Leggenda Totti, va bene anche senza lieto fine

© foto www.imagephotoagency.it

Il discusso addio al calcio – o meglio alla Roma – della leggenda Francesco Totti

Non potrebbe essere altrimenti: il tema caldo della settimana è il gran finale dell’era Totti. Si è giunti quasi volontariamente a questo genere di finale, con il capitano della Roma che – ad eccezione della maglia giallorossa – si lascia aperta ogni strada possibile. Da lunedì, come specificato nelle righe scritte sulla sua pagina Facebook. Tempo di social network e rivoluzioni nella comunicazione, chi l’avrebbe detto, chi l’avrebbe soltanto pensato nel giorno del suo esordio, il 28 marzo del 1993, quando a malapena era nato il web.

Totti, Roma e lieto fine

I film a lieto fine sono brutti e noiosi, non ci giriamo intorno. Sono quel che esattamente ti aspettavi, quel che doveva essere, quel che lo spettatore in quel momento ha dato per epilogo più probabile: ci si appresta alla visione e si vive ogni momento nell’attesa che poi, puntualmente al culmine della storia, tutto si aggiusti. La tecnica cinematografica del lieto fine ad un certo punto ha iniziato a stancare quella parte della platea che invece pretendeva e pretende altro, anche solo magari – alla fine – di interrogarsi. Di guardare lo schermo con gli occhi lucidi di chi avrà bisogno di pensarci per comporre la sua opinione finale, ma che va via comunque con un bagaglio irripetibile di emozioni. Nella vita reale invece ci sono storie che il lieto fine quasi te lo impongono: dovrebbe essere così dunque tra Francesco Totti e la Roma, dopo una carriera interamente dedicata a determinati colori – giallo e rosso – restando a debita distanza dalle tentazioni dei club più strutturati e vincenti al mondo. In tal caso il lieto fine è: lo storico capitano e leggenda giallorossa sceglie consapevolmente il giorno in cui comunicare e poi concretamente dare l’addio al calcio, senza tirare la corda oltre limiti biologici propri al genere umano, la società acconsente e crea l’humus ideale per rendere questo giorno unico nella storia del club, l’allenatore – mantenendo il risultato collettivo al principio della sua scala gerarchica – non crea personalismi di alcun genere e concede il meritato passo d’addio al suo calciatore.

Non è andata così

In realtà è andata assai diversamente, ragion per cui non siamo di fronte al più atteso e scontato dei lieti fini, con responsabilità che sono sostanzialmente da dividere tra le parti in causa: Francesco Totti ha probabilmente scelto di prolungare un tantino oltre la sua eccellente carriera, consapevole di incappare in un minutaggio non all’altezza della sua fama. Del calibro di un fuoriclasse che più volte si è dovuto limitare a riscaldarsi per un’intera frazione di gioco senza poi subentrare in campo. In buona parte lo ha voluto lui, per il resto l’attuale allenatore della Roma Luciano Spalletti non si è certo mostrato morbido nel concedere sconti al suo numero 10. Giusto così? A volte ha esagerato? Avrebbe potuto trovare un compromesso più equo? La sensazione è quella che, qualunque strada avesse intrapreso, avrebbe sbagliato: gli avesse concesso un minutaggio discreto lo avrebbero tacciato di scarsa personalità, non lo ha fatto giocare ed è passato per l’irreprensibile severo di turno. Per un allenatore che ha volutamente creato il personalismo. Ed una via di mezzo avrebbe lasciato il tempo che trova. Alla base del tutto la mancata fermezza della società, di una proprietà che un anno fa aveva deciso di non rinnovare il legame contrattuale con Francesco Totti salvo poi tornare indietro rispetto ai gol e agli assist firmati dal capitano nel finale di stagione, con la rimonta giallorossa valsa il podio del campionato alle spalle di Juventus e Napoli.

Che ne sarà di noi… lo scenario di Francesco Totti

Non c’è analista che non si sia addentrato nella più insignificante virgola del suo post Facebook: voleva dire quello, ma no, aveva in mente quell’altro. Più plausibile che abbia scelto di lasciarsi aperta ogni porta possibile proprio perché non ha ancora deciso quel che sarà di lui: meglio prendere tempo dunque, con i rischi che una scelta del genere comporta. Non a caso alcuni tifosi lo hanno tacciato di esagerata volontà di far parlare di sé, dichiarandosi esausti di un teatrino che ha stancato oltre ogni ragionevole limite. E questo sì che fa male, perché – lieto fine o non lieto fine – non doveva andare così. Potrebbe restare a Roma nell’asset dirigenziale, ipotesi più accreditata, o vestire una nuova maglia lontano dall’Italia, soluzione oggettivamente meno probabile, o addirittura lanciarsi in una nuova esperienza dirigenziale ma distante dalla città che lo ha accudito. Ad ogni modo è stato uno scossone: cambieranno anche le sorti dell’attuale allenatore della Roma, quel Luciano Spalletti pronto a firmare con l’Inter per diventare l’uomo del nuovo ciclo nerazzurro, resterà ovviamente al suo posto una società – con vertici in buona parte rinnovati – che nelle scelte future dovrà ampiamente considerare quel che è accaduto oggi. Resta l’amore di un popolo che lo ha venerato, spesso identificandosi con il soggetto e con le sue sorti: per tanti di loro è come uscire di scena a loro volta. Una sorta di amaro ma inevitabile ricambio generazionale: il futuro è sempre più roseo, il futuro ha vinto in partenza. Resta Francesco Totti: 25 stagioni con la stessa maglia in Serie A, come lui soltanto Paolo Maldini, ma il capitano più longevo del nostro calcio, forte di ben 19 stagioni disputate con la fascia al braccio. E qui non ci si arriva neanche con la rincorsa: no, nessuno come lui.