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Kessié riporta il Milan in Champions, Dybala torna a splendere, Inter inarrestabile

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Quando l’11 marzo 2014 il Milan giocava per l’ultima volta una partita in Champions League, un ragazzo appena diciassettenne veniva promosso in prima squadra tra le fila dello Stella Club d’Adjamé in Costa d’Avorio, attirando su di sé l’attenzione dell’Atalanta.

Sette anni dopo quel ragazzo torna a giocare a Bergamo, ma ora indossa la maglia rossonera e sulle spalle ha il numero 79, come i punti raggiunti dal Milan grazie alla sua doppietta su rigore, proprio lì dove la sua avventura italiana era cominciata. Frank Kessié è l’indiscusso simbolo del Milan di Pioli: instancabile (50 partite giocate in stagione) e concreto (primo giocatore del Milan in doppia cifra di gol su calcio di rigore in una stagione di Serie A da Zlatan Ibrahimovic, nel 2011/12). Non a caso è stato proprio il centrocampista ivoriano a riportare il Diavolo sul palcoscenico della più blasonata competizione continentale per club. La sua prestazione contro l’Atalanta è stata a dir poco monumentale (IET 97%, IEF 95%): un connubio tra grinta e intelligenza tattica che ha rasentato la perfezione (Pressing 98%, K-Movement 99%). Kessié ha preso la squadra per mano, trascinandola con un’aggressività offensiva del 95% e chiudendo la partita correndo più di chiunque altro nel match: ben 11,6 km percorsi, di cui 2,9 ad alta intensità, 24 sprint, 95 frenate brusche ed un carico metabolico di 11,5 W/kg. Per consacrarsi definitivamente tra i migliori centrocampisti a livello internazionale, l’unico appunto che si può fare al giocatore rossonero è la necessità di migliorare nella fase di palleggio, dove attualmente cerca di non correre troppi rischi (K-Pass 85%). Ma per ora va bene così: il Milan si gode il suo ‘Presidente’, che non vede l’ora di mettersi in gioco tra le brillanti stelle di quelle notti europee che tanto mancavano al Diavolo e ai suoi tifosi.

C’è un’altra squadra che ha rischiato fino all’ultimo di non accedere alla Champions League, per quella che sarebbe stata la più clamorosa delle esclusioni dopo nove scudetti consecutivi. Più clamorosa anche della permanenza in panchina di Cristiano Ronaldo nella partita che decide una stagione. E nel momento più importante e difficile, ecco che nella Juventus è tornata a splendere un’altra stella: quella di Paulo Dybala. Dopo il dribbling ubriacante e l’assist al bacio per il gol del raddoppio di Morata, dai suoi piedi è partita anche la bellissima azione che ha portato al gol di Rabiot e solo il palo gli ha negato la gioia del gol nei minuti finali. È difficile non domandarsi cosa sarebbe successo se il talento argentino fosse stato a disposizione per tutta la stagione. Contro il Bologna la ‘Joya’ ha sempre preso (e, soprattutto, eseguito) delle scelte di gioco ottimali, come testimoniato da un efficienza tecnica che ha superato il 94%. Sempre al posto giusto e nei momenti giusti, Dybala si è mosso quasi alla perfezione sul terreno di gioco, facilitando le giocate dei propri compagni e i loro inserimenti (come nel caso del gol di Morata). I suoi movimenti hanno messo in risalto anche l’indiscusso talento di Chiesa e  Kulusevski, che sono apparsi piuttosto a proprio agio accanto al 10 bianconero. Il K-Pass e l’aggressività offensiva superiori al 95% descrivono un regista offensivo in grado di dare una scossa alla manovra juventina, e anche la fase d’interdizione ha dato degli ottimi segnali verso il pieno recupero fisico: 11,2 km percorsi, di cui 2,5 ad alta intensità con un carico metabolico di 11,3 W/kg. Forte delle sue giocate e dei suoi 100 gol in maglia bianconera, Dybala è finalmente pronto a riprendersi la Juventus.

I titoli di coda di questa stagione, però, non può che prenderseli l’Inter di Antonio Conte, capace d’interrompere un dominio a tinte bianconere che nelle ultime nove stagioni nessuno era riuscito a scalfire. Nessuno fino a che proprio colui che vi aveva dato inizio è tornato in Serie A con l’obiettivo di costruire un altro grande ciclo, ma questa volta a Milano, sponda nerazzurra. L’Inter ha chiuso il suo campionato nel migliore dei modi possibili, con una prestazione da cinque gol che ha permesso di archiviare con un rotondo successo anche la pratica Udinese e di festeggiare lo Scudetto con i propri tifosi fuori da San Siro. Se c’è un dato che ha sempre caratterizzato le squadre di Conte è l’aggressività difensiva: il 96% mostrato anche nell’ultima gara di campionato ha impedito ai friulani di pensare e, come conseguenza, di giocare il loro calcio. Proprio la solidità dimostrata in fase d’interdizione costituisce le solide fondamenta su cui si erge la costruzione del gioco nerazzurro. L’Inter ha chiuso il campionato con la consapevolezza di aver sfruttato al massimo il proprio potenziale: dall’efficienza tecnica di Lukaku (IET 95%) alla capacità di creare spazi di Lautaro (K-Movement 96%), senza dimenticare le proprietà di palleggio di Eriksen (K-Pass 97%) e il costante pressing dell’instancabile Barella (96%), passando dall’aggressività difensiva di Bastoni (95%) all’impressionante efficienza fisica di Hakimi (97%). Una squadra plasmata a propria immagine da Antonio Conte, capace di giocare sempre a ritmi altissimi, come testimoniano i 4.318 km percorsi dai nerazzurri in stagione, di cui 1.059 ad alta intensità e 101 sopra la soglia dello sprint (25 km/h), con un impegno muscolare di ben 34.101 frenate brusche. Per il momento, l’Inter si gode il meritato titolo di Campione d’Italia 2020/21, ma i ragazzi di Conte hanno ancora fame e sono pronti a difendere il titolo con la stessa grinta del proprio condottiero.