Padovan: «Ripresa a metà maggio. La Juve rifiuterebbe il titolo per un motivo» – ESCLUSIVA

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© foto www.imagephotoagency.it

Giancarlo Padovan offre tanti spunti sul momento attuale legato all’emergenza Coronavirus, valutando gli effetti sul mondo del calcio

Giancarlo Padovan, noto giornalista ed opinionista sportivo, ha parlato dell’emergenza Coronavirus e degli effetti di quest’ultima sul mondo del calcio in esclusiva per Calcionews24. Ecco l’attenta analisi sull’attualità e sulle misure applicate.

L’emergenza Coronavirus ha cambiato le vite di tutti: come è cambiata la sua quotidianità, anche in ambito lavorativo?

«Lavoro di più da casa, ma succedeva anche da prima perché sono un freelancer ed il mio lavoro è fatto essenzialmente di collaborazioni. Prima avevo di più da scrivere di calcio perché si giocava e adesso un po’ meno. Diverso è il rapporto con Sky che è effettivamente cambiato. Io non vado in studio da Sassuolo-Brescia, non posso partecipare attivamente. Io sono un collaboratore commentatore. Collaboro a seconda delle esigenze. Io come tutti, o quasi tutti, resto a casa e vivo in casa, ho due splendide bambine (Anna di un mese e Beatrice di 16 mesi) che mi tengono impegnato comunque. Poi svolgo l’attività di professore all’Università Cattolica. Dal 2002 insegno “Teoria e tecniche dell’informazione sportiva”, avevo delle lezioni frontali; ora queste lezioni non possono tenersi più, ma le faccio da casa, le registro e le mando su una piattaforma gestita dall’università per metterle a disposizione degli studenti».

Il Ministro Spadafora, come preventivabile, ha escluso categoricamente la ripresa dei campionati per il 3 aprile.

«Lo esclude e fa bene, ma diciamo che l’avevamo capito. Secondo me non si riparte se non ai primi di maggio, se si ripartirà si farà intorno alla seconda/terza settimana di maggio. Sempre che tutto vada bene naturalmente, perché quando si parla del Coronavirus e dei suoi effetti, si parla di una situazione che è “in progress”. Fortunatamente possiamo sperare, ma i dati per ora non ci consolano. Il dato dei morti è ancora esorbitante, però qualche sintomo di ripresa pare esserci; negli ultimi giorni, ad esempio, è diminuito il numero dei ricoveri ed è aumentato quello dei guariti, insomma qualche piccolo dato di miglioramento c’è e potrebbero essercene altri. Io credo che il Ministro abbia fatto bene a ribadirlo, ma non credo ci fossero speranze per una ripresa ad aprile. Mi pare però che abbia anche accennato al blocco degli allenamenti e questo mi sembra un fatto nuovo. Se si ripartirà a maggio, bisognerà rifare la preparazione quasi completamente, per arrivare a metà luglio».

In caso di ripresa effettiva a metà maggio con fine a metà luglio, quale formula ritiene migliore per concludere il campionato?

«Io credo che i playoff siano del tutto esclusi, non li considera più nessuno e non li vuole più nessuno. Se campionato sarà, sarà un campionato a girone unico, con la conclusione di queste 12/13 partite giocando in tempi ravvicinati. È chiaro che non si può giocare solo il fine settimana, ma ci saranno anche turni infrasettimanali. E poi ci sono anche le coppe europee. Chiaro che sarà un calendario compresso, ma è il campionato più regolare possibile, con la stessa formula, con le stesse regole. Con i playoff si sarebbe dovuto cambiare tutto. Questa è la formula più vicina possibile alla regolarità, se sarà possibile riprendere. Ripeto, io sono ottimista, ma mi aspettavo qualcosa di più in queste settimane, con qualche segnale di miglioramento più vistoso; invece ci sono dei timidi segnali di miglioramento, ma l’incidenza della mortalità è ancora fortissima».

Il “like” di Agnelli ad un tifoso su Twitter ha scatenato i social. Il tweet “consigliava” di non accettare lo Scudetto in caso di assegnazione senza disputare la restante parte del campionato. Lei cosa ne pensa?

«È la prosecuzione dell’atteggiamento che la Juve ha sul caso Calciopoli. Un atteggiamento coerente, io dico che se venisse assegnato avrebbe più senso conservarlo. È sicuro a questo punto che la Juve rifiuti lo Scudetto assegnato con questa modalità. Perché lo farebbe? Perché pensa che allo stesso modo avrebbe dovuto comportarsi l’Inter nel 2006, quando la Juventus vinse il titolo (poi revocato per le vicende di Calciopoli) e fu poi assegnato ai nerazzurri, terzi in classifica. I bianconeri hanno sempre pensato fosse uno Scudetto finto. Io, in questa frangente, vedo più un atteggiamento ideologico che agonistico, perché fino a questo punto la stagione c’è stata e il campo ha dettato questa classifica. Capisco che sarebbe un segno di eleganza e distinzione dire che il campionato non si è concluso e quindi rifiutare il titolo».

Passando alla zona bassa della classifica, si presenta il medesimo problema. Nell’eventualità si congeli la classifica, come verrebbero gestite retrocessioni e promozioni?

«Se pensiamo di andare ad un campionato a 22 squadre, abbiamo sbagliato tutto, anche a capire come si conserva questa Serie A. Come si fa a giocare a 22 squadre? Mi sembra tutto un pasticcio, nel senso se si ferma il campionato a questo punto e si cristallizza la classifica, le ultime 3 devono retrocedere, per forza di cose. È più giusto questo che altro, ma che sia giusto o meno non ha molta importanza. Le retrocessioni devono esserci altrimenti si blocca il meccanismo, anche delle promozioni, sia dalla B alla Serie A che dalla Lega Pro alla Serie B».

Ieri sera è arrivato il comunicato da parte della Juventus sull’accordo con calciatori e allenatore sulla riduzione dei compensi per un importo pari alle mensilità di marzo, aprile, maggio e giugno 2020. Un atteggiamento responsabile destinato a fare scuola?

«Un bel gesto, sono tutti giocatori iper-pagati, credo sia costato sì ma relativamente. Questa decisione della Juve faciliterà l’atteggiamento che gli altri dovranno avere con le loro società e faciliterà anche la traccia che dovrà dare l’AIC per quanto riguarda questa posizione. Naturalmente possiamo chiedere uno sforzo del genere ai giocatori di A e B, alcuni di Serie B, ma non a quelli di Serie C, perché i giocatori non possono non prendere gli stipendi perché non potrebbero vivere letteralmente, se non venisse applicata una misura che gli garantisce questo».

Spostando l’attenzione sul calcio femminile, la ct Bertolini ha elogiato le calciatrici, definendole professioniste anche se non sono ancora riconosciute come tali. Come valuta questa affermazione?

«Le giocatrici devono continuare ad essere pagate, non sono considerate professioniste da nessuno ma si allenano come tali perché il calcio ad alto livello esige questo. È lo stesso discorso: le fasce più deboli dei calciatori e delle calciatrici vanno protette e perciò secondo il mio punto di vista Serie C, Serie D, il calcio femminile e anche i campionati giovanili, vanno garantiti, perché è vero che non giocano ma se non vengono pagati non hanno nemmeno la sussistenza».