Non vi stupite se gli italiani ora costano

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Calciomercato, investimenti importanti per profili italiani: gli identikit che segnano l’inversione di tendenza

Andrea Bertolacci al Milan per 20 milioni di euro ed il web si scatena: immagini costruite di Walter Sabatini – direttore sportivo della Roma – che gongola o sfottò a Galliani oramai in preda al panico da closing di trattativa. Analoga ansia da milioni di troppo, come se poi appartenessero a loro, ha assalito i tifosi del Napoli di fronte alle esose richieste che l’Empoli avanza per Saponara: oltre 15 milioni per questo brocco, ma siamo impazziti?

ERA ORA! – No, nessuno è impazzito. Si registra soltanto quanto, almeno personalmente, auspicato da un pezzo: dare valore ai prodotti nostrani reduci da stagioni di livello e non abbandonarsi a fenomeni di esterofilia, forse più alla moda ma non sempre parimenti redditizi. E chi ha fatto bene, anche se italiano, costa. E’ ad oggi soltanto un’inversione di tendenza, ancora non esistono elementi per definire il fenomeno come verificato, ma lo registriamo tra le vicende positive: i club italiani di primo rilievo, o meglio una parte, stanno abbandonando la paura di investire sui calciatori italiani ed iniziano a fregarsene del sentore popolare, quello che puntualmente preferisce il colpo ad effetto del nome esotico sconosciuto pur di sbandierarlo all’amico sotto l’ombrellone.

I PROFILI – Ed allora ben vengano in ambito di calciomercato i Bertolacci a 20 milioni, i Valdifiori, gli inaccessibili Saponara, Darmian, Rugani e Romagnoli, gli Immobile, Perin, Zappacosta o Acerbi, i tanti soldi che la Juventus dovrà sborsare per vestire di bianconero Zaza (subito) e Berardi (tra un anno). Sempre se un’ulteriore stagione in nero verde effettivamente gli servisse. Una riprova è ad esempio fornita dal caso Gabbiadini: in tanti, prima che l’attaccante iniziasse a collezionare gol, si chiedevano se i 13 milioni investiti dal Napoli non fossero stati eccessivi. Dopo appena un paio di mesi il quesito si ribaltò e tutte le domande piombarono sul capo della Juventus, troppo frettolosa nell’aver lasciato andare un talento tanto prolifico. Non male anche il cammino di Jack Bonaventura, prelevato in extremis dal Milan per 7 milioni di euro ed unico a salvarsi nel disastro della stagione rossonera, tanto da aver già raddoppiato il suo valore di mercato.

LA QUESTIONE DELL’IDENTITA’ – Non abbiamo dimenticato i vari Bonucci, Marchisio, Florenzi, Cataldi, Insigne, De Sciglio, El Shaarawy: ancora in piena età mercato ma neanche discussi dalle rispettive società. Per il loro livello sportivo, indubbiamente, ma anche per recuperare quel senso di identità che ha edificato buona parte dei successi italiani. A livello di nazionale, ovviamente, ma parimenti a livello di club: la Juventus dell’ultimo quadriennio ha incentrato la sua ossatura sui prodotti made in Italy che tutti conoscete (oltre ai già citati ecco Buffon, Chiellini e Pirlo), impossibile non ricordare il blocco italiano valso al Milan tre finali di Champions League in cinque anni (era Ancelotti) o i successi precedenti delle gestioni Sacchi e Capello. Se si parte dai migliori italiani – quelli che sanno spiegare ai brillanti colleghi stranieri il senso di appartenenza ad una maglia, a dei colori – raramente si sbaglia. O quantomeno si riducono le percentuali di errore. Sembra oggi la strada intrapresa (ripresa?) da alcuni presidenti: registriamo con interesse. E piacere.