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Giannichedda racconta: «I miei anni alla Lazio e alla Juve, non credevo di fare questa carriera! Ai giovani dico una cosa»

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Giannichedda racconta: «I miei anni alla Lazio e alla Juve, non credevo di fare questa carriera!». Le parole e i consigli dell’ex centrocampista

Intervistato dalla Gazzetta dello Sport, l’ex calciatore della Juventus, Giuliano Giannichedda, ha parlato così di diversi temi legati al calcio italiano.

QUI: le notizie del giorno in Serie A.

EVOLUZIONE DELLA SERIE D – «Il mondo dilettantistico si è profondamente evoluto. I club investono tanto e gli allenatori sanno come far crescere i ragazzi. Ogni domenica è una battaglia, i giovani imparano a resistere agli urti e migliorano».

INVESTIRE SUI GIOVANI – «Ci vuole coraggio. Serve investire sulla formazione dei tecnici, sulle infrastrutture. I giovani vanno seguiti nel percorso di crescita calcistica e personale. Cham del Verona, Iannoni del Sassuolo, Prati del Cagliari: tutti sono passati dalla Rappresentativa. Chi parte dai settori giovanili è più abile tecnicamente, quelli che si fanno le ossa in D sanno cosa vuol dire avere grinta e lottare su ogni pallone».

GRINTA E PIEDI A FERRO DA STIRO – «Quando giocavo in C2 al Sora, Pasquale Luiso scherzando mi diceva: “Hai i piedi a ferro da stiro”. La tecnica non era il mio forte, compensavo con la determinazione. A 21 anni mi sono ritrovato nell’Udinese di Zaccheroni. In quegli anni facevamo paura a tutti, lottavamo sempre per l’Europa».

MARCARE ZIDANE E RONALDO – «Ronaldo era un marziano, impossibile da fermare. Ho marcato Zinedine nella mia prima sfida contro la Juventus, era il 1997. Per infastidirlo le provai tutte: pestoni, scivolate. Lui non reagiva. Nella ripresa con un’entrata durissima mi colpì la caviglia. In quel momento capii che non dovevo farlo arrabbiare».

IL REGALO DI BAGGIO – «Siamo stati avversari e compagni in azzurro. In quindici anni di carriera ho segnato quattro gol. Baggio con due assist riuscì a farmi realizzare una doppietta durante una partitella in allenamento».

STEFANO FIORE – «Nel 2001 passammo insieme dall’Udinese alla Lazio per 88 miliardi di lire. Lui aveva classe, non come me. Alla fine di ogni partita, quando uscivo sporco di fango e pieno di lividi, mi canticchiava Ligabue: “Una vita da… Giuliano. Altro che mediano”. Ho avuto la fortuna di conoscere anche Borgonovo e Mihajlovic, due campioni che porto nel cuore».

LA LAZIO – «C’erano Nesta, Crespo, Inzaghi. Vincemmo la Coppa Italia superando la Juventus in finale nel 2004. Un anno dopo, Di Canio segnò il primo gol sotto la Curva Sud in quel derby vinto 3-1 contro la Roma. Volò qualche parola di troppo con Totti. Per noi fu una grande festa».

IL PRIMO GIORNO ALLA JUVE – «Al primo allenamento in bianconero arrivai con un’ora di anticipo. Pensavo di essere il primo, invece erano tutti lì: Buffon, Trezeguet, Ibrahimovic. Il giorno successivo arrivai due ore prima».

L’INCONTRO CON MESSI – «Giocammo il Trofeo Gamper contro il Barcellona. Leo aveva 18 anni. Provai a rubargli il pallone con un tackle, lui sterzò per evitarmi. Caddi goffamente, Messi stava già andando in porta. Capello disse: “Diventerà il più forte al mondo”. Aveva ragione».

RESTARE IN SERIE B – «Organizzarono una riunione tra i giocatori più esperti, Del Piero disse: “La Juventus è sempre la Juventus, la categoria non importa”. Eravamo tutti d’accordo».

CONSIGLIO AI RAGAZZI – «Ho avuto la fortuna di vivere una bellissima carriera: Serie A, Champions, Nazionale. Non pensavo di riuscirci, invece ce l’ho fatta. Ai ragazzi dico di non smettere mai di credere nei sogni».

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