Udinese, Gotti: «Lite Lukaku-Ibra? Succede anche tra preti. Non giudico su Conte-Agnelli»

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Gotti
© foto www.imagephotoagency.it

Luca Gotti ha parlato delle due liti che stanno movimentando il calcio nelle ultime settimane, ma anche della sua carriera in panchina

Luca Gotti, allenatore dell’Udinese, ha rilasciato una lunga intervista al Corriere dello Sport dove ha parlato delle due liti che stanno movimentando il nostro calcio, quelle Lukaku-Ibrahimovic e Conte-Agnelli, e della sua carriera da allenatore.

LUKAKU-IBRAHIMOVIC – «Vengo dalla campagna del basso Polesine, fiero delle mie origini e della mia cultura. Che mi suggerisce una distinzione. Lukaku e Ibra si beccano come avviene in tutti i campi. La loro lite è poco più che un frame. Farci della sociologia vuol dire strumentalizzare qualcosa che sta tutta dentro il calcio e solo il calcio può spiegare. Ci sono due atleti che si confrontano e utilizzano tutte le armi a disposizione, compresa quella della provocazione, per mettersi reciprocamente a disagio. Non si chiamassero Lukaku e Ibrahimovic, non ne parleremmo neanche. Finisce in rissa la finale della Clericus Cup tra preti, o piuttosto il torneo degli avvocati. Il calcio tira fuori il meglio e il peggio che è in noi». 

CONTE-AGNELLI – «Anche qui eviterei un giudizio netto, però riconosco che entrano in gioco ruoli diversi. L’allenatore è una guida. Noi sappiamo che Conte la interpreta in modo sanguigno, trascendere fa parte del suo modo di fare gruppo. E il suo gruppo è allargato, non si ferma alla squadra. È il popolo. Lui dà l’idea di riferirsi sempre a questa grande platea virtuale. Ma chi ha un ruolo di guida è sperabile che riesca a contare fino a dieci». 

SARRI – «L’esperienza in Inghilterra con Sarri è stata favolosa. Va in un campionato che non conosci, il migliore al mondo. Parli un’altra lingue e ti confronti ogni giorno con una persona speciale. Maurizio è un ossimoro vivente. Fa convivere intelligenza estremamente raffinata con momenti di chiusura totale, in cui reagisce solo di pancia. Dal punto di vista professionale lo definirei un estremista concettuale. Mette continuamente alla prova le tua convinzioni passate e ti sprona ad aggiornarle. Il nostro è stato un rapporto pieno, anche in quel piccolo spazio che Maurizio riserva a ciò che sta fuori dal calcio. Non mi portò alla Juve? Mi dispiacqui, però conoscevo certe dinamiche. Maurizio mi spiegò i suoi perché. Non coltivo recriminazioni, né è cambiato il mio rapporto con lui».