Mazzola: «Oggi indosserò la maglia granata. Rimpianti? Non aver chiuso la carriera al Toro»

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Sandro Mazzola ha concesso un’intervista alla Gazzetta dello Sport nel giorno del ricordo della tragedia di Superga

Sandro Mazzola ha parlato in un’intervista concessa alla Gazzetta dello Sport nel giorno del ricordo della tragedia di Superga. Le sue parole.

PRIMA VOLTA A SUPERGA – «Per me è sempre stato così il 4 maggio: un raccoglimento intimo, un’emozione intensa da non condividere se non in famiglia. Ecco perché nella mia vita ho evitato con cura di salire a Superga proprio nel giorno della tragedia. Ci sono andato spesso, sia chiaro, ma quando non c’era folla e quindi uno o due giorni prima o magari uno due giorni dopo. Non ho mai dimenticato la prima volta. Ero nella Primavera dell’Inter e per un impegno scolastico di vitale importanza non potetti salire sul pullman dei compagni che andavano appunto ad affrontare il Toro al Filadelfia. La defezione venne segnalata ai dirigenti in società da Benito Lorenzi e, credo su suggerimento di “Veleno”, mi ritrovai a bordo di un’auto del club subito dopo quell’esame in classe. Beh, avvicinandoci a Torino, vidi il colle e la Basilica: me li avevano descritti diverse volte, ma vederli fu traumatico. Da quel momento non capii più niente. Dovettero trascinarmi in campo e giocai probabilmente la peggiore partita della mia vita. Ho detto giocai? Ma in realtà vagavo inebetito: però sia durante che dopo, nessuno dei miei compagni osò dirmi niente. Erano stati informati di quel mio dramma privato».

CELEBRAZIONE OGGI – «Capisco il momento e capisco anche il disorientamento di tifosi così legati a quella squadra. Ma non ci sarà proprio niente, niente? Ah, un breve rito al Filadelfia e una mobilitazione da casa tra le cinque e le cinque e cinque… Eh, io il balcone ce l’ho… E pure la maglia granata numero 10: regalata a mio nipote l’anno scorso. Quando Valentino si ritrovò sul prato del Fila in mezzo ai giovanissimi del Toro: si celebrava il secolo dalla nascita di papà. Un pensiero delizioso del club e per me, figlio e nonno, un’emozione struggente. Alla fine mi diedero la parola, riuscii a esprimere giusto un paio di ringraziamenti a Cairo, a Pulici. Il groppo in gola impediva alle sillabe di formarsi».

RIMPIANTO – «Alla fine della stagione 1976-77 io avevo deciso di smettere con il calcio giocato. Avrei compiuto 35 anni in novembre e quindi non ero così malmesso: insomma, avrei potuto reggere uno-due anni ancora ma il presidente dell’Inter, Ivanoe Fraizzoli, aveva disegnato per me un dopo calcio incredibilmente lusinghiero. “Sandro, ti consegnerò l’Inter, organizzamela tu. Gli avevo dato un assenso di massima ma mai avrei immaginato cosa sarebbe accaduto dopo».

TORO – «Il Toro mi chiama e mi offre di chiudere la carriera con loro… Era un ottimo Toro, peraltro, c’era il gruppo del tricolore, volevano arricchirlo. Io rimasi folgorato dalla prospettiva di finire nel club di papà».

INDECISIONE – «La notte che precedette la decisione non riuscii a chiudere occhio. Mi tornavano alla mente i flash della mia poca vita con papà. Eravamo al Filadelfia, inseguivamo un pallone, a un certo punto papà che mi stava davanti si fermava, si girava e con le mani faceva dei gesti come a significare vieni Sandro, raggiungimi. Ricordo questa nottata di sofferenza infinita. Ma poi al mattino decisi di declinare quella proposta».

SENTIMENTI CONTRASTANTI – «In me hanno convissuto sentimenti contrastanti. L’orgoglio di essere stato una bandiera dell’Inter, di aver vinto tutto in nerazzurro e di rappresentare uno dei calciatori più importanti di questo glorioso club. Che però poi si mescola al grosso rammarico dell’occasione persa: manca alla mia vita quell’altra ricca dose di orgoglio che avrei provato indossando la maglia di papà».

VALENTINO MAZZOLA – «Se mi hanno mai detto che ho superato mio papà? Non avrebbe potuto perché io forse ho vinto di più, ma papà da centrocampista vinceva la classifica cannonieri. Altro livello. Inarrivabile».