitabili i maggiori profili di censurabilità comportamentale. Pur intervenendo in un momento successivo rispetto ai primi due medici, si deve a lui riconoscere, tuttavia, il ruolo di leader che egli avrebbe dovuto assumere, procedendo immediatamente alla ricostruzione degli atti di soccorso praticati dai colleghi, immediatamente riconoscendo l’assenza di impiego del defibrillatore ed operandone l’impiego ad un tempo in cui una defibrillazione esterna si sarebbe associata ad una probabilità di sopravvivenza ancora piuttosto elevata (circa 60 – 70 per cento)».

Infine, il ruolo più sfumato del primario di cardiologia Paloscia, perché quando interviene «solo residue chance di sopravvivenza erano ormai ipotizzabili nel Morosini al momento dell’intervento, per cui nessun rilievo causale è da assegnare all’erroneo comportamento di tale medico».

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