Hanno Detto
Baggio svela: «Il rigore col Brasile me lo sogno ancora oggi. Nazionale? Tante cose che non vanno, il mio dossier non bastava a risolvere tutti i problemi»
L’ex attaccante della Nazionale, Roberto Baggio, si racconta in una lunga intervista e svela alcuni aneddoti sulla propria carriera
Intervistato dal Corriere della Sera in occasione dell’uscita del suo libro “Luce nell’oscurità”, pubblicato da Rizzoli e in libreria la prossima settimana, Roberto Baggio si racconta così e affronta anche il tema della crisi dell’Italia, assente per la terza volta di fila dai Mondiali.
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L’ASTIO DI ALCUNI ALLENATORI NEI MIEI CONFRONTI, TRA CUI LIPPI – «Non amo giudicare gli altri, perché ognuno ha il proprio carattere, le proprie paure, il proprio modo di vivere il calcio. Però a volte ho avuto la sensazione che alcuni allenatori facessero fatica ad accettare che attorno a un calciatore ci fosse tanta attenzione. Forse non era gelosia in senso banale, ma il bisogno di affermare un’autorità. Io ho sempre cercato di mettermi a disposizione, ma non sempre è bastato. Fa parte della mia storia, anche questo».
ITALIA FUORI DAI MONDIALI PER LA TERZA VOLTA, COME SE NE ESCE? – «Ci sono tante cose da sistemare. I bambini non giocano più per strada. E in serie A ci sono pochi italiani. Se devi andare a prendere un giocatore altrove e naturalizzarlo, vuol dire che in quel momento non hai trovato un italiano pronto allo stesso livello. Bisogna creare una formula che incentivi davvero l’utilizzo dei ragazzi italiani. Il talento c’è ancora, ma va cercato, protetto, valorizzato. E bisogna avere il coraggio di dargli fiducia».
CHE FINE HA FATTO IL MIO DOSSIER? – «Non ho la presunzione di pensare che quel progetto andasse bene e bastasse a risolvere i problemi del calcio italiano. Non era solo mio, era scritto con altri bravissimi professionisti. Ho cercato di portarlo avanti, per dare i meriti a tutti loro. Poi le cose non sempre vanno come si spera».
LA FINALE DEL ’94 – «Mi sentii in colpa con tutti gli italiani. Volevo sparire. Provavo una vergogna infinita, una di quelle cose che ti restano addosso anche quando passano gli anni. Col tempo impari a conviverci, ma non è una ferita che si chiude del tutto. Posso solo dire che quel pallone ancora oggi per me resta sospeso in un luogo difficile da raggiungere con le parole. Se lo sogno? Di continuo. A volte invece ci penso da sveglio, nel letto, quando non riesco a prendere sonno. Immagino di segnare. E mi addormento».
FEDE – «Credo nella forza che ognuno di noi porta dentro, anche quando non la vede, anche quando pensa di non averne più. Non penso tanto a un Dio esterno che decide per noi, quanto a una forza interiore che va cercata, coltivata, rispettata. Il buddismo è stato sicuramente il mio rifugio, mi ha formato come persona portandomi a lavorare su aspetti del mio carattere a cui prima non facevo caso. Mi ha dato la forza quando ne ho avuto più bisogno e il coraggio di non mollare mai».
IL RICORDO DEL PRIMO INTERVENTO – «Andammo a Saint-Étienne sulla vecchia Ford di famiglia. Dodici ore di viaggio nel silenzio: era il terrore che non sarei più tornato a giocare. Quando mi svegliai dall’anestesia urlavo per la sofferenza. Non potevo prendere antidolorifici, sono sempre stato allergico. Dissi a mia madre: “Se mi vuoi bene, uccidimi”. Non riuscivo più a correre, ad allenarmi come prima. Per mesi non incassai gli assegni dello stipendio della Fiorentina. Perché mi vergognavo. Non riuscivo ad accettare l’idea di guadagnare senza poter lavorare. Così mettevo gli assegni nel cassetto. Mi tornava in mente mio padre, la sua voce quando diceva che i soldi non meritati portano sfortuna. Per me il lavoro è sempre stato legato alla dignità. Anche se ero ferito, anche se non dipendeva da me, sentivo comunque quel peso».
IL MIO PASSAGGIO DALLA FIORENTINA ALLA JUVENTUS – «Firenze si ribellò. Piangevo come un bambino. Si sentivano passare le ambulanze dirette verso la sede della Fiorentina, dove gli scontri durarono tre giorni. Sentivo un dolore lancinante per tutta quella rabbia e quella sofferenza. Non avevo mai voluto la cessione, ma mi sentivo colpevole»
SACCHI – «“Tu per noi sei quello che Maradona è per l’Argentina”. Quelle parole mi erano rimaste dentro. Per questo, quando vidi il cambio, mi sembrò una contraddizione enorme. Sarebbe ingiusto attribuire ad altri intenzioni che non posso conoscere fino in fondo. Dico però che percepii una situazione ambigua. Forse si pensava che una vittoria senza di me avrebbe esaltato ancora di più il gruppo. E forse, in caso di sconfitta, la mia assenza avrebbe potuto diventare un alibi. Sono pensieri che mi attraversarono in quel momento».
DEL PIERO – «Negli spogliatoi parlavamo in dialetto veneto, e questa cosa ci avvicinava. Succede ancora oggi, quando ci incontriamo».
SU RONALDO IL FENOMENO – «Quando si ruppe il ginocchio, soffrii davvero per lui. Sapevo cosa significava vedere il corpo tradirti, sentire che una parte di te non risponde più come vorresti. Lui era un talento immenso, qualcosa di raro. E forse proprio per questo il suo dolore mi colpì ancora di più».
MARADONA – «Era speciale. Umile. Una volta, sul volo per l’Argentina, palleggiammo insieme. A 10 mila metri da terra, vicino al cielo. Coinvolgendo anche il mio Mattia».