Lo studio shock: «Calcio, i colpi alla testa portano demenza»

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Calcio e demenza: uno studio inglese rilancia la possibile correlazione tra i due fattori prendendo in esame i casi di sei ex calciatori ammalatisi dopo la fine della carriera. Già nel pugilato e in NFL è stato accertato tempo fa: i traumi ripetuti ricevuti alla testa possono avere conseguenze gravissime

Calcio e malattie, un argomento per molti spinoso, ma che negli anni recenti è venuto alla luce. Sono tanti i giocatori che, dopo aver cessato la carriera, si sono poi ammalati di patologie più o meno gravi ed il nodo su cui la medicina cerca di indagare è sempre lo stesso: cercare ed eventualmente trovare una correlazione tra le malattie ed i trascorsi calcistici. In questi giorni sulla vicenda è entrato a piedi uniti il Guardian, che ha pubblicato una ricerca della Queen Square Bank in collaborazione con la University College London Institute of Neurology. Sono stati analizzati i casi di sei ex giocatori di calcio (anonimi) che, dopo il ritiro, si sono ammalati di demenza. In quattro di questi sei casi è stata riscontrata una encefalopatia traumatica cronica, una malattia degenerativa derivante appunto da traumi cranici (come i contrasti di gioco o i colpi di testa ripetuti nel corso del tempo): il legame, apparentemente, potrebbe essere chiaro, ma nulla è scontato come si sono affrettati a chiarire gli stessi ricercatori. Tradotto in altri termini: non esiste ancora la prova scientifica che, nei casi presi in esame, se quei calciatori non fossero stati tali in gioventù, non si sarebbero comunque ammalati di demenza. La comunità scientifica in proposito non è ancora arrivata ad un parere concorde, ma certo le coincidenze ci sono…

Demenza e sport: altri casi

Del resto in altri sport, già da tempo, una correlazione tra traumi di gioco e demenza è già stata accertata. I casi conclamati sono quelli di pugilato e, più recentemente, della NFL (football americano), lì dove i traumi cranici sono all’ordine del giorno, nonostante le protezioni (anche Will Smith nel film “Zone d’ombra” racconta sensibilmente una vicenda del genere). In Inghilterra nel 2002 l’ex centravanti del West Bromwich Albion Jeff Astle morì prematuramente a causa dei traumi riscontrati in carriera, fu uno dei primi casi in cui fu riconosciuta ad un calciatore una malattia professionale. Casi ben diversi, ma simili, sono quelli dei calciatori italiani del passato ammalatisi di SLA (sclerosi laterale amiotrofica), come l’ex Fiorentina Stefano Borgonovo: lì la correlazione (ancora tutta da dimostrare) sarebbe tra il calcio e l’eventuale uso di sostanze utilizzate (anche inconsapevolmente) nel corso della carriera. I traumi alla testa, in quel caso c’entrano veramente poco.