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Collina: «VAR sarà utilizzato sempre di più. Sui falli di mano e far parlare gli arbitri…»

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Pierluigi Collina ha rilasciato una lunga intervista a Sportweek: le dichiarazioni del presidente della commissione arbitri della Fifa

Pierluigi Collina ha rilasciato una lunga intervista a Sportweek. Le dichiarazioni del presidente della commissione arbitri della FIFA, che ha ricevuto recentemente il Pallone d’Oro alla carriera, in qualità di miglior “fischietto” della storia, da France Football.

FARE LA STORIA – «Non sarò io a dirlo, anche se sono orgoglioso di questa affermazione. Credo, questo sì, di aver contribuito a modificare l’approccio degli arbitri alla partita. Mi riferisco alla preparazione della partita stessa, che vuol dire, per esempio, raccogliere tutte le informazioni utili a prevedere quel che potrà succedere in campo, fino al riscaldamento sul terreno di gioco effettuato insieme ai giocatori. Piccoli e grandi accorgimenti che erano normali per me ma non per i colleghi e che oggi, invece, sono routine per la classe arbitrale».

TRE AGGETTIVI PER DEFINIRE COLLINA – «Il terzo lo lascio a lei, ma solo se è positivo (ride). Gli altri due sono “partecipe” e “maniacale”. Partecipe, perché ho sempre vissuto fino in fondo i momenti della partita, reagendo a essi nella maniera che più mi sembrava adeguata. Su Internet può trovare un’ampia gamma di mie espressioni facciali: sorridente, rilassata, severa, concentrata. Vengo ricordato per aver cercato di rialzare i giocatori del Bayern stesi a terra disperati dopo il secondo gol preso dal Manchester nella finale di Champions del ’99, a Barcellona. Mi sembrò naturale mostrarmi partecipe, appunto, dello sconforto dei tedeschi che, in vantaggio fino al 90’, avevano subito due gol nel recupero. Maniacale, perché ho sempre curato nel dettaglio la preparazione della gara. E ogni gara è diversa dall’altra: arbitrare il Foggia di Zeman, il cui portiere Mancini rilanciava subito il pallone a 40 metri, direttamente sulle punte, senza i tempi morti che precedono la ripresa del gioco e consentono a giocatori e arbitro di riposizionarsi, non era come dirigere una partita qualunque. Grandi arbitri della mia generazione dicevano che bastava conoscere le regole ed essere allenati. Non è così: devi conoscere anche come gioca una squadra, per non restare sorpreso davanti ai suoi movimenti tattici collettivi o di un singolo giocatore. E la cosa peggiore che può succedere a chi è chiamato a prendere decisioni, è appunto di restare sorpreso. Non si può mai dire: ho sbagliato perché non me l’aspettavo. Bisogna essere preparati a tutto ciò che di prevedibile può capitare. Poi, se un meteorite cade al centro del campo…».

ANEDDOTO CON HODGSON – «Primo arbitro a spiegare una decisione a partita in corso? Successe in un’Inter-Juve del ’97 con Hodgson, allenatore dei nerazzurri. Mi sembrò una cosa naturale spiegargli il perché di una decisione atipica. Un gol segnato dall’Inter era stato inizialmente convalidato dall’assistente e solo dopo aver sentito la sua spiegazione, colpo di testa di un difensore, avevo capito che non aveva visto quello che per me invece era chiaro, e cioè che era stato Zamorano a colpire il pallone verso Ganz, che quindi era in fuorigioco quando aveva segnato. Ho sempre pensato che il miglior modo per far accettare una decisione sia spiegarla ed è quello che feci. Prima con Bergomi in campo e poi con Hodgson, che dandomi la mano mostrò a tutti di aver capito».

MODELLI – «Ho fatto come i grandi stilisti: ho cercato di prendere spunto da tutti. Casarin e Agnolin sono stati due punti di riferimento per quelli della mia generazione, ma ricordo pure Fredriksson, arbitro svedese, che aveva la caratteristica di indicare in maniera plateale a favore di chi avesse fischiato». 

ANEDDOTO DIVERTENTE – «Dunque: manca un’ora alla finale di Champions tra Bayern e Manchester a Barcellona. Io e i guardalinee siamo negli spogliatoi. Le bandierine, dove sono le bandierine? Dovevi portarle tu, no tu. Non si trovano. Fu un motociclista della polizia spagnola a fiondarsi in albergo a recuperarle. Erano rimaste, non si sa perché, su un divanetto della hall. A ripensarci mi viene da sorridere, ma quel giorno l’umore era molto diverso».

ASPETTI NEGATIVI DELL’ARBITRO – «Beh, certamente l’attenzione perfino esagerata che c’è riguardo alle decisioni arbitrali. Ci vorrebbe maggiore comprensione verso le difficoltà incontrate da chi dirige una partita».

PARLARE DOPO LE PARTITE – «Parlare è facile. Bisogna farlo nei tempi e nei modi giusti. E comunque, gli arbitri che possono andare in tv a spiegare le loro decisioni appartengono a un’élite che è già in grado di sopportare le pressioni, anche quelle mediatiche. Pensiamo piuttosto al ragazzino che viene picchiato in una partita delle categorie giovanili, per un rigore o un’espulsione. Lì la funzione dell’arbitro è permettere a dei coetanei di divertirsi insieme e di imparare quel che gli servirà nella vita: il gioco di squadra. Non capirne la portata sociale e educativa è gravissimo. Ed è ancora più grave quando a non capirlo sono innanzi tutto i genitori».

PAGELLE DEI GIORNALI – «Se le guardavo? Sì. E ci restavo male quando il voto era negativo. Era uno stimolo a far meglio la volta dopo».

ARBITRO DONNA – «Cosa serve affinché arbitri sempre più una partita maschile? Il tempo. Ci si arriverà. Un arbitro va giudicato per qualità e capacità e non in base al sesso».

VAR – «Giudizio? Estremamente positivo. Nel 2014 partecipai alla prima riunione in cui venne discussa l’opportunità di dotare l’arbitro di un supporto tecnologico. È uno strumento che sarà sempre più utilizzato. Perciò ne semplificheremo l’utilizzo, riducendone i costi e le persone coinvolte. Si usa più in Italia? Non è giusto fare paragoni. Sicuramente il ricorso alla Var va perfezionato: è come un bambino che ha imparato a camminare non ancora a correre. L’obiettivo è quello di uniformare il suo utilizzo dappertutto».

FALLI DI MANO – «Se noi punissimo solo gli atti volontari, i rigori sarebbero pochissimi. Chi è il giocatore che colpisce volontariamente il pallone nell’area di rigore? Proprio per questo è stata cambiata la regola: prima la volontarietà era la conditio sine qua non, invece è solo una delle condizioni che rendono punibile il contatto tra mano o braccio e pallone. La più ovvia e banale. Ma ci sono altre situazioni dove non c’è dolo, ma colpa. E anche quella va sanzionata. La colpa nasce quando le braccia sono in una posizione che non è giustificata dal movimento del calciatore».