Lettera a Emiliano Mondonico: la sedia, la malattia e quella telefonata a Lentini – VIDEO ESCLUSIVO

Emiliano Mondonico: la sedia, la malattia e quella telefonata a Lentini che racconta la grandezza di un uomo speciale. L’intervista video inedita su quella notte di Amsterdam

Il Mondo non si è fermato mai un momento. No, proprio mai. Nemmeno ora. Ora che non c’è più, ora che si spulcia nel cassetto dei ricordi per andare alla ricerca di ogni suo gesto. Emiliano Mondonico non c’è più. O meglio: continua a vivere, accompagna ogni nostro passo, emana profumo di vita anche nel giorno più triste. Se lo è portato via un cancro, che già una volta era riuscito a sconfiggere. Sì, perché Mondonico era stato capace anche di vincere la partita più importante. La partita che la vita gli aveva messo di fronte con barbara ferocia. Più importante persino di Ajax-Torino. Stavolta non ci è riuscito: il tumore ha preso il sopravvento sulla sua esistenza, ma non sull’eredità che ci lascia.

Perché Mondonico fa venire in mente un calcio pane e salame. Un calcio italiano, profondamente italiano, orgogliosamente italiano. Fatto di difesa e ripartenze. Senza fronzoli, senza quell’inutile possesso palla che si è impossessato delle menti degli allenatori di oggi. Mondo era diverso. A Cremona, nella sua Cremona, ha iniziato a far capire che di strada ne avrebbe potuta fare tanta. Mattoncino dopo mattoncino ha costruito un miracolo: ha fatto rivivere allo Zini la dolce fragranza di Serie A dopo 54 anni di astinenza. Poi l’avventura al Como, trampolino di lancio per gli anni d’oro di Bergamo. L’Atalanta lo ricorderà per sempre. Per non parlare del Toro.

Già, il Toro. Impossibile non ricordare quella doppia finale di Coppa Uefa del 1992 contro l’Ajax. Al Comunale l’andata finisce 2-2. I lancieri sono grandi, ma anche il Real Madrid lo era eppure si era arreso di fronte ai granata in una semifinale passata alla storia. Ad Amsterdam ci sono tutti i presupposti per vincere. Ma il fato dice no: pali, traverse e un arbitraggio discutibile fanno subito capire al Mondo che aria tira. E così nasce il gesto della sedia sollevata al cielo in segno di protesta. La sedia non lo aiuterà a trionfare. E, beffa delle beffe, non riesce nemmeno a scontare la squalifica comminata per quel gesto. Perché la Coppa Uefa, il prode Mondonico, non la giocherà mai più.

Il destino si rivela meno crudele nel 1993. Eppure ci mette del suo per rovinare i piani del Toro di Mondonico: tre calci di rigore contro nella finale di Coppa Italia contro la Roma. Ma alla fine godono i granata. E sarà l’ultima volta, perché l’astinenza da trofei regna ancora sovrana. Non fatevi confondere, però: Mondonico non era un vincente, non era il migliore allenatore d’Italia e non era nemmeno un mago della tattica. Le sue squadre sapevano fare poche cose, ma le facevano bene. Senza spocchia, senza presunzione, senza boria. Quello di Mondonico è un calcio pratico, concreto, che così come il suo tanto amato pane e salame va bene dappertutto. E in ogni circostanza.

Lascerà altri meravigliosi ricordi a Cosenza, nella sua amata Firenze (riporta la Fiorentina in Serie A dopo il fallimento), ma anche negli anni di Albinoleffe e Novara. Nessuno si dimenticherà la vittoria di San Siro contro l’Inter. E poi a Cremona, di nuovo nella sua Cremona: sfiora la Serie B, lanciando Davide Astori. Sì, proprio lui, che se ne è andato prima del Mondo. Magari entrambi si siederanno sulla stessa sedia lassù. Quella di Amsterdam, che ha un significato talmente grande da poterli accogliere entrambi.

Ah, spulciando negli ultimi giorni di Mondonico resta un aneddoto che fa capire il valore dell’uomo. Nella settimana della morte di Astori il mister si trovava in clinica, per cercare di sconfiggere il cancro. E Gigi Lentini, suo pupillo ai tempi di Torino e Bergamo, lo ha chiamato venerdì 9 marzo, giorno del suo 71esimo compleanno. Lo ha chiamato semplicemente per fargli gli auguri, ma non per chiedergli come stesse, perché non era a conoscenza del fatto che fosse in clinica. Il Mondo, le brutte notizie, proprio non le sapeva dare. Nemmeno al suo figlioccio Lentini.

Mondonico e il suo rapporto con Lentini

Mondonico e la sedia di Amsterdam

Dici, senti, leggi Emiliano Mondonico e la mente non può che correre a quella sera. Amsterdam, 13 maggio 1992, finale di ritorno di Coppa Uefa. Ma è un po’ come se fosse stato un crepuscolo qualunque di trent’anni prima a Rivolta d’Adda, paese nella piana cremonese. Dove, proprio come quella sera nei primi minuti di Ajax-Torino, le sedie erano solite volare per aria. «I miei genitori, quando ero piccolo, gestivano una trattoria molto frequentata in riva al fiume – ricordava proprio Mondonico in una nostra intervista inedita – Ed è chiaro che a quei tempi, nel locale di un piccolo paese, verso sera si iniziava a discutere animatamente su qualsiasi argomento. E allora in due prima parlottavano, poi urlavano, quindi si mettevano le mani addosso e infine prendevano le sedie. E vinceva sempre il primo che la dava in testa all’altro».

Un retaggio dei tempi che furono, un ricordo sopito ma mai dimenticato da un Mondonico divenuto nel frattempo da bambino ad affermato adulto. «Ai tempi ero piccolo e quelle scene mi impressionavano. Così, su quell’azione di Cravero ad Amsterdam terminata con la mancata assegnazione di un evidente calcio di rigore, mi è venuto istintivo prendere una sedia in mano e andare in direzione dell’arbitro. Come per dirgli: “Guarda che adesso ti do una sediata, eh!”». Quella sediata – ovviamente – non arrivò mai, perché Mondonico era un signore. Forse istintivo, per certo appassionato. Di calcio e di vita, fino all’ultimo dei suoi giorni.