Pizzul: «Cercare di stabilire date per la ripresa mi sembra arbitrario» – ESCLUSIVA

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Bruno Pizzul è stato il narratore del calcio italiano: le sue opinioni su questo difficile momento, con qualche aneddoto storico

La voce di Bruno Pizzul ha accompagnato ognuno di noi nel mondo della Nazionale italiana di calcio: dal racconto delle gesta di Messico ’70, fino ad arrivare a Italia ’90, passando per gli sciagurati rigori di Usa ’94 e Francia ’98 e l’esaltante vittoria contro l’Olanda negli Europei del 2000. La voce del calcio italiano, ma anche un immenso archivio storico del gioco. Bruno Pizzul ha parlato in esclusiva a Calcionews24 del difficile momento in Italia, con riferimento anche al calcio.

Salve signor Pizzul. Innanzitutto lei come sta? Una domanda che di solito sembra scontata ma che in questo periodo assume una valenza particolare.

«Io sto bene, ma naturalmente sono preoccupato nella giusta maniera di quello che sta accadendo nella speranza che si risolva. Mi pare sia quasi blasfemo occuparsi e preoccuparsi di cose che sono più futili, meno rilevanti della situazione che siamo costretti a vivere. Io fortunatamente vivo in una zona che è stata colpita in maniera meno violenta da questa virulenza, perché il Friuli (in particolare la provincia di Gorizia) praticamente è stato indenne, ma questo non vuol dire che possa essere considerata al di fuori di qualche ipotesi di contagio anche perché la situazione, quantunque gli esperti ci dicano che è in fase di miglioramento, è tuttora molto preoccupante. Soprattutto il numero dei morti è quello che ci angoscia di più e continua ad essere abbastanza rilevante. Anche il modo in cui vengono comunicate queste situazioni. Giustamente è una situazione che va tenuta sotto controllo e la gente va informata, però è un modo di comunicare che crea angoscia come questo stato di costrizione a casa».

Certamente è un periodo duro per tutti. Lei come sta vivendo questa chiusura forzata in casa?

«Una situazione che per molti è insopportabile. Io, sia per l’età che non è che mi consenta di muovermi tanto, sia perché vivo in una casa spaziosa con mia moglie che mi aiuta, la sopporto. Però questo stare chiuso in casa per alcune famiglie che vivono in spazi ristretti, e che devono stare vicino senza poter stare vicino, non è molto semplice. Poi c’è anche quella che sarà la componente di carattere squisitamente economica perché tutto va rimesso a posto. Si spera che tutto ritorni come prima, fermo restando che già prima si era in difficoltà. Figuriamoci adesso che le situazioni rendono il tutto più problematico. Per ora l’esigenza principale è quella della sopravvivenza, perché ci sono persone addirittura a rischio di fame e quindi occorre aiutarle, fare in modo di rendere il meno grave possibile la loro situazione. Si tratta di una faccenda che ci ha colti assolutamente impreparati e a proposito della quale non abbiamo nessuna esperienza, gli stessi scienziati non sono riusciti a stabilire bene la natura di questo virus, che ha questa virulenza terribile e passa da un essere umano all’altro con estrema facilità».

In questo periodo è diifficile parlare di calcio, ma avrà seguito sicuramente le discussioni relative alla ripresa dei campionati. Pensa si possa riprendere la stagione?

«Noi abbiamo dovuto e saputo affrontare per primi questa situazione che però pian piano si sta diffondendo in tutto il mondo, per cui anche parlare del futuro del calcio mi sembra abbastanza discutibile, fermo restando che anche lì ci sono queste storie di soldi da pagare o non pagare ai giocatori, campionati da finire o non finire. È giusto che anche il calcio si senta coinvolto, si preoccupi di queste cose e di come verranno affrontate però credo di poter dire che stabilire o cercare di stabilire delle date per la ripresa del campionato è abbastanza arbitrario e di difficile soluzione, visto che i numeri dicono che siamo ben lontani dall’uscire da questa pandemia».

Pur non essendoci il campionato non mancano mai le polemiche, sia per quanto riguarda la discussione sulla ripresa che relativamente al taglio degli stipendi.

«Una situazione molto difficile in cui naturalmente saltano fuori quelli che sono gli interessi personali, di bottega, anche all’interno di quelle che sono le singole situazioni nel calcio stesso. Per la prima volta la Lega di Serie A ha trovato unanimità di consensi nel momento in cui hanno stabilito i criteri di massima attraverso i quali pagare meno di quanto fosse nella loro interezza l’emolumento dei singoli giocatori. Però anche questa presa di posizione delle società è stata gravemente contrastata dall’Associazione calciatori con Tommasi che ha avuto parole molto dure, lui che solitamente è una persona abbastanza tranquilla. Tuttavia fa vedere come gli stessi calciatori siano molto restii a fare quei sacrifici che, indubbiamente, dovranno fare anche loro».

Si sono rivisti tanti tricolori sui balconi delle case degli italiani. Questa pandemia può lasciarci quindi qualcosa di buono? Ovvero un sentimento di unità nazionale?

«Indubbiamente. Chiaro che questo sentimento di unità nazionale, che per la verità ha manifestazioni esteriori piuttosto sporadiche e occasionali, ha trovato motivo di espressione in occasione delle grandi vittorie della nostra Nazionale, o comunque nelle volte in cui c’è stato un comportamento molto positivo degli Azzurri, a testimonianza del fatto che la passione per il calcio è molto radicata e incide in quella che è la cultura sportiva italiana, tanto è vero che non a torto qualcuno l’ha definita “non cultura” perché troppo orientata ad un interesse emotivo e passionale di solo calcio. Vero è che in occasione delle vittorie della nostra Nazionale di calcio si è visto in giro per l’Italia un numero sproporzionato di bandiere tricolori, tanto è vero che alcuni dicevano ‘Che fine avevano fatto queste bandiere che non si vedono mai se non in occasione di qualche vittoria della nostra Nazionale?’. In effetti il sentimento di unità nazionale vacilla spesso e volentieri, ma in questo caso con questa pandemia che ha colpito un po’ tutti, sembra che si sia sviluppato di nuovo questo tipo di sentimento anche perché abbiamo bisogno di sentirci uniti, non solo per i comportamenti relativi al tentativo di placare il diffondersi di questo virus, ma anche per quelle che saranno le situazioni di carattere socio-economico che dovremo affrontare».

So che il suo cuore è diviso tra l’Udinese e il Torino.

«Torino è una citta unica per molte cose. Non a caso anche nella storia del calcio la Juventus oltre ad essere quella che vince sempre tutto, è anche l’unica che non si è uniformata al voto generale delle altre società perché aveva già risolto prima il proprio problema con i giocatori, attraverso una presa di posizione che dimostra ancora una volta che è una società che oltre a tantissimi tifosi, ha anche moltissimi estimatori non tali, che sta facendo molto molto bene ed è ottimamente organizzata».

Vecchio cuore granata quindi, legato alle gesta del Grande Torino.

«Io sono un vecchio cuore granata. Quando ero ragazzo, qui nelle nostre parti, l’unico pallone che c’era era stato trovato magicamente nell’immediato dopoguerra dai preti che lo utilizzavano per far convenire i ragazzi negli oratori. Solo che questo pallone veniva gestito dai ragazzi che erano un po’ più anziani di noi e che erano tutti tifosi della Juventus e non ci davano mai quel pallone, ma giocavano sempre loro. Quindi noi più giovincelli eravamo tifosi del Toro proprio per contrapposizione».