Mauro Esposito, quella sua maglietta fina (e brasileira)…

«Ora mi occupo di moda e Totti ha indossato il mio brand. Ma quanta nostalgia se ripenso al calcio giocato!»

Calciatori maniaci del fashion e attenti sempre ad indossare la t-shirt giusta? Sembrerebbe proprio di sì. Un po’ per via di ciò che vediamo abitualmente in zona-mista oppure al termine dei vari allenamenti, tra una sgommata e l’altra di qualche fuoriserie pronta a far ritorno a casa. Un po’ perché Mauro Esposito (una carriera di tutto rispetto spesa a Cagliari con ben 58 reti segnate in maglia rossoblù) esattamente in quel trendy-territorio si è gettato, una volta archiviata una carriera che l’ha visto vestire pure le casacche di Pescara, Udinese, Roma e Chievo. Il suo brand di magliette, infatti, si chiama Barraca, è nato l’anno scorso e prende  spunto dall’atmosfera magica e stordente di Rio De Janeiro con quel Cristo del Corcovado, lassù in alto, che vigila e protegge tutti i suoi concittadini carioca. Rigorosamente a braccia spalancate. Che poi, se ci pensiamo bene, è anche il gesto classico del goleador una volta che ha spedito la palla in rete. La parola al diretto interessato.

Come nasce Barraca, Mauro?
«È stata una idea di mio cugino Francesco, uno che da anni persegue la sua bella esperienza nel campo dell’abbigliamento. Diciamo che noi due siamo come il braccio e la mente: io ci metto l’entusiasmo e le pubbliche relazioni, lui la creatività.»

Tutto in nome del Made in Italy, vero?
«Certamente, quello è sempre essenziale. Non ti nego che ci vorrà del tempo a lanciare Barraca sia in Italia che all’estero – d’altronde siamo ancora giovanissimi come azienda – ma la volontà e il coraggio da parte nostra di certo non mancano. Prendici come dei ragazzi della Primavera che lottano per arrivare in prima squadra! (ride)»

L’ispirazione principale immagino che ve l’abbiano data i Mondiali brasiliani dell’anno scorso…
«In pratica sì visto che Francesco era in Brasile durante quel periodo. E poi tra un anno e mezzo ci saranno anche le Olimpiadi di Rio 2016. Grandi eventi mediatici a parte, il marchio ha comunque una sua storia e si allinea ai simboli eterni del Brasile, tipo il Cristo del Corcovado. O la stessa barraca che in portoghese significa appunto ‘lido’, ‘stabilimento balneare’. La loro spiaggia, insomma.»

Dimmi la verità: Barraca è solo una parentesi nella tua vita oppure col pallone hai proprio detto basta?
«Mah, è normale che il calcio sarà sempre la mia vita: ci gioco fin da giovanissimo quando Pierpaolo Marino, quasi un secondo padre per me, mi portò nelle giovanili del Pescara. Però allo stesso tempo in Barraca ci sto credendo al 100% e non so proprio cosa potrebbe farmi desistere…»

Magari un’offerta per allenare da qualche parte?
«No, il mestiere dell’allenatore non fa per me: magari il dirigente o il talent scout, ma per ora sono felice così. Vivo a Pescara e giro l’Italia facendo pubblicità al mio brand. Una bella avventura!»

Smettere a soli 32 anni invece…
«Eh, quello fu un grande, grandissimo dispiacere. Dopo l’anno col Grosseto, firmai per l’Atletico Roma – in Lega Pro – ma alla fine della stagione il team fallì lasciandomi di fatto svincolato. Forse già allora dovevo subito accettare nuove offerte tipo quella della Carrarese o del Como, ma preferirì restare fermo un anno guardandomi attorno. Fu un errore, però.»

Football ingrato?
«Il fatto è che nel calcio moderno circola troppa gente, c’è un mucchio di concorrenza, un sacco di procuratori ecc. Se tiri il fiato dodici mesi o sei un top-player internazionale e allora non c’è problema oppure tutti si scordano immediatamente di te

Francesco Totti, però, non ti ha dimenticato. Ha persino indossato in pubblico una t-shirt di Barraca…
«Totti è un grandissimo. Lui è un vero amico anche se io continuo a vederlo come una icona del football. Il suo è stato un bel gesto visto che mezza Italia lo insegue quotidianamente per fare da testimonial, però lui in quell’occasione ha scelto Barraca e quindi Mauro Esposito. Andrò a Trigoria prossimamente per ringraziarlo di persona.»

C’era anche lui in campo quella sera, nell’autunno del 2007, quando sbagliasti un gol contro il Manchester United in Champions League. Ricordi?
«E come non potrei? Entrai in campo all’Old Trafford a dieci minuti dalla fine e per poco non pareggiavo il gol di Rooney che aveva portato avanti il Manchester al 70′. Ed invece terminò 1-0 per loro.»

Reazioni postume?
«Eh, tirai troppo bene! Sarebbe piaciuto anche a me gonfiare la rete, ma non penso che sia stato quell’episodio a non farmi spiccare il balzo nella Roma di Spalletti. Purtroppo ci arrivai col ginocchio in disordine e la Capitale – lo sai com’è, no? – è una città che non sa aspettare…»

Bicchiere mezzo vuoto il tuo calice giallorosso?
«No, affatto. Fu pieno perché vinsi comunque una Coppa Italia ed una Supercoppa italiana. A Roma diedi tutto me stesso, ma semplicemente non andò. Eppure conservo tuttora una enorme soddisfazione quando ripenso alla Lupa. Quei colori mi sono rimasti nel cuore.»

Come quelle sei maglie azzurre guadagnate con ben due CT: Marcello Lippi e Roberto Donandoni…
«A Lippi devo dire solamente grazie perché nei due anni che precedettero i Mondiali di Germania si ricordò sempre di me. Mi aggregò anche al gruppone dei 30 che si allenarono a Coverciano ad un mese esatto dalla coppa del mondo. Poi alla kermesse tedesca alla fine non partecipai, però sono stato ad un passo dal diventare anch’io campione del mondo… (sospira)»

Oltre a Lippi e al già citato Pierpaolo Marino, vuoi allargare la tua lista dei ringraziamenti?
«Nedo Sonetti. Fu lui, durante gli anni di Cagliari, a cambiarmi la vita ed il ruolo in campo: da seconda punta ad esterno destro. Non fosse stato per quel suo accorgimento tattico, non credo che avrei giocato oltre 200 partite in serie A, quindi tramite CalcioNews24 gli mando un forte abbraccio: grazie, Mister!».