Prandelli e la crisi: «Abbiamo perso tutti. In Italia non c’è progettualità»

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Cesare Prandelli guarda da lontano le difficoltà del calcio nostrano: «Dobbiamo ripartire da una riforma dei settori giovanili. Contro la Svezia…»

La crisi del calcio italiano è veramente iniziata dal fischio finale di Italia-Svezia? Oppure bisogna guardare più indietro. Cesare Prandelli sa che è così: lui, l’ultimo ct ad aver portato l’Italia a una finale continentale, prese un’altra decisione dopo quell’Italia-Uruguay del Mondiale 2014, dimettendosi immediatamente: «Io credo che quando il progetto tecnico non ha ottenuto l’obiettivo, bisogna prendersi tutta la responsabilità. Quando qualcuno si assume le proprie responsabilità, automatica libera tutti gli altri». Peccato, perché la finale di Euro 2012 rimane un ottimo risultato: «Siamo arrivati lì e terzi in Confederations Cup. Abbiamo disputato un girone eliminatorio per il Mondiale senza perdere mai e giocando un gran calcio. Avevamo seguito un programma; invece, come accade sempre in Italia, basta che ci sia un responsabile, poi tutto torna come prima».

RIMANERE IN SELLA – In fondo, anche Bearzot non si qualificò a Euro ’84 dopo aver vinto il Mondiale ’82. Forse oggi Prandelli farebbe altre scelte e non si dimetterebbe? «Quando ho deciso, non sapevo che il presidente Abete mi seguisse. Noi siamo andati via, ma tutto è rimasto uguale: facile con il senno di poi, ma è stato quel che è stato e ci siamo presi le nostre responsabilità». Prandelli prova a inquadrare il male del calcio italiano ai microfoni de “Il Corriere dello Sport”: «In questo momento di crisi, il settore giovanile sta dando risultati, ma tutto si ferma lì. Forse il male è che abbiamo perso i nostri settori giovanili, li abbiamo abbandonati, non c’è programmazione. Forse dovremmo copiare gli altri e far crescere quei ragazzi lentamente, con razionalità e progettualità per noi sconosciuti».

STRANIERI E GIOVANILI – Ma è veramente tutta colpa degli stranieri? «Non è quella la questione, perché ci sono in tutta Europa e non saranno mai tolti né dalla A, né dalla B. Però forse nei settori giovanili bisognerebbe mettere un limite agli stranieri, perché prenderli in quel caso? Nel qual caso continuasse questo trend, allora facciamoli diventare poi italiani, come hanno fatto in Svizzera, Germania e Belgio». Sulle seconde squadre, Prandelli non è convinto: «Sarebbe meglio una ristrutturazione del settore giovanile: un limite agli stranieri nei settori giovanili e l’eventuale naturalizzazione dopo alcuni anni, altrimenti lavoriamo per gli altri».

RAPPORTI ISTITUZIONALI – Prandelli non risparmia delle frecciate alla Lega e all’organizzazione: «Basta ricordare una cosa. Divento ct dopo Sudafrica 2010 e organizziamo un’amichevole contro la Costa d’Avorio, a Londra. Cosa fa la Lega? Mette la finale di Supercoppa Italiana in Cina, due giorni prima. Questo vuol dire che non c’è rispetto». C’è forse un nome che vedrebbe alla testa della Figc? «Possiamo non apprezzare le persone, ma dobbiamo rispettare le istituzioni. Ci vuole una persona che non abbia nessun tipo di interesse definito per il calcio, ma che abbia a cuore il paese, una passione autentica per lo sport. Manca qualcuno di campo? Baggio e Albertini c’erano sotto Abete, ma la loro competenza cozzava contro gli assetti del potere». Prandelli non è stato più associato a club italiani: «Abbiamo ottenuto dei bei risultati con la nazionale, poi è stato tutto cancellato dal Mondiale 2014. Certi personaggi hanno avuto peso e, da allora, ho avuto ostacoli inspiegabili per lavorare in Italia».