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Roberto Baggio si racconta: «La carriera, il ritiro e un mio ritorno: vi dico tutto»

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Roberto Baggio si racconta a “Vite – L’arte del possibile”: le dichiarazioni dell’ex Divin Codino a Giuseppe De Bellis

Roberto Baggio rompe il silenzio. L’ex Divin Codino, tra i simboli del calcio italiano anni ’90, si racconta a Sky TG 24 nel format “Vite – L’arte del possibile” di Giuseppe De Bellis. Calcionews24 ha seguito LIVE la sua intervista.

CARRIERA – «Sapevo che un giorno sarebbe finita. Credo tutto ruoti intorno a quello che decidiamo di essere. Diventiamo grandi persone se affrontiamo le difficoltà, se lottiamo per essere noi stessi. Ho sempre cercato di farlo e credo di averlo trasmesso in tutto».

AEREO CON IL SUO NOME – «Non succede tutti i giorni, ma devo dire che mi fa felice. So che questo aereo può portare a casa tanti italiani che vivono all’estero».

LEGAME CON L’ITALIA – «Dipende forse dalla semplicità con cui ho vissuto, anche se ho avuto la fortuna di essere al centro dell’attenzione per un periodo. Forse questo ha colpito un po’ le persone».

L’AMORE DEGLI ITALIANI – «C’è sempre stato grande affetto da parte della gente anche magari quando ero avversario. Ho avuto la fortuna di far parte della Nazionale e questo ha aiutato molto. I risultati ottenuti a cavallo degli anni 90 hanno lasciato il segno. Credo sia una delle cause».

ESSERE UN SIMBOLO – «Ho sempre vissuto questo periodo in maniera molto semplice. Non mi sono mai sentito un simbolo, ho sempre cercato di vivere in maniera serena sapendo che sarebbe finita e che sarebbe rimasto quello che ho lasciato. Il fatto che in tanti ricordano di me vuol dire che ho toccato il cuore delle persone».

VENETO E ARGENTINA – «Sono legato alla mia terra, è una cosa normale. Vieni da lì come la tua famiglia, ho passato un sacco di anni lì. Noi siamo così, non c’è nulla da fare. Legame con l’Argentina? E’ una terra scoperta nel 91′ con mio padre, mio fratello e mio suocero. Con una banda di familiari. Ci ha rapiti, è una terra meravigliosa dove riscopri un rapporto con la natura che difficilmente trovi da altre parti».

SE FOSSE NATO IN UN ALTRO POSTO – «Non so se sarei stato lo stesso. Dopo la carriera che ho avuto mi viene facile parlare, ma credo una persona debba sempre lottare per essere se stessa. Credo di averlo sempre trasmesso».

PERSONE PIU’ INFLUENTI – «La famiglia in generale, i miei genitori e i loro valori. Poi sta a te circondarti di persone che hanno le tue stesse idee e che ti siano di supporto. Ruota attorno a chi decidi di essere. Con mio padre abbiamo avuto momenti difficili perchè succede quando ad una certa età vedi la vita in maniera particolare. Poi con una famiglia e i figli cambia la visione delle cose».

I FIGLI – «Mi hanno dato e mi danno un amore infinito. Il poter vivere cose insieme è una delle gioie della vita».

GIOIE E DOLORI – «Forse entrambe sono importanti, ma gestire il dolore ti fa crescere. E’ inevitabile, possiamo diventare grande persone se non ci lasciamo sviare da altro. Questo è il sale della vita di tutti. Senza difficoltà non capiamo il nostro valore».

PRIMO ED ULTIMO INFORTUNIO – «Il primo a 18 anni è stato molto pesante. Non ho giocato per quasi due anni, ma poi a quell’età non hai ancora capito nulla. Fai fatica. E’ difficile, ci sono cose che in determinate età ti possono segnare. Ho avuto la fortuna che ho avuto i momenti difficili ma avevo un gran desiderio di tornare a giocare e sono andato oltre tutto».

RIGORE DI PASADENA – «Era il sogno che coltivavo da bambino e ho sempre portato avanti. Tiravo via le lamentele che mi facevano comodo. Ho sognato tutte le sere la finale col Brasile, poi è arrivata ed è finita nella maniera più assurda e a cui non pensavo».

TROPPO CRITICO – «Forse la gente mi ha perdonato, mi ha sempre dimostrato grande amore ed affetto. Ha capito la mia sofferenza, però sono molto esigente con me stesso, per cui avevo mille occasioni per sbagliare ma non quel giorno. Volevo spiazzare il portiere come successo. Inspiegabile che ne ho calciati tanti, ma tirarlo alto non mi era mai capitato. C’è il dubbio di non aver comandato la forza del tiro, la forza del piede. Quella roba non la cancelli. Quando penso al Mondiale perso che ho perso quello, il secondo Pallone d’Oro e il trofeo come miglior giocatore del mondo. Tutto in un rigore».

MONDIALE 1994 – «Venivo da un anno importante dove avevo vinto il pallone d’oro, c’era grande attesa. Purtroppo però le responsabilità di quel momento, l’attesa che c’è diventa un muro quasi invalicabile. Nelle prime gare volevo fare ma non ci riuscivo».

INFORTUNIO – «Se potevo dare 5 davo 5, ma ho sempre dato tutto, sapendo che i rischi erano alti. Ovviamente il ginocchio mi ha segnato la vita di calciatore e anche di persona. Non riesco a fare ora tante cose. Ma la mia forza mentale mi faceva mettere la mia passione davanti a tutto, la sognavo».

MONDIALE 2002 – «Una ferita e come tutte magari non si cicatrizza. Quel Mondiale era magari un atto per quello che avevo dato alla maglia azzurra. Aver fatto parte di quella Nazionale sarebbe stato qualcosa, se giocavo o non giocavo era un’altra storia. Ma meritavo quel Mondiale ed andare nella terra del mio maestro, la cosa a cui tenevo di più».

RITIRO – «Ho ricordi pieni di emozioni. Sapevo che si chiudeva una parte importante per cui avevo lottato, ma è stato anche un momento di gioia perchè sapevo che finiva quell’agonia che mi aveva accompagnato per tanti anni, il fatto di non sapere se arrivavo al giorno dopo a fare quello che sognavo. Ho fatto forse di più di quanto potevo. Mi ricordo l’applauso, è stato commovente per me, c’era tutta la gente».

BAGGIO IN CARRIERA – «Quando ci ripenso mi sarebbe piaciuto rivedermi quando ero a Vicenza, lì ero imprendibile. Con l’infortunio mi hanno tolto qualcosa. Non ero più lo stesso, mi ha segnato per la vita».

UN’ESPERIENZA CHE LO HA SORPRESO NEL CALCIO – «L’anno di Bologna è stato un anno meraviglioso che mi ha riportato in Nazionale e alla gioia di poter vivere un altro Mondiale, quello di Francia. Sembra sia durata un mese e non un anno. E’ stato bello, un grande rapporto».

DIFFICILE DA GESTIRE – «Non lo so. Chi aveva il mio ruolo ha vissuto gli anni più difficili. Tutti iniziavano a giocare a zona, Sacchi aveva creato questa scuola e lo seguivano. Per chi aveva il mio ruolo, non ben definito, era difficile. Zola è dovuto andare in Inghilterra per giocare. Fa ridere. Però penso che l’allenatore è importantissimo, ma il calcio lo fanno i giocatori».

CAMBIATO IL CALCIO – «Se incontri un allenatore che mette davanti il suo modulo allora è tempo perso. Se il tecnico è oscurato da se stesso è chiaro che un giocatore che esce da certi canoni dà fastidio».

CITTA’ VISSUTE – «Sono stato bene dappertutto. A Bologna è stato talmente grande il desiderio di andare ai Mondiali che è volato».

DOVE SAREBBE VOLUTO ANDARE – «Ci vorrebbero tre vite. Ci sono state squadre che mi hanno cercato anche all’estero, ma perdevi la Nazionale in automatico se facevi così. Però io ho seguito il mio desiderio, non ci penso tanto».

ULTIMI 18 ANNI – «Mi è mancato il giocare. Ho fatto qualche apparizione, il campo mi manca per il gioco ma per il resto no. Sapevo sarebbe arrivato il giorno in cui sarebbe finito tutto. Mi sento realizzato in pieno, ho fatto tutto quello che potevo».

CONSIGLIO A CHI SI RITIRA – «Uno deve trovare altri interessi, questo è fondamentale, ti devi rinnovare. La vita non è fatta per stare a guardare. Anche la cosa più semplice poi ti riempie. Il calciatore è sempre sotto giudizio, se ti chiudono la luce non sai dove andare. Non hai qualcosa che ti appassiona come prima».

RUOLO IN FEDERAZIONE – «Non mi sentivo a mio agio. Ho provato ma quando uno torna a casa e non si sente bene significa che deve abbandonare».

TORNARE NEL CALCIO – «Volevo staccare completamente, capire cosa fare da grande. Poi ogni tanto ci pensi, ma per fortuna rimane quello. Devi essere portato e forse io non mi reputo all’altezza di allenare».

CALCIO DI OGGI – «Lo guardo ogni tanto, ma non so se è per le troppe partite ma oggi sembra che ci sia troppo di tutto. A volte non ho più l’interesse di prima».

NONNO E PADRE – «Quando i miei figli erano piccoli non li ho goduti a pieno. Spero da nonno, se succederà, che sia differente».

NAZIONALE DEL 1982 – «Io andavo con papà a vedere giocare il Vicenza dove c’era Paolo Rossi. Sognavo di diventare come lui, mi arrampicavo alla rete dello Stadio per vedere le partite. Il sogno di poterlo emulare era vivo. Quello che ha fatto il Mondiale ancora di più. Fu un’estate indimenticabile, lui ci ha fatti godere tutti. Era quello il rammarico mio quando arrivammo alla finale. Non ho regalato quella gioia agli italiani».

SOGNI – «Me ne nutro. La mente va sempre oltre, a cercare cose che per gli altri sono impossibili. Me ne nutro anche se magari sono piccoli. Ad esempio vorrei vedere questo paese come era una volta, invidiato da tutti. Ci manca un po’ di onestà».

DOMANI CONCRETO DI BAGGIO – «Io faccio la mia vita semplice circondato da buone persone. Voglio essere una persona pulita e onesta».

VIVERE PER IL GOL – «Ci tenevo, sapevo che poteva determinare il risultato. Ma mi riempiva anche il far segnare un mio compagno, era un godimento incredibile anche lì».

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